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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaHamas lancia una guerra a sorpresa contro Israele

Hamas lancia una guerra a sorpresa contro Israele

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Alle 6 e 30 di questa mattina le sirene hanno svegliato molte città israeliane, annunciando un attacco senza precedenti lanciato dall’organizzazione terrorista Hamas contro Israele. Da un lato, quella scoppiata oggi rappresenta la più grave escalation da decenni, non paragonabile ai più recenti conflitti limitati del 2021 e 2022; dall’altro, l’azione dell’organizzazione palestinese rappresenta un importante fallimento nella capacità di early warning israeliana, da molti analisti equiparata all’impreparazione mostrata dallo Stato ebraico nelle prime ore della guerra dello Yom Kippur del 1973.

I fatti: una prima ricostruzione

Questa mattina all’alba l’organizzazione terrorista palestinese Hamas, di concerto con movimenti alleati come il Jihad islamico palestinese, ha lanciato una operazione di aria terra e mare contro Israele. In poche ore sono stati lanciati verso il territorio israeliano migliaia di razzi, per la gran parte intercettati dal sistema di difesa israeliano Iron Dome. Se l’attacco aereo ha replicato una tattica militare che l’organizzazione palestinese adotta ciclicamente contro lo Stato ebraico, la vera novità è rappresentata dall’operazione terrestre. Commando palestinesi, infatti, sfruttando l’impreparazione della prima linea di difesa israeliana, hanno varcato il confine da Gaza e sono entrati in territorio israeliano, attraverso incursioni paracadutate e veicoli di vario genere. In poche ore, i miliziani di Hamas sono stati in grado di entrare nei villaggi israeliani di confine – Kfar Aza, Sderot, Nahal Oz, Be’eir, Reim Camp, Zikim, Erez – dove sono iniziati dei combattimenti che hanno coinvolto direttamente i civili israeliani. Sfruttando anche il fattore psicologico e la potenza delle immagini, sono iniziate a circolare nei social media scene direttamente girate dai militanti palestinesi: distruzione di un carro armato israeliano, sequestro di veicoli civili e militari israeliani portati in territorio gazawi; sequestro di cittadini israeliani (non è chiaro se solo civili o anche militari) che in questa fase potrebbero già essere stati fatti prigionieri e portati a Gaza, e uccisione indiscriminata di civili nelle strade israeliane. Al momento alcune località israeliane nel sud del Paese sono sotto il controllo di Hamas.

Vari sono i comunicati emessi a sostegno del grave attacco palestinese, rinominato dal portavoce di Hamas, Mohammed Deif, “alluvione di Al-Aqsa”. Diversi media iraniani hanno manifestato il proprio sostegno all’operazione di Hamas che, quantomeno nella sua preparazione, ha beneficiato di una rete di sostegno regionale piuttosto solida, con Teheran al suo vertice. La principale incognita rimane invece Hezbollah. Per il momento, l’organizzazione libanese che controlla il territorio meridionale del Libano ha emesso solamente un comunicato di sostegno ad Hamas, dichiarando di mantenere un contatto diretto con la leadership di Gaza. Non è chiaro se nelle prossime ore deciderà di unirsi alle ostilità, costringendo Israele a una guerra frontale su due fronti, meridionale e settentrionale.

La risposta di Israele

Per diverse ore né i vertici militari né i vertici politici israeliani hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali, a conferma di come l’effetto sorpresa abbia avuto successo. Pur essendo troppo prematuro tracciare dei giudizi sull’accaduto, sono molti gli analisti e le fonti sul campo che equiparano quanto sta accadendo in queste ore all’inizio della guerra dello Yom Kippur del 1973, quando allo stesso modo – seppure dinnanzi a un nemico differente, ovvero gli eserciti regolari dei Paesi arabi confinanti come l’Egitto – Israele non seppe cogliere i segnali di pericolo provenienti dalla regione, portando a uno dei più grossi fallimenti dell’intelligence dello Stato di Israele. Anche in quell’occasione, nelle prime ore di guerra lo Stato ebraico perse il controllo di importanti porzioni territoriali. Tuttavia, all’epoca non si trattava di territorio israeliano, bensì di aree occupate militarmente da Israele nella precedente guerra del 1967, come la penisola egiziana del Sinai.

Solo a metà mattinata il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha pubblicato un videomessaggio alla nazione dai toni piuttosto gravi, volto a evidenziare il cambio di paradigma dell’escalation in corso rispetto a quelle passate. Netanyahu ha ripetuto più volte che quella che si trova ad affrontare Israele non è una semplice operazione militare ma una “guerra” vera e propria. Di concerto con il ministro della Difesa Gallant e con il ramatkal Halevi, è stata già predisposta la mobilitazione dei riservisti e dichiarato lo stato di preparazione alla guerra, con i primi raid aerei su Gaza già attivati. La risposta israeliana è stata denominata operazione “Spade di Ferro”.

In questa fase il primario obiettivo israeliano è quello di disinnescare il vantaggio temporale ottenuto da Hamas grazie all’effetto sorpresa e riprendere il controllo dell’evoluzione temporale dei fatti. Nel merito, come dichiarato dai vertici militari israeliani, le IDF impiegheranno diverse ore a riprendere il controllo delle aree di confine tra Israele e Gaza, con l’obiettivo successivo di spostare i combattimenti al di fuori di Israele e mettere in sicurezza le comunità di confine. Le operazioni aeree su postazioni palestinese nella Striscia sono già iniziate. Resta l’incognita, invece, su una possibile operazione terrestre israeliana dentro Gaza. Data la gravità della situazione, mai come in questa fase Israele potrebbe decidere di tornare boots on the ground nella Striscia, a differenza delle cicliche escalation degli ultimi tre anni in cui si è limitato a operazioni aeree. Un discorso simile potrebbe riguardare la Cisgiordania, dove al momento la situazione è meno caotica.

Va ricordato che lo Stato ebraico si è ritirato unilateralmente dalla Striscia di Gaza nel 2005 su decisione dell’allora governo di Ariel Sharon, nel pieno della Seconda Intifada. Tale ritiro venne osteggiato duramente da una parte dello spettro politico israeliano, a partire da personalità come Netanyahu, in quanto definito come un assist ad Hamas che da lì a due anni avrebbe ottenuto il controllo della Striscia. Complessivamente, mai come in queste ore lo “status quo territoriale” che ha retto negli ultimi due decenni, frutto degli accordi di Oslo degli anni novanta e del richiamato ritiro israeliano da Gaza, potrebbe essere messo in discussione. L’ormai consolidata tripartizione in tre entità territoriali – Gaza controllata da Hamas, Israele, Cisgiordania controllata debolmente dall’Autorità nazionale palestinese – potrebbe subire dei mutamenti.

Le cause

Non è al momento possibile identificare con certezza i motivi che hanno spinto Hamas a un’operazione di tale portata proprio in questa fase. Ciononostante, è possibile tracciare alcune ipotesi iniziali. Sul piano simbolico, la scelta di questa giornata risponde a un chiaro tentativo palestinese di tracciare un parallelo con la guerra del 1973, di cui proprio in queste ore ricorre il cinquantesimo anniversario. Va inoltre aggiunto che per la comunità ebraica quelli in corso sono giorni in cui ricorrono alcune delle festività più importanti del calendario ebraico, come la festa di Sukkot (festa delle capanne). Proprio oggi in Israele si celebra la giornata di Simchat Torah, in cui si conclude il ciclo annuale di lettura della Torah e si inizia quello successivo. Su questo piano, Hamas mira anzitutto a vincere la “guerra delle narrazioni”.

Sul piano strategico, l’attacco palestinese potrebbe invece essere interpretato come un tentativo di far saltare il tavolo dei negoziati che nelle ultime settimane, grazie agli sforzi negoziali dell’amministrazione Biden, sta portando alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e Arabia Saudita. Mai come in questa fase le due parti sembrano poter convergere verso un accordo, viste anche le recenti parole di Mohammed bin Salman (MbS), principe ereditario saudita, che intervistato a Fox News ha dichiarato che ogni giorno che trascorre l’accordo con Israele si avvicina. Nei calcoli di Hamas e, indirettamente, dell’Iran suo alleato, la normalizzazione con Riad rappresenterebbe un game changer a favore di Israele da cui difficilmente potrebbe risollevarsi, che farebbe seguito all’ormai sempre più tiepida relazione tra i governi di alcuni Paesi arabi, tra cui quelli più facoltosi come gli Emirati Arabi Uniti, e la galassia palestinese.

A questo disegno regionale va aggiunta una novità delle ultime settimane che potrebbe aver allarmato non poco la leadership dell’organizzazione terroristica palestinese, ovvero il cambio di approccio del presidente dell’ANP, Abu Mazen. Se nel 2020, in occasione della firma degli Accordi di Abramo, Abu Mazen aveva espresso un’opposizione pregiudiziale alla normalizzazione tra Israele e Paesi arabi, dinnanzi al rischio di perdere il sostegno di Riad, dalla fine di agosto Abu Mazen ha manifestato una disponibilità a discutere nel merito un futuro accordo israelo-saudita con l’obiettivo non già di bloccarlo, ma di ottenere l’inserimento di un capitolo che possa beneficiare anche i palestinesi. La rottura dell’unità del fronte del rifiuto palestinese operata da Abu Mazen potrebbe aver spinto Hamas a un tentativo disperato di squalificare in extremis questo disegno. Ancora una volta, va ricordato come tale strategia potrebbe essere stata concertata con l’Iran che, contemporaneamente ai negoziati israelo-sauditi che tenta di ostacolare, è impegnato nel dialogo sul nucleare con gli Stati Uniti.

Infine, un ulteriore fattore che potrebbe aver convinto Hamas dell’opportunità di lanciare una così vasta operazione in questa fase è la percezione di debolezza del fronte interno israeliano, polarizzato ormai da mesi a causa della controversa riforma della giustizia voluta dal governo Netanyahu. Da gennaio 2023, con cadenza settimanale in diverse città israeliane, tra cui la laica Tel Aviv e la più conservatrice Gerusalemme, si assiste a manifestazioni di protesta di massa contro la riforma della giustizia. Tale frammentazione ha portato anche a importanti defezioni nei ranghi delle forze armate israeliane, in cui decine di riservisti e non solo si sono rifiutati di servire in polemica con una riforma da essi giudicata come lesiva della natura democratica di Israele. Le tensioni interne alla società israeliana potrebbero aver convinto Hamas a sfruttare tale fase di incertezza israeliana. In ultima istanza, tuttavia, non è detto a che tale calcolo vada a buon fine, potendo ipotizzare che, al contrario, la lotta contro un nemico esterno possa produrre un effetto opposto, fungendo da collante di una ritrovata unità nazionale israeliana.

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