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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaHamas, da una sconfitta militare una vittoria politica?

Hamas, da una sconfitta militare una vittoria politica?

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L’operazione Pillar of Defence, lanciata da Israele martedì 14 novembre allo scopo di fermare il rinnovato lancio di missili dalla Striscia di Gaza e riaffermare la propria forza di deterrenza, ha segnato una tappa fondamentale nella consapevolezza che Israele ha di sé in termini strategici e di sicurezza.  

La prima considerazione da fare è che Israele (non solo a Sud e a Nord) si ri-scopre vulnerabile. Una sensazione amara, se si pensa che gli ultimi sei anni di relativa quiete avevano incoraggiato un falso senso di invulnerabilità. Non solo le fasce di territorio a ridosso dei confini con Gaza e con il Libano, infatti, ma anche Tel Aviv e la capitale Gerusalemme hanno dovuto svegliarsi sotto il suono delle sirene anti-missile. Qualcosa di inimmaginabile, o meglio di dimenticato, sino a un paio di settimane fa.

La seconda è che il mantenimento dello ‘status quo’ regionale su cui Israele ha fatto affidamento nell’ultimo decennio si è infine rivelato insostenibile. Si può affermare che tale consapevolezza sia andata maturando a seguito degli stravolgimenti che hanno interessato i paesi del Maghreb e del Mashrek. Tutto intorno a Israele i regimi e gli interlocutori (nel bene e nel male) sono cambiati (ad eccezione della traballante Giordania) ed era ovvio che ciò non potesse non ripercuotersi sulle relazioni tra lo stato ebraico e i palestinesi.

Sul versante interno, d’altro canto, l’appoggio pubblico all’operazione Pillar of Defense è stato minore rispetto al passato. In parte a causa dei razzi piovuti su Tel Aviv e Gerusalemme. In parte perché quest’ultimo conflitto è parso a molti rievocare l’operazione ’Cast Lead’ del 2009. Allora, malgrado la soddisfazione del governo Netanyahu (e il largo supporto popolare), il bombardamento e l’invasione della Striscia si rivelarono insufficienti a bloccare definitivamente la minaccia di Hamas. Che nel frattempo si è rinforzata politicamente e militarmente, riuscendo a contrabbandare armi da guerra di qualità superiore che sono andati a colpire città a 70 km di distanza da Gaza, come Tel Aviv e Gerusalemme. 
Giacché anche questa volta la leadership di Hamas non ne esce indebolita – ma, al contrario, rafforzata – parte della stampa ebraica e degli opinionisti si chiedono quale sia stato il risultato strategico ottenuto da Israele in questo ultimo ‘round’. Risposta non semplice da trovare, in quanto l’operazione Pillar of Defense si innesca – ribadiamolo- in un processo di profondi mutamenti geo-strategici.

E’ possibile che, a differenza della precedente operazione Cast Lead, Israele non volesse effettivamente scalzare Hamas dalla Striscia di Gaza. I piani militari per ‘espellere’ Hamas erano sul tavolo del Primo Ministro (e molti nel gabinetto di Netanyahu l’appoggiavano). Certo, il costo di un’operazione militare sul terreno sarebbe stato alto, sia in termini di immagine che di rischio per i soldati. Ma Israele non ha mai indugiato a simili considerazioni quando in gioco era la propria sicurezza. 
E’ probabile che Netanyahu abbia capitalizzato, in questo conflitto, le lezioni apprese dalle rivolte arabe. La prima è che il nemico che si conosce è da preferire al nemico sconosciuto; e la preoccupazione con cui Israele segue gli scontri in Siria lo dimostra: dopotutto Assad è pur sempre riuscito a evitare ogni deflagrazione sulle alture del Golan.
Lo stesso varrebbe per la Striscia di Gaza. Il messaggio che Israele sembra abbia voluto recapitare ai leader di Hamas è che ogni attacco o lancio di missili dalla striscia verrà pagato a caro prezzo. Ma è meglio che Hamas resti dov’è piuttosto che le fazioni più radicali, imprevedibili ed insensibili ad ogni considerazione di realismo politico, prendano il potere.

In effetti l’autorità di Hamas è stata di molto erosa in questi ultimi due anni da una galassia di movimenti e gruppuscoli cha vanno dai Salafiti alla Jihad Islamica, sino a veri e propri clan mafiosi che si sono arricchiti gestendo i tunnel con l’Egitto e che vorrebbero scalzare la leadership di Hamas nella Striscia. Sono loro che, lanciando razzi su Israele, hanno interesse a provocare la risposta dello Stato ebraico e che infatti nelle ultime ore del conflitto hanno cercato di sabotare le trattative per la tregua mediata dall’Egitto e dagli Stati Uniti. Nei prossimi giorni si vedrà se effettivamente Hamas riuscirà a mantenere il controllo su Gaza, imponendo il proprio controllo sui gruppi più riottosi.
Detto questo, Hamas è emerso da quest’ultimo ‘round’ come il vero vincitore politico. In larga parte grazie alla legittimità internazionale ottenuta già prima del conflitto da ‘sponsor’ politici di primo piano come l’Emiro del Qatar (che ha ostensibilmente annunciato una “pioggia” di finanziamenti sulla Striscia), il neo-presidente Egiziano Morsi (anche lui facente parte della Fratellanza Musulmana come Hamas) e infine, ma non ultimo, il Presidente Turco Erdogan. E questo vantaggio diplomatico il movimento palestinese è riuscito a spenderlo negoziando un cessate il fuoco che, se confermato, vedrà l’apertura dei valichi di confine con un conseguente allentamento del blocco israeliano.

Insomma, Hamas, sembra uscito dall’angolo diplomatico cui sino all’anno scorso era stato relegato per giocare, ora più che mai, un ruolo di primo piano in ogni eventuale negoziazione con Israele. 
L’altro lato della medaglia vede invece Abu Mazen come il principale sconfitto dei giochi di potere medio orientali. Il Presidente dell’Autorità’ Palestinese sembra aver perso ormai ogni credibilità agli occhi della maggior parte dei palestinesi: neppure la mossa di chiedere il riconoscimento della Palestina all’ONU servirà a valorizzare la “sua” strategia diplomatica con Israele. Paradossalmente (ma neanche tanto) ha ottenuto più Hamas in sette giorni di combattimenti (per lo più subiti) che Abu Mazen in anni di sterili tentativi negoziali. Nè, a dire il vero, il fatto di aver accuratamente evitato la Striscia durante o dopo i bombardamenti, ha contribuito a rilanciare l’immagine di Abu Mazen come leader unitario del popolo palestinese.

Chi conosce la storia del conflitto israelo-palestinese sarà tentato di scorgere delle similitudini tra l’attuale situazione di dialogo indiretto con Hamas e i primissimi negoziati Israele – OLP. Allora quest’ultima era ancora votata alla distruzione dello Stato ebraico, il quale a sua volta ne accettava la presenza solo in delegazioni miste con rappresentanti giordani. Oggi sembrerebbe che la storia si ripeta, almeno in parte: negoziati indiretti (o segreti) avvengono tra Hamas e Israele coi buoni uffici dell’Egitto. Che questo sia o meno il preludio di un più vasto negoziato per risolvere il conflitto è ancora presto per dirlo. Quello che sembra certo è che ormai anche nella società israeliana si è diffusa la consapevolezza che quella militare non può essere la sola risposta per garantire la sicurezza del paese, che il tempo non gioca più a favore di uno status quo ormai insostenibile e che un negoziato con i palestinesi è l’unica, imprescindibile, soluzione per uscire dallo stallo diplomatico.

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