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04/06/2021
Medio Oriente e Nord Africa, Notizie

Hamas: anatomia di un movimento

di Thomas Bastianelli

Hamas, dall’arabo Movimento di Resistenza Islamico (Ḥarakat al-Muqāwamat al-Islāmiyyah), è un’organizzazione islamista militante che intende rappresentare e guidare un movimento di resistenza per la liberazione della Palestina dall’occupazione israeliana. Hamas è considerato un attore non statale dalle spiccate potenzialità sia di hard power, delegate alla sua ala militare, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, che di soft power, per lo più affidate alla Dawah, la parte di Hamas che si occupa dei servizi sociali. Il Movimento è di difficile collocazione sullo spettro di altri attori non statali come per esempio Hezbollah, poiché dal 2007 si è imposto come leader de facto della Striscia di Gaza, assumendone le funzioni di autorità e governo. Hamas ha avuto scontri militari con Israele per ben quattro volte, nel 2008, nel 2012, nel 2014 e durante questa ultima escalation di 11 giorni chiamata da Hamas Operazione Spada di Gerusalemme. Nonostante sia considerato dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e da Israele come un’organizzazione terroristica, il gruppo rifiuta tale designazione, ed intrattiene relazioni diplomatiche con attori statali importanti come Iran, Qatar e Turchia.

Hamas, dall’arabo Movimento di Resistenza Islamico (Ḥarakat al-Muqāwamat al-Islāmiyyah), è un’organizzazione islamista militante che intende rappresentare e guidare un movimento di resistenza per la liberazione della Palestina dall’occupazione israeliana. Hamas è considerato un attore non statale dalle spiccate potenzialità sia di hard power, delegate alla sua ala militare, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, che di soft power, per lo più affidate alla Dawah, la parte di Hamas che si occupa dei servizi sociali. Il Movimento è di difficile collocazione sullo spettro di altri attori non statali come per esempio Hezbollah, poiché dal 2007 si è imposto come leader de facto della Striscia di Gaza, assumendone le funzioni di autorità e governo. Hamas ha avuto scontri militari con Israele per ben quattro volte, nel 2008, nel 2012, nel 2014 e durante questa ultima escalation di 11 giorni chiamata da Hamas Operazione Spada di Gerusalemme. Nonostante sia considerato dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e da Israele come un’organizzazione terroristica, il gruppo rifiuta tale designazione, ed intrattiene relazioni diplomatiche con attori statali importanti come Iran, Qatar e Turchia.

Leadership e organizzazione

La leadership dell’organizzazione è divisibile in tre categorie: quella politica, quella dedicata all’assistenza sociale, quella militare. Per quanto riguarda la prima, essa può essere scomposta a sua volta in leadership interna ed esterna. Quella interna si occupa di gestire le attività di assistenza sociale e di ordine pubblico all’interno della Striscia, assicurando quindi lo svolgimento delle attività quotidiane nell’enclave; mentre la leadership esterna si occupa di intrattenere relazioni coi sostenitori internazionali di Hamas. La politica generale del gruppo è diretta da un Politburo composto da 15 membri in esilio: quest’organo si trovava a Damasco fino allo scoppio della guerra civile siriana ma è stato costretto a trasferirsi a Doha poiché Hamas si è schierato contro il Presidente siriano Assad. Il leader storico di Hamas è stato Khaled Mashal, eletto nel 1997 fino al 2017, a cui è seguito Ismail Haniyeh, ex Primo Ministro della Striscia. Nel maggio del 2017 il gruppo ha pubblicato il primo documento programmatico che è andato a complementare la Carta Costitutiva del 1987, eliminando dal testo alcune delle parti più caratterizzate da un linguaggio antisemita. Tuttavia, non viene ancora riconosciuta la legittimità dello Stato di Israele anche se, per la prima volta, viene accettata la creazione di un’entità statale palestinese sulle linee pre-1967.

Per quanto riguarda la condotta delle operazioni militari, essa è affidata alle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, formate nel 1992 e chiamate in questo modo in onore di una figura chiave della resistenza palestinese durante le grandi rivolte arabe del 1936. Sebbene le Brigate siano parte integrante di Hamas, non è possibile stabilire una gerarchia chiara e precisa poiché storicamente esse hanno adottato un certo grado di autonomia, a seconda del comandante. Sotto la direzione di Yahya Ayyash, il primo leader dell’ala militare, le Brigate hanno ingaggiato una serie di campagne di attacchi suicidi sul territorio israeliano che hanno portato il gruppo alla ribalta soprattutto durante gli anni ’90. All’inizio degli anni duemila, con lo scoppio della Seconda Intifada, le capacità militari di Hamas sono traslate dagli attacchi suicidi, non sostenibili come strategia a lungo termine, a quella di una rudimentale capacità missilistica, con lo sviluppo dei primi razzi Qassam, prodotti localmente nella Striscia di Gaza, che nel corso degli anni sono stati continuamente migliorati e a cui si sono aggiunti anche razzi iraniani Fajr e Badr, più potenti e precisi dei Qassam. La dotazione missilistica di Hamas, seppur non comparabile a quella di Hezbollah, ha permesso al gruppo di avere importanti capacità di colpire Israele, costringendo quest’ultimo a dotarsi di difese aeree antimissile come il sistema Iron Dome.

Evoluzione di Hamas

Nascita e consolidamento: 1987-1993

Hamas nasce come un gruppo affiliato alla frazione palestinese della Fratellanza musulmana, che a partire dall’occupazione israeliana della Cisgiordania successivamente alla guerra dei Sei giorni aveva potuto crescere abbastanza facilmente, dato che Israele era occupato in quel periodo a contrastare il nazionalismo laico dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat, visto come minaccia maggiore. Hamas è stato fondato dallo Sceicco Ahmed Yassin, un imam palestinese, che nel 1987 capì che il momento della resistenza era propizio e con lo scoppio della Prima Intifada nel dicembre dello stesso anno il Movimento ebbe la prima opportunità di porsi alla guida della resistenza palestinese. Proprio alla fine degli anni ‘80, in tutto il Medio Oriente, iniziava infatti un revival dell’islam politico, anche sull’onda d’urto della rivoluzione khomeinista in Iran, e lo Sceicco Yassin decise quindi di proporre un’alternativa nazionalista ed islamica al laicismo dell’OLP. Questo momento ha coinciso poi con la ricalibrazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina che, per volere di Arafat, iniziò il suo percorso diplomatico con l’accettazione dello Stato di Israele e della divisibilità dei Territori palestinesi, abbandonando l’idea dell’entità territoriale della Palestina storica. Questo percorso portò Arafat a firmare gli Accordi di Oslo nel 1993, con il riconoscimento di Israele e la creazione dell’Autorità Nazionale palestinese, una sorta di embrione di proto-stato.

Fase della resistenza: 1993-2006

Hamas rimase invece rigidamente ancorato ad una posizione massimalista, e immediatamente denunciò Oslo come un tradimento ed un segno della complicità dell’OLP nell’occupazione israeliana, dando quindi inizio alla fase della resistenza. Il Movimento diede il via ad una vera e propria guerra di attrito nei confronti del processo di pace, utilizzando campagne di attacchi suicidi contro Israele. Il clima di terrore che si venne a creare nella seconda metà degli anni ‘90 sconvolse l’opinione pubblica israeliana e fece aumentare la polarizzazione e la violenza politica fra israeliani e palestinesi, favorendo anche l’ascesa al potere del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e portando, agli inizi degli anni duemila, alla “morte cerebrale” di Oslo. Infatti, alla vigilia del XXI secolo, un accordo finale sulla base dei precetti di Oslo appariva sempre più irraggiungibile. L’utilizzo del jihad da parte di Hamas offriva, agli occhi dei palestinesi, orgoglio e dignità mentre il percorso diplomatico intrapreso dall’OLP aveva portato a quello che Hamas definì “una vita di umiliazioni sotto occupazione”. Lo scoppio della Seconda Intifada nel settembre del 2000 offrì una seconda opportunità ad Hamas per porsi alla leadership della resistenza palestinese. Questa volta il Movimento islamico diede il via ad una guerra di attrito ancora più violenta rispetto alla prima, tramite il cosiddetto equilibrio del terrore: Hamas avrebbe colpito indiscriminatamente i civili israeliani, ritenendoli colpevoli delle azioni compiute dal loro Stato, in modo da mettere pressione ad Israele instillando il terrore nella sua opinione pubblica. Tuttavia, questa tattica esaurì presto la sua carica e diventò presto insostenibile a lungo termine. Hamas, quindi, iniziò a cercare alternative per sostenere la propria piattaforma ideologica. L’opportunità questa volta venne inaspettatamente dall’agenda di democratizzazione dell’amministrazione Bush, nell’ambito della Global War on Terror. Infatti, alla fine della Seconda Intifada, nel 2005, gli Stati Uniti sollecitarono i palestinesi a tenere libere elezioni e ad eleggere un governo che non favoreggiasse il terrorismo. Iniziò quindi, all’interno di Hamas, un acceso dibattito sulla partecipazione alle elezioni e sulla sua stessa natura, in modo da passare da movimento di resistenza ad un vero e proprio movimento politico. Dopo numerose deliberazioni all’interno del Politburo, Hamas decise di concorrere per le elezioni. Questo era il contesto alla vigilia delle elezioni palestinesi del gennaio 2006, il cui risultato sorprese la comunità internazionale: Hamas sbaragliò Fatah alle urne.

Fase della governance: 2007- presente

C’erano numerosi fattori dietro alla vittoria elettorale del Movimento islamico, ma la sua leadership capì esplicitamente che questo era un chiaro sintomo dell’inadattabilità del framework di Oslo, e si adoperò immediatamente per smantellarlo in maniera definitiva. L’obbiettivo successivo sarebbe stata l’Autorità Nazionale Palestinese (di cui lo stesso Hamas avrebbe dovuto far parte, essendo stato eletto), vista come illegittima e succube del controllo israeliano. Ovviamente la comunità internazionale reagì in modo sbalordito e confuso alla vittoria di un partito islamista nella Striscia di Gaza, e condizionò la sua interlocuzione con Hamas sulla base di tre principi: impegno alla non violenza; riconoscimento dello Stato di Israele; accettazione degli accordi firmati dall’OLP. Questi principi rappresentavano le stesse condizioni che l’OLP accettò nel 1988, quando intraprese il suo percorso diplomatico e che culminarono con Oslo. Hamas si rifiutò categoricamente di acconsentire a delle condizioni che riteneva inaccettabili e incompatibili con la sua ideologia, soprattutto il riconoscimento di Israele e l’obbligo di sottoscrivere gli accordi stipulati dall’OLP. Questo rifiuto si risolse nel boicottaggio del governo di Hamas da parte della comunità internazionale (Stati Uniti ed Unione Europea in primis) con l’interruzione delle relazioni diplomatiche e degli aiuti finanziari. L’isolamento diplomatico e finanziario portò ad un forte aumento delle tensioni all’interno della Striscia di Gaza, soprattutto fra Hamas e Fatah, il partito rivale laico che voleva ovviamente mantenere vivo il framework di Oslo, dato che Fatah traeva la sua legittimità proprio dagli Accordi del 1993. Le tensioni si trasformarono in una vera e propria guerra civile, che culminò con la battaglia di Gaza del 2007, quando Hamas riuscì a prendere il controllo della Striscia cacciando Fatah in Cisgiordania. Questo fu l’epilogo che diede luogo alla situazione attuale, con la rottura istituzionale fra Gaza e Cisgiordania diventate effettivamente due entità separate e governate da partiti rivali e al contenimento di Hamas all’interno della Striscia. Le aspettative della comunità internazionale erano che le condizioni di vita deteriorate dei cittadini palestinesi a Gaza avrebbero spinto gli stessi a rivoltarsi contro Hamas, ma in realtà, il Movimento diede il via al cosiddetto “governo della resistenza”, in cui la nozione di jihad non venne più semplicemente adottata come tattica contro il nemico ma istituzionalizzata come strategia olistica da applicare in ogni ambito della vita quotidiana: sociale, culturale ed economico.

Operazione Spada di Gerusalemme

L’ultima escalation fra Gaza ed Israele ha visto l’uso più intenso della capacità militare di Hamas fin dall’Operazione Margine di Protezione del 2014.  Nel corso degli 11 giorni di conflitto, oltre 4360 razzi e colpi di mortaio sono stati sparati verso il territorio dello Stato ebraico. Massicci sbarramenti di razzi verso il fronte meridionale e centrale israeliano si sono alternati a lanci “di routine” contro le comunità ebraiche attorno alla Striscia di Gaza, anche con la presa di mira di Gerusalemme nel giorno di apertura del conflitto, cosa che non accadeva proprio dal 2014. I mezzi attualmente utilizzati da Hamas sono simili a quelli che hanno caratterizzato le campagne precedenti, principalmente razzi a medio e corto raggio, colpi di mortaio e missili anticarro (ATGM). Questa volta, però, è chiaramente visibile un miglioramento qualitativo delle armi usate, con l’utilizzo di razzi con un maggior livello di precisione come dimostrato dal fatto che è stata colpita per la prima volta la cittadina israeliana di Eilat, nel profondo Sud del paese con un nuovo razzo chiamato Ayyash 250, in onore proprio del primo comandante delle Brigate al-Qassam. In questo round di combattimenti, Hamas ha anche dimostrato discrete capacità di comando e controllo, soprattutto per quanto riguarda il livello di coordinamento con il Jihad islamico palestinese (JIP). Rispetto ai precedenti, è stato messo in atto un tentativo di saturazione del sistema di difesa israeliano Iron Dome, effettivamente andato sotto stress nei momenti di maggiore intensità ma che comunque ha dimostrato ancora una volta la sua efficacia. Ma al di là di queste somiglianze tra la campagna attuale e quelle precedenti, ci sono una serie di differenze significative. Tra queste, spiccano il contesto e gli obbiettivi strategici del Movimento islamico. Il contesto in cui è avvenuta l’attuale escalation è la cancellazione delle elezioni generali dell’Autorità Palestinese il 29 aprile da parte di Mahmoud Abbas e la connessione tra la Striscia di Gaza e Gerusalemme, che Hamas sta cercando di imporre allo Stato ebraico, con l’intenzione di cambiare l’equazione di deterrenza con Israele.

Partendo proprio da quest’ultimo punto, nelle tensioni che si sono sviluppate a Gerusalemme durante il mese sacro del Ramadan (iniziate con la chiusura della Porta di Damasco ai fedeli musulmani per l’iftar, proseguite con il tentato sfratto dei palestinesi a Sheik Jarrah e culminate con gli scontri all’interno della moschea di al-Aqsa) Hamas ha identificato un’opportunità per uscire dall’isolamento di Gaza e collegarsi alla questione dei palestinesi gerusalemiti, al fine di posizionarsi come leader della lotta nazionale palestinese e riportare la questione ai primi posti dell’agenda internazionale. Per la prima volta poi, Hamas è stato in grado di dettare i tempi bellici della campagna, imponendo un ultimatum ad Israele in cui veniva chiesto il ritiro delle forze israeliane da al-Aqsa e dell’interruzione degli sfratti a Sheik Jarrah. Questa è ovviamente una novità di non poco conto, dato che fino ad oggi era stato Israele a dettare i tempi e le condizioni di scontro con il Movimento islamico. 

Oltre ai mezzi e al contesto, quali erano gli obbiettivi di Hamas? Perché iniziare un’escalation? Esacerbare le tensioni a Gerusalemme e quelle tra ebrei e arabi in Israele, sia a livello sociale che a livello politico, è stato visto come un risultato molto importante – un risultato che è stato poi sfruttato per ingrandire la capacità di influenza dell’organizzazione ed estenderla a livello regionale. L’organizzazione si è posizionata come difensore di al-Aqsa e di Gerusalemme, che per i palestinesi ha un valore cruciale dato che dovrebbe rappresentare la loro ipotetica capitale; è riuscita a lanciare razzi in profondità nel territorio israeliano, causando 12 morti e centinaia di feriti; ha intensificato i disordini civili nelle città miste ebraico-arabe in Israele, come Haifa, Lod, Ramle e Jaffa, incoraggiando la gioventù arabo-israeliana a prendere parte alle manifestazioni contro Israele; ha suscitato proteste in Cisgiordania, con l’annuncio di scioperi generali della manodopera palestinese e scontri violenti con l’IDF; e soprattutto si è nuovamente imposta come leader del lotta nazionale palestinese, diminuendo ancora di più la già fragile posizione dell’Autorità Palestinese (AP) e del suo Presidente Abbas, visto dalla popolazione palestinese come il maggior ostacolo alla riunificazione istituzionale dei Territori palestinesi, soprattutto dopo la cancellazione delle elezioni previste per quest’anno. Tuttavia, anche alla luce di questi obbiettivi raggiunti, vanno sottolineate le grandi perdite subite da Hamas a livello di manpower ed economico ma soprattutto dei danni materiali subiti dalla Striscia di Gaza durante gli 11 giorni di scontri. Il Ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, ha dato un bilancio di 232 vittime palestinesi, tra cui più di 66 minori, e oltre 1.600 feriti. Ma alcuni analisti sospettano che questi numeri siano sottostimati e che il numero dei combattenti uccisi sia più alto. Le Israel Defence Forces, nel loro bilancio post-operazione, hanno comunicato di aver eliminato circa 225 miliziani di Hamas e della JIP, oltre che di aver distrutto oltre 100 km della rete di tunnel sotterranei che circondano l’enclave palestinese, usati da Hamas per nascondere razzi e operativi. Negli ultimi giorni dell’operazione, l’IDF si è concentrata sulle capacità di lancio dei razzi del gruppo, con circa 570 attacchi aerei mirati alle postazioni di lancio. Alla fine della campagna, terminata con un cessate il fuoco mediato dall’Egitto, sia Israele che Hamas hanno cantato vittoria, seppure il consenso generale fra gli analisti sia più propenso a valutare l’esito degli scontri come un pareggio, dato che Israele non è riuscito nel tentativo di distruggere completamente le capacità operative di Hamas, mentre quest’ultimo rimane ancora isolato e bloccato all’interno della Striscia.

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