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TematicheAmerica LatinaHaiti tra gruppi armati e traffico illecito di armi

Haiti tra gruppi armati e traffico illecito di armi

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Haiti è in preda al caos. Nel Paese vige la legge del più forte e il traffico illecito di armi potenzia le bande armate che con i loro conflitti logorano una società già ampiamente in crisi. La comunità internazionale ha abbandonato Haiti, il cui futuro è decisamente difficile da prevedere.

Haiti è soffocata dal caos di violenti rivolte, diretta conseguenza della grave crisi umanitaria che da anni tormenta il Paese. Una crisi le cui cause sono da individuare nel contesto socio-economico e politico di questa nazione. Haiti è infatti il Paese più povero dell’America Latina, con circa l’80% della popolazione che vive in una condizione di povertà degradante. Nelle zone rurali migliaia di persone soffrono la fame e molti muoiono ancora di colera a causa dell’epidemia scoppiata nel 2010, nella quale più di 9.000 persone persero la vita. A rendere ancora più drammatico il quadro  globale, nello stesso anno Haiti venne colpita da uno dei più devastanti terremoti della sua storia, in cui morirono 230.000 persone. Ad aggravare l’instabilità politica, nel luglio del 2021 il presidente haitiano Jovenel Moïse è stato assassinato da un gruppo di ex militari (26 colombiani e 2 haitiano-americani) mentre era in casa. L’FBI all’inizio del 2023 ha arrestato 11 uomini di origine colombiana e venezuelana residenti nel sud della Florida, ritenuti responsabili di aver pianificato l’incursione e di aver procurato armi e materiali.

Questo episodio ha innescato un’escalation di violenza tra i gruppi armati che hanno iniziato ad esercitare il potere con la forza sull’intera capitale, Port-au-Prince. Solo nel 2023, infatti, The United Nations Integrated Office in Haiti (BINUH) ha registrato più di 8.400 vittime dirette della violenza delle bande, un dato preoccupante che è aumentato del 122% rispetto al 2022. Di fatto, nella capitale vige l’anarchia: i gruppi armati hanno liberato più di 3.000 detenuti, per le strade è facile imbattersi in corpi senza vita e gli spari delle gang preoccupano i cittadini.

Tuttavia, Haiti non ha capacità di produzione di armi da fuoco o munizioni; è evidente che le armi utilizzate dalle varie milizie che governano ormai l’80% della capitale e gran parte del Paese, provengano in realtà dal mercato nero. Questo Stato presenta estese frontiere terrestri e marittime che sono scarsamente sorvegliate e difese. Haiti ha 1.771 chilometri di costa e un confine terrestre di 392 chilometri con la Repubblica Dominicana, ma nessuna capacità di sorveglianza aerea, marittima o terrestre, e ciò favorisce l’afflusso di armi e munizioni clandestine. In effetti, la maggior parte di armi, munizioni e componenti vengono contrabbandati nel Paese attraverso spedizioni aeree, nascosti in camion, auto, imbarcazioni e perfino all’interno dei prodotti destinati ai consumatori. Molte di queste merci sequestrate dai funzionari doganali haitiani sono state rinvenute attraccate nei porti pubblici e privati di Port-au-Prince, in container provenienti dagli Stati Uniti, in particolare dalla Florida, che risulta essere il maggior esportatore di armi da fuoco e munizioni ad Haiti, soprattutto di AK47, AR15 e Galils. Un rapporto delle Nazioni Unite del 2020 stimava circolassero oltre 270.000 armi illecite ad Haiti, mentre la CNDDR (Commission Nationale de Désarmement, de Démantèlement et de Réinsertion) ne stimava più di 500.000.

Il gruppo armato che attualmente desta più preoccupazione, in quanto più rifornito e equipaggiato, è la G9 an fanmi, in realtà una coalizione criminale di ben 9 bande, oggi guidata dall’ex membro della polizia Jimmy Chérizer, alias “Barbecue”. Questa organizzazione è presente capillarmente nel territorio e gestisce gran parte dei servizi pubblici, come la fornitura di elettricità ed acqua. La principale economia della G9 è l’estorsione: quest’ultima richiede “pagamenti di protezione” agli autisti dei trasporti pubblici, alle imprese locali e ai chioschi dei venditori ambulanti, supervisionando anche i rapimenti di civili a scopo di riscatto. 

I vari tentativi dell’ONU di ristabilire l’ordine su Haiti sono stati pressoché inutili: la missione di peacekeeping MINUSTAH (Mission des Nations Unies pour la stabilisation en Haiti, 2004-2017) aveva come obbiettivi il contrasto delle numerose bande armate e di garantire stabilità politica nel Paese. In effetti i caschi blu hanno contribuito alla costruzione di scuole, alla distribuzione di cibo e a rendere complessivamente più sicure le principali aree urbane, ma al termine della missione sono emersi numerosi casi di stupro e violenze perpetrate ai danni delle giovani haitiane da parte dei militari nepalesi.

Sulle ceneri della controversa MINUSTAH, il Kenya ha richiesto di inviare un contingente di almeno 1.000 poliziotti al fine di addestrare le forze dell’ordine di Haiti, anche se dietro a questa tattica si cela una strategia più complessa. Il Kenya può infatti risultare un insolito protagonista, vista la sua lontananza geografica da Haiti, ma analizzando la politica internazionale adottata dal Paese africano si possono comprendere le ragioni che lo hanno spinto ad intervenire. Il Kenya ha partecipato a svariate missioni di pace in Africa, Medio Oriente, Balcani, Asia, con una politica estera mirata ad accrescere la fama e il prestigio internazionale del Paese, al fine di avvicinarsi alle potenze occidentali (in particolare USA e Europa), soprattutto in chiave anti-cinese, visto anche l’interesse economico che la Cina ha manifestato per la parte Sub-sahariana del continente. Ma non solo: la popolazione di Haiti è infatti composta per il 94% da africani, dai quali gli haitiani hanno ereditato la religione vudù e altre religioni afro-americane, rendendo Haiti e Kenya culturalmente vicini.

Tuttavia, l’ambizioso progetto keniota sembra subire rallentamenti a causa dell’opposizione portata avanti dal politico e avvocato Ekuru Aukot, principale esponente del partito progressista Thirdway Alliance, il quale ritiene prioritario contrastare la criminalità interna del Kenya dando meno rilevanza alla politica estera. Ekuru ha inoltre aspramente criticato l’operato dell’attuale presidente keniota, William Ruto, e la politica imperialistica degli Stati Uniti. In un’intervista ha dichiarato infatti: il Presidente [William Ruto] viene usato dall’America, non possiamo permetterci questo servizio, sottolineando altresì l’impreparazione della polizia kenyota e di come gli Stati Uniti “lascino sempre quei Paesi  [Haiti, Afghanistan, Iraq] in uno stato di caos [dopo le missioni di peacebuilding]”. Se da una parte la politica estera dell’attuale Presidente in carica agevolerebbe l’economia del Kenya favorendo una alleanza strategica con il mondo occidentale, dall’altra, l’attuale leader dell’opposizione, Ekuru Aukot, risulta più propenso a migliorare la situazione interna del Paese e ad allontanarsi dalle missioni di pace in altri Stati. Haiti continua a rimanere senza supporto esterno e le bande criminali, il traffico illecito di armi e lo scarso interesse strategico di Haiti nel panorama internazionale rischiano di rendere questo Paese un “fallimento globale” senza precedenti.

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