Haiti: le contestate riforme legislative e le reazioni statunitensi

Tensione alta ad Haiti dove l’opposizione ha cercato di destituire il presidente Moise attraverso un colpo di stato. Il nervosismo sull’isola haitiana è stato accresciuto anche in ragione delle riforme legislative promosse dal presidente haitiano, che hanno provocato l’indignazione della popolazione locale ma anche degli Stati Uniti, i quali si mantengono però cauti circa un cambio di guardia alla guida dello stato centroamericano.

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Nell’isola centroamericana è stato messo in atto un tentativo di colpo di stato contro il presidente Jovenel Moise che ha condotto all’arresto di 23 persone: promotori del tentato golpe, come spiegato in conferenza stampa dal ministro della Giustizia haitiano, Rockfeller Vincent, risultano accusati un giudice della Corte di cassazione ed un responsabile della polizia locale.

La popolazione haitiana, specie la parte più giovane, contesta apertamente il presidente Moise: quest’ultimo è infatti accusato di aver smantellato le istituzioni, di aver dato adito al saccheggio delle casse dello Stato e di aver fornito carta bianca alle milizie che possono ora fare il bello ed il cattivo tempo sul territorio. Le ultime decisioni lo hanno reso ancor più impopolare, specie tutte quelle misure dirette a rafforzare la sicurezza pubblica, nonché la scelta di qualificare come “atto terroristico” le manifestazioni di pacifica protesta sociale.

Il 26 novembre dello scorso anno il governo haitiano ha pubblicato su “Le Moniteur”, Giornale Ufficiale della Repubblica di Haiti, due decreti inerenti la sicurezza nazionale: il primo, il Dècret Portant Creàtion, Organisation et Fondactionment de l’Agence Nationale d’Intelligence (ANI) istituisce una nuova agenzia di intelligence il cui obbiettivo è la raccolta di informazioni e la repressione di tutti quegli atti giudicati una minaccia alla sicurezza nazionale. In particolar modo, a destare preoccupazioni nella popolazione haitiana risultano essere due articoli della norma che garantiscono la totale segretezza nella conduzione delle operazioni ed una libertà d’azione fin troppo ampia ai funzionari dell’agenzia, i quali, tutelati giuridicamente con uno status speciale, possono accedere in qualsiasi momento in abitazioni private per prelevare tutto quello che reputino essere pertinente, compresi i documenti, ai fini della loro indagine.

Il secondo decreto, denominato Dècret pour la Renforcement de la Sècuritè Publique, amplia notevolmente l’elencazione dei reati giudicati azione terroristica, includendo in tale ambito delitti come la rapina, l’estorsione, l’incendio doloso e addirittura, ed è ciò che desta maggior preoccupazione agli occhi dell’opinione pubblica, l’affollamento o il blocco delle strade pubbliche. Le sanzioni per coloro giudicati colpevoli di aver posto in essere atti terroristici sono pesantissime e vanno dai 30 ai 50 anni di carcere.

Il blocco stradale risulta essere infatti una delle tattiche di protesta pacifica più comuni ad Haiti: durante la Giornata Internazionale dei Diritti umani le varie associazioni locali organizzarono, ad esempio, una marcia per la vita: le manifestazioni che domandano le dimissioni di Moise sono state inoltre spesso represse da parte della polizia che non ha disdegnato l’uso della forza, di gas lacrimogeni e di armi da fuoco.

Ad esasperare ancor di più gli animi è giunta la decisione di Moise di indire per il prossimo 25 aprile un referendum per l’approvazione di una nuova Carta Costituzionale: su tale progetto si è messa all’opera un task force nominata dalla stesso presidente ma dei lavori di quest’organo non vi è alcuna bozza pubblica. L’opposizione considera costituzionalmente giunto a termine il mandato di Moise, iniziato nel febbraio del 2017, tanto da indurla a procedere alla nomina di un presidente di transizione.

Da diversi anni il paese haitiano versa in uno stato di costante emergenza umanitaria, aggravata dal passaggio degli uragani Jeanne (2004) e Matthew (2016), mentre nel 2010 venne investito da uno dei terremoti più distruttivi della sua storia, in cui perirono circa duecentomila persone. A questa instabilità politica si aggiunge quella economica e sociale, causata dagli effetti della pandemia di corona-virus. Recentemente l’opinione pubblica è stata scossa dall’evasione dalla prigione di Croix des Bouquets di Arnel Joseph, capo della “Village de Dieu”, una delle gang più potenti di Haiti: l’episodio è accaduto durante una rivolta in cui hanno perso la vita sette detenuti e un ufficiale di polizia.

Gli Stati Uniti, principale partner economico di Haiti e sostenitore di Moise, non sono rimasti inerti dinanzi al dilagare della violenza. Già il 10 dicembre scorso, durante l’amministrazione Trump, il Dipartimento del Tesoro americano annunciò la decisione di sanzionare Joseph Pierre Richard Duplan, rappresentante dipartimentale, Fednel Monchèry, direttore generale del ministero degli interni e degli enti locali e Jimmy Cherizier, ex funzionario della polizia nazionale, imputando loro la responsabilità di uno dei peggiori massacri nella storia recente di Haiti, avvenuto il 13 novembre del 2018 a La Saline.

Duplan, Monchery e Cherizier hanno subito in base al Global Magnitsky Human Rights Accountability Act il congelamento dei loro beni negli Stati Uniti.

Anche recentemente gli statunitensi hanno espresso le loro preoccupazioni per la situazione haitana, mostrandosi però piuttosto cauti circa una destituzione del Presidente Moise: nel Department Press Briefing del Dipartimento di Stato americano del 12 febbraio scorso, Washington auspica che il governo haitiano organizzi al più presto elezioni legislative libere ed eque in modo che il parlamento possa riappropriarsi del suo legittimo ruolo. Al tempo stesso, a destare preoccupazione alla nuova amministrazione Biden risulta essere il malcontento mostrato dal popolo haitiano riguardo il prosieguo del mandato del Presidente Moise. Mentre la popolazione giudica che Moise abbia già terminato il suo mandato, Washington ritiene invece che la legislatura, iniziata nel 2017, debba concludersi dopo la sua naturale scadenza di cinque anni, ovvero nel 2022, smentendo in tal modo coloro i quali opinavano che il presidente haitiano avrebbe dovuto cedere il passo già nel 2021.

Nonostante Washington sostenga apertamente Moise, il popolo haitiano attende comunque speranzoso un maggior interventismo da parte degli americani, sia in ricordo di ciò che avvenne nel 2010, quando, dopo il disastroso terremoto che colpì il paese centroamericano, il presidente americano Barack Obama insieme ai due ex presidenti George W. Bush e Bill Clinton, lanciò una raccolta fondi per Haiti denominata “ClintonBushHaitiFund”. Il vertice dei “tre presidenti” fece da apripista anche alla missione del segretario di Stato Hillary Clinton. Le relazioni tra i due paesi si mantennero sostanzialmente cordiali durante l’amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump, anche in ragione della concordia tra i due presidenti nel denunciare l’amministrazione venezuelana di Nicolàs Maduro: nel marzo del 2019, infatti, il tycoon incontrò il presidente Moise nella sua residenza di Mar-a-Lago a Palm Beach in Florida per discutere di commercio e investimenti. In tale occasione il presidente americano promise un maggior impegno degli Stati Uniti nella regione caraibica: al vertice erano infatti presenti, oltre a Moise, anche il primo ministro di Santa Lucia, Allen Chastanet, il presidente della Repubblica Dominicana Danilo Medina, il primo ministro della Giamaica Andrew Holness ed il primo ministro delle Bahamas.
Tanto la popolazione haitiana quanto lo stesso Moise hanno mostrato entusiasmo per la vittoria elettorale di Joe Biden e durante la sua campagna elettorale il neo-presidente statunitense ha strizzato l’occhio agli haitiani, specie nella sua tappa nel quartiere di Little Haiti a Miami, in Florida, dove promise di mettere la questione dell’immigrazione e il Temporary Protected Program (TPS) in cima alla sua lista di priorità.