Habibi, la nuova compagnia di Israele

Un intervento come tanti altri in una mattinata come le altre. Si preannunciava così il discorso che il direttore del Mossad Yossi Cohen si apprestava a dare circa un anno fa nel palcoscenico della Conferenza di Herzliya, occasione annuale di incontro dell’establishment politico, diplomatico e militare di Israele. Il salone per metà si era già svuotato dopo l’accesa arringa dell’allora candidato premier Benny Gantz mentre il pubblico più autorevole già si era artatamente dileguato.

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Eppure quell’occasione si rivelò differente. In un discorso estremamente inusuale per un Direttore in carica, Cohen aveva deciso di sfruttare quella rara apparizione pubblica per rivelare che sotto la sua guida il Mossad aveva rappresentato la punta di lancia della politica di avvicinamento perseguita da Israele verso i così detti Paesi arabi moderati. Rivelazione tanto inconsueta da apparire come una sorta di candidatura politica alla stampa israeliana che il giorno seguente diede eco alla notizia. Delitto arcinoto per cui non si avevano prove a sufficienza per incastrare l’esecutore materiale, ora reo confesso. Dossier gestito dai servizi di intelligence e non dal corpo diplomatico, da cui nei giorni seguenti si sollevarono inevitabili voci risentite nella più classica delle lotte intestine tra apparati. A conferma non solo dei requisiti tecnico-operativi richiesti da una tale manovra di abbordo ma ancor più del mandante ultimo di tutta l’operazione, ovvero il premier Netanyahu. Interessato a lasciare ai posteri un grande successo diplomatico, la normalizzazione dei rapporti con alcuni dei principali Paesi arabi della regione.

Geopolitica del Coronavirus

Uno scenario del genere è stato replicato nelle ultime settimane a causa dello scoppio della pandemia, crisi sanitaria ma grande opportunità politico-diplomatica. In un ruolo del tutto insolito infatti, il Mossad è stato investito del compito di reperire materiale medico-sanitario per la lotta alla diffusione del virus nei Paesi che non intrattengono ufficialmente relazioni diplomatiche con Israele. Non è dato sapere esattamente in quali teatri abbia agito. Tuttavia è probabile che l’attenzione sia stata rivolta ai ricchi Stati del Golfo, con capofila gli Emirati Arabi Uniti. A conferma di ciò, in una sorta di do ut des Abu Dhabi ha fatto atterrare per ben due volte degli aerei cargo della compagnia di bandiera Etihad all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv per fornire aiuti medici alla popolazione palestinese, peraltro successivamente rifiutati dall’Autorità palestinese.

La strategia dei Tre cerchi concentrici

Gli eventi sopracitati si inseriscono in una cornice strategica più ampia delineata da Israele, definibile come la strategia dei ‘Tre cerchi concentrici’. Questa consisterebbe nel tentativo di normalizzare le relazioni con Paesi arabi e/o a maggioranza musulmana che in passato venivano qualificati come nemici strategici o avversari ostili. Ciò significherebbe imporre una Vestfalia alle ragioni della fede, all’interno di un generale riassetto dell’equilibrio di potenza regionale in cui, in una più classica competizione tra attori conservatori e revisionisti, l’affinità di interessi trascenderà sempre più le divisioni basate sulla comune appartenenza etnico-religiosa. Il tutto in un macro-quadrante geopolitico affollato che si staglia tra Gibilterra e Malacca passando per il Mediterraneo, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano e comprendente altri due colli di bottiglia strategici come Suez e Bab al-Mandab, oltre che il Golfo Persico e Hormuz nella sua propaggine orientale. I tre cerchi sono rappresentati da altrettante organizzazioni internazionali tra loro concatenate: il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), la Lega araba e l’Organizzazione della cooperazione islamica (OIC). Esse vanno a formare una matrioska tale per cui tutti gli Stati membri del GCC appartengono anche alla Lega araba, i cui membri a loro volta appartengono all’OIC. L’obiettivo finale è allargare il parterre degli attori amici nel vicino esterno da affiancare a Egitto e Giordania, ormai partner di lungo corso di Israele.

1-GCC+ Lega Araba+ OIC: Si tratta del raggruppamento di Paesi più importanti dal punto di vista israeliano. Infatti tra di essi ci sono quelli che per decenni hanno rappresentato i suoi principali rivali strategici. Oggi interessati a un avvicinamento a Israele in primis in chiave anti-iraniana e magari, nel futuro prossimo, anche all’acquisto di sistemi d’arma (Israele ha incrementato del 77% l’export di armamenti dal periodo 2010-14 al 2015-19, dati SIPRI). Tra di essi figura innanzi tutto l’apripista Oman, visitato da Netanyahu nell’ottobre 2018 e noto per la politica di moderazione ed equidistanza del sultano Qaboos, recentemente deceduto. Poi c’è l’Arabia Saudita, di cui è utile rammentare alcuni passi significativi come l’autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo da parte di aerei civili israeliani e la concessione dei primi visti di lavoro per cittadini arabi israeliani. Ma anche misure simboliche come la messa in onda durante il mese di Ramadan della serie tv ‘Um Haroun’ (racconta le vicende di una donna araba di religione ebraica) e la pubblicazione degli auguri in ebraico da parte dell’Ambasciata saudita a Washington in occasione dello scorso Rosh haShana, il capodanno ebraico. Inoltre di recente il giornale Israel Hayom ha rivelato l’esistenza di negoziati con cui gli israeliani starebbero considerando l’opportunità di un ingresso di Riad nel Jerusalem Islamic Waqf, la fondazione a guida giordana che controlla la Spianata delle Moschee, al fine di compensare la recente penetrazione della Turchia. Poi il Bahrein, paese ospitante nel giugno 2019 del Workshop di Manama in cui è stata presentata la parte economica del ‘Peace to Prosperity’ Plan del presidente Trump. Infine gli EAU, negli ultimi mesi capofila di tale avvicinamento, i quali hanno invitato Israele a inviare una delegazione a Expo Dubai 2021 e il cui Ambasciatore a Washington ha partecipato alla presentazione della seconda parte del piano avvenuta alla Casa Bianca lo scorso gennaio, insieme ai rappresentanti di Bahrein e Oman. Secondo l’ex premier qatariota tali Paesi in futuro potrebbero persino firmare un patto di non aggressione con Israele. Inoltre, seppure con estrema discrezione, in Libia Israele ha già iniziato una collaborazione a livello operativo con alcuni di questi attori a sostegno di Haftar.

2-Lega Araba+OIC: In questo secondo cerchio è utile rammentare il recente avvicinamento con il Sudan, a un anno dal colpo di Stato che ha deposto il dittatore Omar al-Bashir. Infatti lo scorso febbraio Netanyahu è volata a Entebbe, Uganda, dove ha incontrato il generale Al-Buhran, presidente del Consiglio Sovrano ovvero l’organo collegiale che guida la transizione istituzionale. In quell’occasione si è raggiunta una prima intesa per l’utilizzo dello spazio aereo sudanese da parte dei voli civili israeliani.

3-OIC: Da una parte il Ciad, Paese a maggioranza musulmana in cui l’arabo insieme al francese è lingua ufficiale. Anello di congiunzione tra il Nord Africa e l’Africa sub-sahariana, visitato nel gennaio 2019 da Netanyahu il quale ha incontrato il presidente Idriss Déby, con cui ha annunciato la prossima riapertura delle relazioni diplomatiche interrotte nel 1972. Da ultimo l’Indonesia, estremo orientale del macro-quadrante geopolitico di cui si è detto. Unico Paese non arabofono di quelli considerati ma dal grande potenziale simbolico in quanto Stato musulmano più popoloso del pianeta, da cui nel luglio dello scorso anno è partita una delegazione della camera di commercio in visita all’Israel Diamond Exchange.

Il neo palestinese

Unico elemento di potenziale frizione in grado di congelare il recente avvicinamento tra Israele e i suoi ex rivali è rappresentato dalla questione dell’annessione di porzioni della Cisgiordania al territorio israeliano. In una prima assoluta, l’ambasciatore emiratino a Washington Yousef al-Otaiba nell’edizione ebraica del giornale Yedioth Ahronoth ha invitato Israele a non intraprendere passi unilaterali che minerebbero la stabilità della regione. A tale messaggio è seguita la pubblicazione di un video dai contenuti simili nei social media della direttrice della comunicazione del Ministero degli Affari Esteri. Ciononostante più che una linea rossa quello pubblicato da Abu Dhabi sembrerebbe un mite consiglio di un nuovo amico che invita a non disperdere i cruciali sforzi fatti per il riavvicinamento. Gli emiratini infatti mal digerirebbero accelerazioni unilaterali del nuovo governo israeliano su questo fronte. Tanto più dopo aver fatto comprendere discretamente la loro disponibilità a negoziare sulla base del piano trumpiano, peraltro altrettanto favorevole a Israele. Così che la questione palestinese possa essere alla fine derubricata, anche da parte araba, a neo benigno che non necessiti di essere rimosso con la forza ma con cui al contrario è possibile convivere.

Pietro Baldelli

Geopolitica.info

Mappa a cura di Federico Simeoni