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NotizieGuerre di propaganda digitali

Guerre di propaganda digitali

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Al giorno d’oggi sempre più spesso ci si affida ai social media per il reperimento delle notizie, per interagire con amici, parenti e conoscenti e per passare il tempo. È una dinamica figlia dei nostri tempi ma, quando viene sfruttata anche dalla politica possono crearsi situazioni particolari e, ad una prima occhiata, incomprensibili. L’ironia e il sarcasmo, due caratteristiche che si possono spesso trovare all’interno degli ecosistemi dei social media, possono irrompere infatti nel dibattito politico in maniera estremamente efficace, tagliente ed anche costruttiva. In Italia è possibile pensare ad esempio a pagine come Socialisti Gaudenti, FotodiPolitici, o Fotografie segnanti che producono meme e contenuti divertenti spesso legati alla politica.

Ma cosa succede se questo accade nei confronti di un paese estremamente sensibile ai temi su cui si fa ironia e che dispone di un’infrastruttura in grado, teoricamente, di gestire queste situazioni? Per rispondere si può osservare quello che è successo qualche settimana fa in Cina, dove c’è stato una sorta di incidente diplomatico a causa di una serie di incomprensioni nata sui social media thailandesi.

La guerra memetica tra Cina e Thailandia

Tra Thailandia e Cina è andata in scena la prima guerra condotta a suon di meme. La storia è decisamente particolare e da questa parte del mondo non ha avuto moltissimo risalto.

Qualche settimana fa, su Twitter, l’attore thailandese Vachirawit Chivaree (noto come Bright) ha condiviso un tweet in cui descriveva Hong Kong come uno stato indipendente mentre, per adesso, è  una regione amministrativa speciale della Cina. Il tweet è finito su Weibo, una sorta di ibrido tra Facebook e Twitter usato in Cina, dove ha suscitato diverse critiche da parte degli utenti cinesi. Accortosi dell’errore, Bright si è sinceramente scusato, riuscendo a convincere buona parte della social community cinese della sua buonafede. Poche ore dopo la “pacificazione” tra Bright e gli utenti però, è entrata in gioco la fidanzata dell’attore thailandese: New. Quest’ultima, accortasi di quello che era successo, ha cominciato a pubblicare alcuni contenuti chiaramente complottisti che alludevano all’origine artificiale del coronavirus, riconducendola ai laboratori di Wuhan e riaccendendo così il disappunto degli utenti cinesi.

Ma è a causa di Instagram che la situazione è andata fuori controllo. In questo turbinio di accuse, scuse e allusioni, è infatti stata recuperata una vecchia conversazione Instagram in cui la coppia si scambiava dei complimenti con Bright che diceva a New di essere una “cute Chinese girl”. A quel complimento la ragazza rispondeva in maniera ironica sottolineando come il suo non fosse uno stile cinese, ma uno stile taiwanese.

La questione a quel punto ha cominciato ad assumere dei contorni più problematici perché è stato toccato un altro tema estremamente delicato per il Governo cinese, da sempre ultra-sensibile sulla questione dell’Isola di Taiwan consideratauna provincia ribelle. Gli utenti cinesi hanno infatti interpretato la conversazione Instagram come una vera e propria “pistola fumante” con la quale la buona fede di Bright e le accuse di New assumevano tutta un’altra prospettiva: la coppia è fermamente anti-cinese.

Dopo che lo screen di questa vecchia battuta è stato fatto girare su Weibo è entrato in gioco il cosiddetto “Esercito dei 50 centesimi” il Wu Mao, composto da utenti generalmente pagati dal Governo di Pechino per commentare nei thread di discussione online, considerati rilevanti dal punto di vista propagandistico o censorio, in modo filo-cinese e pro-governativo. Il Wu Mao si è quindi lanciato in un “attacco” via Twitter con centinaia di commenti contro i due artisti ritenuti colpevoli di aver leso l’integrità territoriale cinese. “L’’aggressione” però ha finito per provocare la reazione unitaria degli utenti thailandesi che, a differenza dei cinesi, possono liberamente usare Twitter. È anche grazie a questa maggiore facilità di accesso al social media che centinaia di meme thailandesi che ridicolizzano la Cina sono stati compulsivamente postati e condivisi, subissando di gran lunga i commenti e i post riconducibili al Wu Mao. Come se non bastasse, alla “guerra” si sono poi prontamente uniti molti utenti taiwanesi e perfino molti giovani di Hong Kong che, come Joshua Wong, non vedevano l’ora di sfidare quella che è una parte dell’infrastruttura censoria cinese online.

La situazione ha assunto dimensioni e dinamiche così grottesche che potrebbe essere catalogata a tutti gli effetti come un incidente diplomatico e potrebbe perfino avere alcune ripercussioni nei rapporti sino-thailandesi. In effetti, il “conflitto” ha spinto gli utenti cinesi (compreso il Wu Mao) ad insultare anche il Governo di Bangkok, ed a lanciare diverse campagne per boicottare il turismo in Thailandia.

Il caso Animal Crossing: New Horizons

Sarebbe però un errore pensare che le diatribe condotte nell’arena politica virtuale, che fisiologicamente finiscono spesso per assumere i contorni di una guerra di propagande, si limitino soltanto al mondo dei social media. Un caso recente, riguardante ancora una volta la Cina, ha infatti evidenziato come anche il mondo del gaming sia un terreno fertile per fare propaganda.

Il gioco per Nintendo Switch Animal Crossing: New Horizons è stato un successo enorme che, nonostante le difficoltà del momento pandemico, ha fatto guadagnare una grande quantità di denaro alla Nintendo. Anzi, secondo molti, il gioco è considerato – grazie alle sue dinamiche virtuali, alla possibilità di creare oggetti ed all’infinita giocabilità – perfetto per quando si è costretti a stare a casa.

Animal Crossing: New Horizons è uno dei videogiochi più giocati in Cina. Questa sua diffusione lo ha reso un ottimo mezzo per fare propaganda politica. Nelle settimane di pandemia, il colorato mondo virtuale si è infatti riempito di messaggi, oggetti e poster propagandistici a sostegno di Xi Jinping e del “socialismo con caratteristiche cinesi”. Appena però i giocatori di Hong Kong si sono resi conto di come stava venendo utilizzato lo spazio virtuale del gioco, hanno pensato di fare sostanzialmente la stessa cosa ma, chiaramente, di segno opposto: creando messaggi critici nei confronti del regime cinese, inneggiando alla democrazia e ridicolizzando proprio il leader cinese.

Uno degli esempi da citare relativamente alla reazione hongkonghese su Animal Crossing è, anche in questo caso, quello di Joshua Wong, che ha cominciato a giocare a New Horizons in maniera “politica”, chiedendo l’indipendenza di Hong Kong, simulando le esequie del Presidente cinese e del Direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (considerato filo-cinese) e condividendo le sue attività di gaming. Il risultato è stato che Pechino ha bandito il videogioco dalle piattaforme cinesi poiché presenta dinamiche di aggregazione sociale e di “libertà di espressione” troppo difficili da gestire perfino per la sua imponente infrastruttura censoria online.

Queste due storie possono far sorridere per la loro particolarità, ma rendono bene l’idea sul nuovo modo di fare propaganda e di esprimere il dissenso che si sta sviluppando in determinati contesti: quello della gamification e quello della ridicolizzazione memetica, tendenze da non sottovalutare in una società sempre più digitale e spesso popolata da Bot.

Enrico Giunta,
IxC Informa

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