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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa guerra in Yemen: rischi per le infrastrutture marittime...

La guerra in Yemen: rischi per le infrastrutture marittime e petrolifere

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La guerra in Yemen, scoppiata nel 2014 per dinamiche interne e ragioni storiche, ha raggiunto nel 2015 una dimensione regionale con l’intervento della coalizione a guida saudita ed il rafforzamento dei rapporti Houthi-Iran, acquisendo caratteristiche di una guerra per procura, ed è diventata fonte di instabilità e minacce securitarie non solo a livello regionale ma globale, viste le implicazioni sulla sicurezza delle vie marittime, commerciali ed energetiche.  

Ottobre 2022: la fragile tregua è finita

La situazione sul campo nel 2022 vede uno Yemen frammentato tra Houthi (che controllano Sanaa e le città costiere del Mar Rosso, tra cui il porto di Hodeida) ed il Presidential Leadership Council, guidato da al-Alimi, internazionalmente riconosciuto. Il fronte anti-Houthi però non è unitario: CTS e milizie sostenute dagli EAU si scontrano con l’esercito regolare yemenita e milizie legate a Islah (come avvenuto a Shabwa e Abyan). A livello securitario e di governance si hanno quindi delle aree dominate dalle milizie locali, attori ibridi, vista la contaminazione tra milizie ed esercito regolare e il confine sempre più labile tra attori armati non statali ed attori statali. Il 2022 ha visto aprirsi uno spiraglio con la tregua, sostenuta dalle UN, iniziata il 2 aprile, ma dopo il mancato rinnovo (2 ottobre) è prevedibile la ripresa degli scontri armati e degli attacchi asimmetrici da parte degli Houthi. Questi mesi di tregua, pur fragile e con violazioni da entrambe le parti soprattutto attorno alle città di Taiz e Marib, hanno avuto dei risvolti positivi: le vittime civili sono calate del 60%, l’arrivo di navi con carburante presso Hodeida e la ripresa di voli commerciali civili all’aeroporto di Sanaa hanno migliorato le condizioni degli yemeniti, provati dalla grave crisi umanitaria ed economica (2/3 della popolazione è sotto la soglia di povertà e più del 70% dipende dagli aiuti internazionali). È però rimasto irrisolto l’assedio di Taiz dove gli Houthi non hanno acconsentito all’apertura di quattro vie che collegano la città. Entrambi gli schieramenti accusano l’avversario per il mancato rinnovo. Sia Grundberg (UN) che Lenderking (USA) sottolineano l’intransigenza degli Houthi. Secondo bin Mubarak, ministro degli esteri yemenita, gli Houthi hanno rifiutato il rinnovo della tregua e le questioni di fondo sono la loro posizione ideologica, ritengono di avere un diritto divino a governare, ed i loro legami con l’Iran. Gli Houthi accusano PLC, gli Usa e la coalizione a guida saudita; definiscono legittime le loro richieste e dichiarano che riprenderanno le operazioni militari. 

I nuovi attacchi alle infrastrutture petrolifere yemenite e l’instabilità regionale

I nuovi attacchi degli Houthi ai porti ed alle infrastrutture petrolifere yemenite sono iniziati ad ottobre, dopo la fine della tregua: il 18 ed il 19 è stato attaccato il terminal di Rudum, il 21 due droni hanno attaccato la petroliera Nissos Kea che stava attraccando al terminal al-Dhabba ed il 9 novembre è stato colpito il porto di Qena. Lo scopo degli Houthi è impedire le esportazioni del greggio, considerate un furto da parte del governo al-Alimi, imponendo un embargo de facto. Il governatore di Hadramout, bin Madi ha dichiarato che il terminal di al-Dhabba è danneggiato e ci vorrà almeno un mese per ripararlo. Oltre al tema securitario, la mancanza di questi introiti acuisce la crisi economica (stipendi pubblici) e la crisi alimentare.  Gli attacchi sono stati condannati sia da al-Alimi che dalla comunità internazionale, ma gli Houthi hanno chiarito che non accetteranno l’imposizione di linee rosse dall’Occidente. 

Il rischio di un ritorno di attacchi fuori dal territorio yemenita emerge dalle parole del portavoce militare degli Houthi, Saree, che minaccia di privare con la forza militare Arabia Saudita ed EAU delle loro risorse. Gli Houthi hanno colpito in passato sia Arabia Saudita (nei primi nove mesi del 2021 38 attacchi al mese in media) che EAU con razzi, missili, droni, mirando ad infrastrutture civili: porti, aeroporti, raffinerie, terminal petroliferi. Spesso questi attacchi vengono intercettati dai sistemi missilistici di difesa Patriot ma gli Houthi hanno affinato le loro capacità (e la distanza raggiunta) riuscendo a colpire non solo le zone limitrofe ai confini yemeniti (Jizan, Asir, Najran) ed il Mar Rosso ma anche Riyad, Jeddah ed Abu Dhabi. Oltre ai danni alle singole strutture, la vulnerabilità dell’oleodotto Petroline priva l’Arabia Saudita di un’alternativa sicura, rispetto al transito attraverso lo stretto di Hormuz. Un impatto più ampio è il danno all’immagine di paese sicuro (attacco a marzo 2022 in concomitanza del Gran Premio di Formula 1 a Jeddah), che minaccia il successo di Vision 2030: la diversificazione economica saudita punta su progetti nel Mar Rosso, sul turismo e sulle infrastrutture proprio nelle aree più a rischio di attacchi Houthi. 

Bab el-Mandeb e Mar Rosso: i rischi per la sicurezza marittima ed energetica

Le capacità di warfare marittimo degli Houthi, con tattiche simili a quelle delle IRGC, mettono a rischio la libertà di navigazione e la sicurezza del Mar Rosso e di Bab el-Mandeb, choke-point fondamentale che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso, per cui passa circa l’8% del greggio e il 10% del commercio mondiale, e che ha assunto per l’UE rilevanza ancora maggiore visto lo spostamento degli approvvigionamenti energetici dalla Russia al Golfo. Nel luglio 2018, in seguito ad un attacco Houthi a due petroliere saudite, il Regno sospese il transito del petrolio dallo stretto. Attacchi passati hanno riguardato non solo petroliere ma navi militari ed imbarcazioni mercantili. Un pericolo da non sottovalutare è rappresentato dalle mine, anche galleggianti. Gli Houthi, infatti, non solo militarizzano e minano i porti, come Hodeida, Ras Isa ed al-Mokha ma utilizzano mine mobili, che vagano per il Mar Rosso ed il Golfo di Aden, detonando quando vengono colpite, rendendo casuale l’obiettivo: una minaccia costante ed onnipresente. Un ulteriore rischio alla sicurezza marittima del Mar Rosso è rappresentato dalla FSO Safer, la petroliera abbandonata senza manutenzione al largo di Ras Isa, una bomba ecologica che dovrebbe venire svuotata nei primi mesi del 2023 ma potrebbe innescare un disastro ambientale ed inibire l’area.

La consapevolezza della valenza strategica sia di Bab el-Mandeb che del Golfo di Aden e del Mar Rosso e la loro posizione in una regione instabile, teatro di tensioni geopolitiche, ha spinto diverse marine ad ampliare la propria presenza e a coordinarsi: oltre alla missione EUNAVFOR Atlanta, ad aprile 2022 è iniziata la task force multinazionale, a guida USA, CMF 153, contro traffici illegali e contrabbando. La USS The Sullivans ha intercettato l’8 novembre 170 tonnellate tra fertilizzanti e perclorato di ammonio e il 1 dicembre la USS Puller ha sequestrato 50 tonnellate di munizioni e propellente per missili, destinati agli Houthi (sotto embargo, risoluzione 2624 UN): una dimostrazione del continuo supporto iraniano e dei rischi di nuovi attacchi.

Al-Hakim, capo dell’intelligence degli Houthi ha dichiarato che il confronto navale con la Coalizione potrebbe essere una delle battaglie più dure, minacciando quindi esplicitamente di estendere il conflitto a livello marittimo.

Abdullah Ali Fadhel Al-Saadi, rappresentante yemenita alle UN il 3 ottobre ha chiesto alle UN e alla comunità internazionale di agire in modo serio contro “queste milizie terroriste alla luce delle recenti minacce, rilanciate dal loro sito web, di danneggiare la navigazione marittima internazionale e di colpire navi ed infrastrutture petrolifere; una minaccia reale alla pace ed alla sicurezza dello Yemen, della regione e del mondo intero.”

Gli ultimi sviluppi della crisi yemenita innalzano quindi la possibilità di attacchi ed i rischi per la sicurezza marittima, energetica e delle infrastrutture nei prossimi mesi.

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