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Le opzioni dell’Occidente

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Premesso che – in altri interventi – proverò a spiegare perché le sanzioni si stanno dimostrando un’arma spuntata (solo un pallido riflesso del blocco navale che spezzò la resistenza del II Reich Guglielmo durante la I Guerra mondiale) e qual è – sempre a mio avviso – la matrice ideologica dell”Operazione Speciale’ e che messaggio Putin sta mandando ai pubblici non occidentali e a quelli occidentali sensibili alla sua retorica antiglobalista. 

Ciò detto, le prospettive davanti a noi sono due: se la cifra dei 15mila caduti russi in 4 settimane, a cui si sommano centinaia di mezzi corazzati e blindati ridotti in carcasse fumanti (una cifra vicina all’8 per cento dell’intero dispositivo bellico dispiegato in e a ridosso dell’Ucraina) fosse vera, e se questo risultato fosse stato effettivamente ottenuto con perdite contenute da parte degli Ucraini, allora questa guerra si può vincere sul campo, innescando una spirale che può portare ad abbattere Putin, preservando contemporaneamente l’integrità territoriale e la sovranità di Kyev. Qualcosa di simile a quanto accaduto tra il 1905 e 1917 – tra la sconfitta russa nella guerra con il Giappone e la rivoluzione d’Ottobre (anche se vedo un Parvus all’orizzonte, non scorgo ancora nessun Lenin o tanto meno alcun Trotsky) – ma da realizzarsi nei tempi compressi e velocizzati dell’iperglobalizzazione. 

Diciamocelo chiaramente, qualsiasi esercito espressione di una società post-eroica (secondo la nota definizione di Luttwack) – con questi numeri – sarebbe già collassato. Tra l’altro, una soglia del 10 per cento sarebbe stata pericolosamente critica anche per un esercito tradizionale. Quindi non servono tank o aerei, ma appunto droni e anticarri per logorare e dissanguare la macchina bellica russa, che potrebbe essere ancor più impantana, come un orso in trappola (mutuando una metafora della Guerra fredda rispetto all’Afghanistan). Con un parallelo storico (che ho già evocato), la rappresaglia punitiva di Atene contro la ribelle Milo (416 aC) si dovrebbe trasformare nella sua nemesi (una sorta di punizione della hybris imperiale): la fallimentare spedizione contro Siragusa guidata da Alcibiade (415-413 aC) che – di fatto – segnò la fine del potere della Lega attica. 

Intorno a questa soluzione ruotano però alcuni interrogativi: 1) Putin si accontenterà di una soluzione minima (continuità territoriale tra Crimea e Donbass) senza farsi tentare dell’idea di un cambio di regime in tutto il Paese, ipotesi – quest’ultima – che passa per la conquista sanguinosa e mediaticamente devastante di Kyev e di Odessa? 2) Quanto possono reggere gli Ucraini sul campo con un sostegno da parte occidentale, crescente ma sempre al di sotto di quella soglia che porterebbe a un’escalation generalizzata? 3) Viceversa, quanto possono ‘incassare’ i Russi? Secondo Glantz, Mosca vinse la Grande Guerra Patriottica con un rateo di scambio con le forze dell’Asse di circa 7a1 (morti, feriti e prigionieri, sia militari che civili). Quasi 40milioni contro 6. ‘Bagration’ (la distruzione del Gruppo di armate centro, nel giugno-luglio 1944, fu vinta con  un rapporto tra le perdite di 2a1 sugli uomini e di 3a1 sui mezzi, a svantaggio di Mosca e – nonostante questo – viene considerata una grande vittoria sovietica; anzi determinante, la nemesi stessa di ‘Barbarossa’. 

Quindi dobbiamo capire di che pasta sono fatti questi giovani buttati da Putin nella fornace della battaglia e quanto assomiglino ai loro nonni e se per loro ha senso (rischiare di) morire per il Donbass. Tra l’altro, comprendere bene quali unità dell’Ordine di battaglia russo hanno accusato le perdite maggiori ci permetterà di capire meglio quanto potrà reggere la componente combat del loro dispositivo. Comunque – come ha scritto lo storico Robert Citino – il pericolo maggiore per un soldato russo è rappresentato sempre dai suoi stessi Comandi. Sinceramente, penso che alla fine si giungerà – come ho già avuto modo di scrivere – a qualcosa di simile al risultato finale della ‘Guerra d’Inverno’ combattuta – da Russi e Finlandesi – tra il 30 novembre ’39 e il 12 marzo ’40. 

L’Aviazione e l’Esercito finlandese causarono – sul proprio terreno e in condizioni climatiche proibitive – delle terrificanti perdite all’Armata Rossa (in piena transizione d’arma e dottrinaria). Non a caso i Finlandesi sono considerati i migliori soldati della Seconda Guerra Mondiale. Ma alla fine, nonostante il pesante tributo inflitto ai Sovietici (400mila tra morti e feriti), dopo 14 settimane, Helsinki (pur sostenuta da tutto il mondo: dalla Gran Bretagna al III Reich) si arrese, cedendo 64750 km² di territorio e il 12% della popolazione. Proprio le sconfitte tattiche dell’Armata Rossa falsarono la percezione complessiva su di essa. E questo nonostante il fatto che – operazionalmente – data la cornice della lotta, i Finlandesi siano stati sconfitti nel momento stesso in cui venne sparato il primo colpo. In questo senso la ‘Guerra d’Inverno’ (insieme all’errata valutazione sulla Guerra russo-polacca del 1919/21) ebbe un impatto determinante per Adolf Hitler e sulla sua valutazione sulla reale forza dell’Armata Rossa e quindi la sua decisione finale di invadere l’URSS. Quindi occorre stare attenti a questi possibili errori di prospettiva. A questo punto di apre un altro scenario, radicalmente diverso dal primo: quello che resta dell’Ucraina dovrà essere armato e ricostruito. È chiaro che la cessione di ampie parti del suo territorio difficilmente potrebbe portare a uno status di neutralità: se Putin incassasse anche questo l’intera classe dirigente occidentale dovrebbe dimettersi in blocco.

Il rapporto con la Russia sarebbe irrecuperabile. Da quello che – a quel punto – farà la Cina dipenderà il futuro di ciò che chiamiamo globalizzazione. Allora dovremo chiaramente dire alle nostre società civili cosa tutti affronteremo (in termini di crollo della qualità della vita e di sacrifici complessivi) per vincere questa Nuova Guerra Fredda. Ma questa evoluzione – vista la lunghezza di queste considerazioni – proverò a svilupparla in una successiva  analisi.

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