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Guerra in Ucraina: le reazioni dei Paesi latinoamericani

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L’invasione russa ai danni dell’Ucraina iniziata lo scorso 24 febbraio ha generato numerose reazioni in America Latina, facendo emergere il fitto legame di alleanze e interessi economici intessuti da Putin nel subcontinente latino-americano.

I Paesi che hanno espresso sostegno alla Russia sono Venezuela, Nicaragua e Cuba, ovvero i tre Paesi che, oltre ad essere in aperta contrapposizione con gli Stati Uniti, hanno aumentato sensibilmente i propri rapporti con Putin nel corso degli ultimi anni. Il messaggio più forte è arrivato da Nicolás Maduro, che attraverso il suo account Twitter ha condannato “i piani perversi che cercano di circondare militarmente e strategicamente la Russia”, alludendo in maniera chiara alla strategia di espansione verso est della NATO. Inoltre, ha aggiunto come la Russia “uscirà unita e vittoriosa da questa battaglia, con l’ammirazione dei coraggiosi del mondo”. Le dichiarazioni di Maduro non sono una sorpresa, visto il legame che unisce Caracas e Mosca. Negli ultimi 20 anni, infatti, sono stati oltre 300 gli accordi militari firmati, per un valore totale di circa 11 miliardi di dollari. 

L’altro grande alleato di Putin in America Latina è Cuba, che si è limitata ad emettere, attraverso la propria cancelleria, un comunicato. Al suo interno il governo ha accusato gli Stati Uniti di aver imposto “la progressiva espansione della NATO verso i confini della Federazione Russa e di averla minacciata per settimane, manipolando la comunità internazionale sui pericoli di una imminente invasione dell’Ucraina”. Il comunicato prosegue etichettando come ingiuste le sanzioni economiche imposte dalle amministrazioni americane. 

Sulla stessa linea anche il presidente del Nicaragua Daniel Ortega, il quale ha difeso la decisione di Putin di riconoscere l’indipendenza delle repubbliche di Doneck e Lugansk. Ha inoltre aggiunto che la Russia “si sta semplicemente difendendo” e che gli Stati Uniti “stanno usando l’Ucraina per provocare la Russia”. 

Tra i Paesi che invece hanno condannato fermamente l’azione militare russa c’è l’Uruguay di Lacalle Pou. Il governo uruguaiano ha condannato in prima battuta il riconoscimento delle repubbliche del Donbass e, successivamente, richiamando la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha sollecitato una soluzione diplomatica e pacifica che “rispetti la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina”. 

A sua volta anche il Costa Rica, in linea con la sua filosofia pacifista (il Paese non dispone di Forze Armate), ha fortemente criticato, attraverso l’emissione di un comunicato ufficiale, l’attacco militare russo. Da segnalare come il governo costaricano sia uno dei pochi Paesi latinoamericani ad aver fatto esplicitamente riferimento ad “un’azione unilaterale che mina la pace e la stabilità internazionale, contravvenendo alla carta e allo spirito delle Nazioni Unite”. 

Dello stesso tono la Colombia che, attraverso una dichiarazione del presidente Iván Duque, ha sottolineato il rifiuto categorico della guerra schierando il proprio Paese dalla parte “della comunità internazionale che oggi grida il rapido ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino”. Duque ha inoltre avallato le sanzioni adottate dai Paesi occidentali contro la Russia. 

Posizioni più moderate, ma comunque molto decise, sono arrivate dal presidente uscente del Cile Sebastián Piñera e dal suo successore Gabriel Boric. Entrambi si sono schierati contro il riconoscimento delle repubbliche del Donbass e contro l’invasione militare, definendoli come atti di violazione della sovranità territoriale ucraina non in linea con il diritto internazionale. Hanno pertanto invocato una soluzione pacifica richiamando gli accordi di Minsk del 2014. 

Manuel Lopez Obrador, presidente del Messico, si è unito alla condanna internazionale facendo riferimento al non interventismo e soprattutto al principio di autodeterminazione dei popoli. Durante la seduta del Consiglio di Sicurezza, il Messico ha espressamente sottolineato la violazione di tre principi della carta delle Nazioni Unite: astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza nelle relazioni internazionali, il rispetto dell’integrità territoriale e il non intervento. 

Particolare è invece il caso del Brasile che, attraverso la figura del suo presidente Bolsonaro, ha chiesto l’apertura di canali di dialogo e il rispetto della carta delle Nazioni Unite, suggerendo che una possibile soluzione potrebbe basarsi sugli Accordi di Minsk purché si “rispettino i legittimi interessi di sicurezza di Russia e Ucraina”. La presa di posizione di Bolsonaro arriva in seguito ad un recente viaggio in Russia che ha attirato numerose critiche provenute soprattutto da parte degli Stati Uniti. Il Brasile è attualmente membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e nella giornata del 25 febbraio ha espresso voto favorevole alla risoluzione di condanna dell’intervento russo.

Infine, il caso dell’Argentina, altro paese latino-americano che mantiene ottime relazioni con il governo di Putin. Alberto Fernández ha esortato tutte le parti coinvolte ad andare avanti nei negoziati diplomatici per trovare una soluzione politica alla crescente tensione e che sia “conforme ai principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, il non uso della forza tra gli stati e nel pieno rispetto dei diritti umani”. La posizione del governo argentino ha sollevato numerose critiche interne, che accusano il presidente Fernández di aver mantenuto una posizione troppo debole e di non aver condannato in maniera netta le avanzate imperialiste della Russia. Le critiche sono anche frutto del recente viaggio effettuato dal presidente argentino in Russia, in cui egli stesso aveva dichiarato che l’Argentina “deve essere la porta d’ingresso per Mosca in America Latina”.

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