Da più di dieci anni ormai, il conflitto siriano è narrato da mass media ed alcuni esperti come un classico caso di proxy war. La presunta divisione fra truppe filo governative e ribelli, supportate da diverse potenze mondiali, ha dato forma ad un conflitto in bianco e nero dove gli attori si dividono tra buoni e cattivi, rispettando fedelmente il copione di una proxy war novecentesca. Ma non è esattamente così.
Storicamente, l’utilizzo del termine proxy war viene attribuito a conflitti in cui potenze terze influenzano l’esito dello scontro tramite l’invio di armi, tecnologia, e supporto diplomatico. Questo tipo di guerre porta con sé determinate caratteristiche, come il fatto che gli sponsors – le potenze estere interessate al conflitto- siano sempre Stati sovrani, e che il rapporto tra sponsor e proxy – fazione in guerra in cerca di supporto estero- sia sempre gerarchicamente strutturato.
Eppure, se si dovessero seguire queste categorizzazioni, non si potrebbe parlare del conflitto in Siria come di una vera e propria proxy war. Infatti, nonostante condivida alcune classiche caratteristiche di questo tipo di guerre, come il fatto che alcuni agenti proxy siano forze anti-governative, e che gli sponsor si prestano ad aiuti militari e finanziari, la guerra civile siriana presenta delle particolarità che evadono questi schemi.
Hezbollah: uno sponsor atipico
Guardando ai casi più famosi di proxy wars, come il conflitto in Corea o in Vietnam, si può notare come gli attori che ricoprono il ruolo di sponsor siano sempre stati nazionali. D’altra parte, solo uno Stato ha la capacità militare, logistica, ed economica per supportare un tale conflitto. Anche in Siria, Iran e Russia supportano le forze filogovernative, mentre Arabia Saudita e Qatar finanziavano attivamente i ribelli, come da copione. Tuttavia, in Siria è presente un’interessante eccezione: Hezbollah.
Pur essendo ufficialmente un partito proxy a sua volta, finanziato dal governo Iraniano, Hezbollah si è ritagliato un ruolo importante nel corso del conflitto. Grazie alla sua vicinanza geografica, intelligence e network, il gruppo sciita è sempre più influente in territorio siriano, e la sua voce sempre più forte. Secondo degli studi portati avanti dagli accademici Reinoud Leenders e Antonio Giustozzi, ad oggi Hezbollah esercita una considerevole influenza su diversi gruppi filogovernativi, tra cui le brigate Al-Fadl Al-Abbas (AFAB), le brigate Imam Zain al-Abidain (IZAB) e il gruppo islamista sciita Al-Mahdi.
Questo rapporto di dipendenza tra le brigate filogovernative e Hezbollah, rende quest’ultimo un attore atipico nel conflitto siriano, e apre le porte a possibili emulazioni da parte di altre fazioni non statali nel mondo.
L’incognita curda
Storicamente avversi al regime Baathista, le minoranze curde-siriane si sono sapute muovere abilmente all’interno del conflitto, mantenendo buone relazioni con Damasco pur essendole state inizialmente antagoniste. Allo scoppio del conflitto infatti, i curdi del nord si sono immediatamente schierati contro il regime di Assad, proclamando l’indipendenza dalla Siria. Nonostante i rapporti non sempre idilliaci con i ribelli siriani, come dimostrato dai numerosi conflitti sia ad Aleppo che nel nord-est del paese, che hanno visto scontrarsi le truppe YPG e le milizie anti-governative, per diversi motivi, tra cui il ruolo della Turchia nel conflitto, i curdi siriani sembravano determinati a ottenere un’autonomia politica a scapito del governo di Damasco. Tuttavia, a seguito della ritirata delle truppe americane, e dell’inizio dell’operazione di offensiva Turca Peace spring, i Curdi si sono detti disposti a trattare con il governo siriano e a rimandare i sogni indipendentisti, almeno per ora. La scelta curda, prettamente legata al mutato contesto politico, beneficia di una strategia coltivata in diversi anni di guerra.
Questa strategia, denominata hedging, consiste in un mix tra cooperazione e conflitto nei confronti di uno o più Stati percepiti come egemoni (in questo caso la Siria e i suoi alleati). Tale pratica è abitualmente riferita a Stati in via di sviluppo, occupati a migliorare il proprio benessere economico e il loro ruolo internazionale, e non ad agenti non statali in scenari di proxy war.
La competizione fra Russia e Iran
Un’altra sorprendente caratteristica del conflitto civile Siriano va trovata nella dinamica competitiva dei due maggiori sponsor del governo di Assad: Iran e Russia. Entrambe saldamente alle spalle di Damasco, Russia e Iran si contendono la possibilità di influenzare in maniera decisiva il futuro della Siria, dopo diversi anni di guerra e risorse investite. Da una parte, Teheran ha supportato le truppe filogovernative sin dall’inizio, diventando storicamente il primo alleato di Assad nella guerra civile. Dall’altra, la Russia, invitata dal governo siriano nel 2015, vuole confermare che la Siria ha bisogno di Mosca per vincere la guerra e, finora, si è dimostrata un alleato prezioso per il governo. Dal 2015, pur combattendo entrambi a fianco di Assad, Russia e Iran si contendono ferocemente la possibilità di decidere quale destino avrà la Siria nel dopoguerra. Mosca desidera trasformare la Siria in un fedele alleato del Cremlino in Medio Oriente, per garantirsi un accesso diretto al Mar Mediterraneo, mentre Teheran sogna di completare la mezzaluna sciita, per avere una maggiore presenza nell’area e per insidiare ancor più da vicino Israele. La realizzazione di uno di questi due progetti molto probabilmente escluderebbe l’altro. Da qui la competizione tra Russia e Iran che, seppur alleati in Siria, non si sbilanciano troppo in aiuto del proprio partner. La Russia, per esempio, non è mai sembrata interessata a fermare gli attacchi israeliani diretti contro le postazioni iraniane in Siria. Inoltre, come riportato da Micky Aharonson, ricercatrice del Jerusalem Institute for Strategy and Security, la Russia ha grande interesse a limitare le sue vendite di armi all’Iran e ai suoi proxies, per evitare che queste contribuiscano alla realizzazione della tanto desiderata mezzaluna sciita.
Data l’alta posta in palio, Russia e Iran sono entrati in quella che viene definita come sponsor competition, un’accesa rivalità, atipica per le proxy wars, dove due alleati-contendenti si sfidano per avere la precedenza nell’influenzare la fazione che entrambi supportano.
L’asimmetria favorisce Damasco
Sempre secondo Leenders e Giustozzi, l’entourage di Assad è consapevole dell’esistenza di questa competizione, e la utilizza a suo vantaggio per ritagliarsi degli spazi di autonomia. Per esempio, quando nel 2018 i russi sembravano intenzionati ad abbandonare Assad e la sua proposta di un governo di transizione per la Siria, il governo di Damasco si affrettò a ricucire i rapporti con gli iraniani, mostrando maggiore indulgenza nei confronti delle milizie di Teheran presenti in Siria e promettendo loro diverse nomine di alto rango nell’amministrazione pubblica e nelle forze filo-governative. Allo stesso modo, il regime di Assad non ha esitato a contraddire gli Iraniani e i suoi proxies di fronte a richieste ritenute irragionevoli, forti dell’alternativa politica russa. Inoltre, questo gioco di sponda siriano ha permesso al regime di Assad di riguadagnare consensi politici a livello internazionale. Emblematica è stata la decisione, caldeggiata dai leader dei paesi del Golfo, di riammettere la Siria all’interno della Lega Araba, per timore che una sospensione prolungata avvicinasse ulteriormente Damasco all’Iran. Di fatto, in Siria la competizione tra le due potenze ha creato un ambiente dove le classiche gerarchie tra sponsor e proxy diventano sempre più sfumate. In questa situazione chi ne giova è soprattutto il governo siriano, che, agendo da vero e proprio ago della bilancia nello spostare il futuro della Siria verso Mosca o verso Teheran, è riuscito a garantirsi supporto politico e militare in questi tredici anni di guerra civile.
L’inesistenza di una concreta linea di demarcazione fra protettori e protetti rende il quadro siriano molto più complicato, e lo allontana dagli schemi classici attributi alle proxy wars.
Il conflitto in Siria e nuove frontiere per le proxy war
La guerra civile siriana dunque, apre nuove frontiere per comprendere meglio cosa sia una proxy war. In particolare, la prepotenza con cui agenti non statali si inseriscono in conflitti tra Stati, talvolta mettendo in crisi la classica gerarchia verticale sponsor-proxy, è una caratteristica fondamentale del conflitto siriano, e forse un segno delle guerre a venire. Inoltre, uno scacchiere internazionale sempre più multipolare favorisce la nascita di rivalità tra sponsor della stessa fazione, intensificando il conflitto e portando alla luce nuove problematiche.
Per queste ragioni la guerra civile siriana è una proxy war atipica, segno dei tempi che cambiano e di una necessità di evolvere strumenti adeguati per comprenderli.

