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Guerra: gli orrori del conflitto nel ritrovato libro di Céline

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Guerra, il libro di Louis-Ferdinand Céline riemerso dopo essere stato rubato allo scrittore francese insieme ad altri manoscritti, è stato pubblicato da poco in Italia da Adelphi. Si tratta di una coincidenza storica particolare, quella della pubblicazione proprio in questi mesi in cui il conflitto in Ucraina ha riportato in drammatica auge il tema della guerra nel dibattito pubblico europeo e occidentale.

Non che – come stancamente una certa retorica sostiene da anni – non ne conoscessimo più l’esistenza, della guerra: a chi oggi con finto stupore ripete che “l’aggressione russa sul territorio in Ucraina rompe un lungo periodo di pace” andrebbero ricordati il conflitto decennale nei Balcani (quello sì, realmente nel cuore d’Europa) o i più recenti impegni militari diretti, anche del nostro paese, negli scenari iracheno e afgano, così come la guerra nella vicinissima Libia o quella in Siria, non meno distante da noi rispetto al territorio ucraino. Ebbene, la coincidenza appare in ogni caso rilevantissima, se non altro per la centralità che il conflitto ha nei media occidentali dal 24 febbraio 2022 e che contribuisce a rendere la guerra questione pressoché quotidiana, seppure secondo un’impronta narrativo-propagandistica, dell’una e dell’altra parte.

L’ottica di Céline, autore amato e al contempo odiato per il suo stile di scrittura irriverente, urticante, a tratti anarchico e sfacciatamente realistico, è quella di chi la guerra l’ha vissuta davvero e ne riporta le ferite carnali e mentali senza filtri, di chi si è “beccato la guerra nella testa” mostrandone il volto più disumano e oscuro, ma anche i lati imprevedibili di vita che da quella può rinascere.

Il libro si apre con una scena che ci proietta direttamente nel campo di battaglia: siamo a Poelkapelle, in Belgio, il 27 ottobre del 1914, nella trincea che vede l’autore a terra in fin di vita, attorniato da compagni ormai morti. Quello che descrive è un paesaggio ributtante, nero di morte e di lucida disperazione: “morti di qua e di là (…) e dentro al budellame si erano messi comodi comodi due ratti che pappavano i torsoli raffermi dal tascapane” (p. 26). Il protagonista Ferdinand (è lo stesso autore, con qualche licenza letteraria rispetto ai fatti realmente accaduti), menomato per via delle ferite alla testa e al braccio, cerca di allontanarsi facendosi aiutare da un soldato inglese, per raggiungere Ypres. Il resto del libro si svolge tutto intorno all’ospedale dove verrà ricoverato per diverse settimane, a Peurdu-sur-la-Lys.

È lì che si dipanano i racconti di Céline, tra storie di nuovi amici e compagni d’armi che rasentano la follia per gli orrori vissuti, che lottano per la vita e organizzano brevi fughe dall’ospedale appena possibile. È lì che l’autore ricorda gli episodi di auto-mutilazione al fronte, facendo emergere il ruolo drammatico dello Stato nei destini individuali in tempo di guerra, in una critica contro l’autorità statuale che trova piena aderenza nella sua vicenda personale e politica. Tutto il libro, pur essendo un ricordo della guerra, sembra infatti anche una sorta di trattato ribellistico contro lo Stato e contro la carneficina della Prima guerra mondiale.

L’autore entra nelle viscere della guerra mostrando le viscere degli uomini. Il disumano teatro bellico, nei suoi più nefasti e abbietti aspetti, viene così tragicamente disvelato: budella di fuori, brandelli di carne, facce spaccate in due, mascelle rotte tenute in mano, sangue che riempie la bocca, “l’odore di putrefazione dei morti” (p. 46). Nulla manca, della brutalità terrificante delle trincee, e nulla viene risparmiato al lettore nella descrizione bestiale e laida della realtà della guerra e delle appendici della stessa. Non manca il sesso, inteso quale primordiale impeto vitale che, nelle sue diverse forme, si manifesta nel letto d’ospedale e nella cittadina dove il protagonista e il suo amico e compagno Cascade fuggono di tanto in tanto: è quello l’appiglio più forte al quale si aggrappa Céline, per alimentare la flebile speranza di vita e per la futura rinascita dopo la scampata morte.

È un’oscillazione continua tra la volontà di vivere e la perdita delle speranze, quella descritta da Céline: un buio perenne che avvolge tutta la prima parte del libro, quella in cui l’autore è fermo nel letto senza conoscere il suo destino. Qui emerge la genialità dello scrittore, che porta il lettore a uscir fuori dal lazzaretto e dalle nubi che avvolgono l’ospedale e i pensieri del protagonista e a cominciare, lentamente e con la solita sfrontatezza che fa parte della sua scrittura, a intravedere i primi raggi di luce dopo la ripresa fisica, che di fatto domina la seconda parte.

Il libro appare infatti suddiviso in due prevalenti macro-sezioni: una nella quale il pessimismo la fa da padrona, in cui ogni cosa perde di senso e anche ciò che è più vicino al protagonista viene brutalmente allontanato in un impeto di bieco nichilismo. Anche la presenza stessa dei genitori e il loro affetto intorno al suo letto d’ospedale diventa un intralcio ai peggiori pensieri. La seconda parte, invece, vede un riaffacciarsi della vita, complice la lenta guarigione e un’inaspettata quanto immeritata onorificenza militare: da quel momento torna a farsi strada la speranza. Quelle che prima erano le fosche tinte della scrittura e dei pensieri di Ferdinand si trasformano a poco a poco in barlumi di luce e di colori, che corrispondono oltretutto al passare delle stagioni e all’esplodere della primavera nella cittadina scenario degli eventi.

In questa geografia, che corrisponde allo scorrere delle settimane, si assiste a un continuo brulicare di vite di soldati che sono sempre sul filo della morte e di profittatori, di cameriere, ristoratori e prostitute, di una vitalità improvvisa che si esprime, paradossalmente con maggior forza proprio nei momenti storici di maggior crisi. È, questo, un aspetto – geografico e di vitalità – non indifferente e che, mi pare, sia stato poco sottolineato da chi ha letto e recensito questo libro.

Un gioiello ritrovato dell’autore di Viaggio al termine della notte, che aveva riportato i fatti un ventennio dopo (il manoscritto risale infatti al 1934) e che oggi, in questa fase di dominio del fattore bellico – che rimane lontano e vicino al tempo stesso – ci aiuta ancor meglio a capire cos’è davvero la guerra: non certo quella di cui sentiamo ogni giorno fredde notizie senza mai realmente vederla, senza considerarne gli effetti tragici e le ricadute personali, non solo geopolitiche. Sono quegli aspetti di cui Céline parla anche nelle altre sue opere, già pubblicate e che devono ancora vedere la luce: tra i materiali ritrovati, infatti, attendiamo anche Londres, il prosieguo di Guerra.

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