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Guerra in Ucraina: gli appelli alla pace, tra giudizio storico e diritto internazionale

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La via dei negoziati, irta di ostacoli, va percorsa con convinzione, senza però cedere ad un appeasement  privo di reali garanzie, che si rileverebbe ancora insidioso. Nei vari appelli alla pace occorre non perdere di vista il giudizio storico e la prospettiva del diritto internazionale: sono i presupposti per una pace che voglia definirsi “equa e giusta”. Per questo l’auspicio è che si possa individuare un “nucleo forte” di mediatori, e rilanciare anche l’idea per una Conferenza sulla sicurezza in Europa e per una Conferenza multilaterale sulla pace. Le soluzioni per la pace potrebbero così maturare più concretamente, e sorprendere tutte le attuali analisi.

Gli appelli alla pace e i nodi politici e militari

Si susseguono gli appelli alla pace per varie iniziative, tra cui certamente assumono rilievo quella di autorevoli intellettuali di diversa formazione, e la proposta di oltre quaranta ex diplomatici italiani. Probabilmente queste iniziative cercano di colmare il ruolo degli attori della  politica internazionale, da cui effettivamente dovrebbe provenire un “progetto”  per i negoziati più compiuto. In  verità occorre avere la consapevolezza che  la fase delicata del conflitto, in cui si stanno chiarendo le capacità delle forze sul campo  e si attende il “generale inverno”, e la complessità degli scenari non aiutano a trovare soluzioni certe e definitive. 

In tale prospettiva, è però opportuno che le analisi si spingano a valutare quali possono essere i reali nodi del problema, perché le iniziative proposte pongono una serie di interrogativi sotto il profilo della ricostruzione storica e del diritto internazionale. Ad esempio è bene riesaminare alcuni passaggi, partendo dalle condizioni che vengono poste ad una Nazione “aggredita”, l’Ucraina, affinché lo Stato “aggressore” – perché questo deve sempre considerarsi la Russia – receda dal conflitto. Una di queste condizioni è quella  della “neutralità dell’Ucraina”, che viene sostanzialmente declinata nella rinuncia definitiva dell’Ucraina al processo di adesione alla Nato. 

L’ identità nazionale dell’Ucraina e la Nato

Sul punto la proposta degli intellettuali viene giustificata da un assioma, una verità che vorrebbe la rinuncia all’allargamento a est della Nato  originata da un «impegno riconosciuto, anche se solo verbale, degli Stati Uniti alla Russia di Gorbaciov, dopo la caduta del muro e lo scioglimento unilaterale del Patto di Varsavia». Le ricostruzioni sul punto però non sono univoche, e in ogni caso anche un mero “impegno verbale” può esaurirsi specie se viene smentito dalla successione degli eventi. In quello stesso momento storico furono sottoscritti infatti atti giuridici internazionali come il Trattato sullo stato finale della Germania del 1990, in cui fu proprio Gorbaciov ad accettare il primo allargamento a est della Nato. Il processo di adesione alla Nato di altri Paesi dell’Est fu poi dovuto ad una loro autodeterminazione  per avvicinarsi ad un sistema di cooperazione, se non di vera e propria integrazione, con l’Occidente, guardato con forte anelito per i valori democratici e dello Stato di diritto che rappresentava. Persino la  Federazione Russa arrivò a sottoscrivere con la Nato lo storico Partenariato per la pace Pfp, nel 1994. Per l’Ucraina il processo di adesione alla Nato, come quello alla Unione Europea, andò di pari passo con la maturazione della sua identità nazionale, tanto da essere oggetto nel 2019 di una specifica riforma della Costituzione che ha imposto garanzie affinché il fine dell’adesione fosse perseguito nel “corso strategico dello Stato”.

La questione della Crimea nella memoria dell’Holodomor

Le criticità sotto il profilo della ricostruzione storica si presentano anche sul tema della rinuncia definitiva alla Crimea, anche qui posta con un altro assioma – testuale – sul «riconoscimento dello status de facto della Crimea, tradizionalmente russa e illegalmente “donata” da Kruscev alla Repubblica Sovietica Ucraina». La tesi sembra quindi riproporre la narrazione del Putin-pensiero secondo cui la cessione di Kruscev violava la Costituzione sovietica. In proposito valgono però diverse valutazioni. Il passaggio fu determinato con un decreto legittimo del Soviet Supremo del 1954,  e come ricostruito dalla nipote di Kruscev aveva una precisa motivazione storico-giuridica. Nel 1954, un anno dopo la morte di Stalin, Kruscev volle  decentralizzare l’Urss e considerò la connotazione agricola  della Crimea per associarla  all’Ucraina, granaio dell’Urss. Il leader comunista aveva inoltre un forte legame con l’Ucraina, per avervi vissuto come operaio e minatore, e volle compensare,  con una storica “riparazione”, quella regione con cui  l’Unione Sovietica aveva un grande debito: del suo grano si era nutrita dopo la seconda guerra mondiale, mentre negli anni trenta la “madre” Russia aveva imposto agli ucraini la carestia  dell’Holodomor, che gli storici hanno documentato essersi rilevata un tragico genocidio.

Occorre poi valutare che sotto il profilo del diritto internazionale l’appartenenza della Crimea – come a maggior ragione dei territori del Donbass – alla piena sovranità territoriale dell’Ucraina è legittimata da tutta una serie di accordi  internazionali:  l’Accordo di Balazeva  del 1991, firmato e ratificato da Russia, Ucraina e Bielorussia,  il fondamentale Memorandum di Budapest del 1994, il Trattato di amicizia russo-ucraino del 1997, e infine il Trattato tra Russia e Ucraina sul confine di stato russo-ucraino del 2003, firmato dallo stesso Putin, in cui si riconoscevano i confini tra le ex Repubbliche sovietiche di Russia e Ucraina.

Quando poi il documento degli intellettuali definisce per la Crimea uno status de facto che si vorrebbe legittimare, va detto che questo status più precisamente è definito dai giuristi come una occupatio bellica contraria all’international law perché conseguita a seguito di una “aggressione”, un illecito internazionale che può produrre come effetti giuridici solo questo: il ripristino dello status quo ante, le riparazioni per l’aggredito, l’incriminazione davanti ad una corte internazionale. In sostanza, anche alla luce dei principi della Carta delle Nazioni Unite, non possono più legittimarsi “guerre di conquista”. Ha dunque pregio l’altro appello degli ex diplomatici in cui si afferma come principio l’ «inaccettabilità dell’uso della forza per l’acquisizione di territori, l’autodeterminazione dei popoli, la protezione delle minoranze linguistiche europee».

La via necessaria dei negoziati, ma senza insidie

La via dei negoziati per la pace rimane in ogni caso da perseguire, sebbene occorra evitare un appeasement  a qualunque prezzo, che si rileverebbe insidioso come insegna l’esperienza che ha vissuto  la stessa Ucraina dopo gli Accordi di Minsk.  Questi ultimi non  a caso prevedevano un’ampia fascia di smobilitazione degli schieramenti militari e delle piattaforme di lancio dai confini, che non sono stati osservati nonostante gli “Stati garanti”   e un ruolo di supervisione assegnato all’ Osce. Il contesto richiede perciò di evitare analoghi errori,  e di sostenere ancora senza riserve la scelta della deterrenza per non abbandonare l’Ucraina, soprattutto per affermare la legalità internazionale ed assicurarsi – stavolta con più concretezza, pensando anche ad una interposizione di forze multinazionali – che i progetti autoritari di Putin non minaccino ancora Kiev e il resto dell’Europa, a cominciare dai Paesi baltici che si sentono in grave pericolo: questa percezione di un rischio di finire aggrediti come è accaduto all’Ucraina da parte dei paesi limitrofi che guardano alla  Nato – come ora accade anche a storiche nazioni neutrali come Finlandia e Svezia – è un dato di fatto, di cui anche gli intellettuali non possono non tenere conto. Per queste ragioni hanno un senso compiuto le priorità poste da altri appelli che puntano intanto a ricercare un “nucleo forte” di mediatori  tra Onu, Ue e tutti gli  attori della comunità internazionale che realmente hanno interesse a perseguire la pace. In questa prospettiva, anche in previsione del G20 di Bali che si svolgerà a metà novembre, potrà essere utile rilanciare l’idea per una  Conferenza sulla sicurezza in Europa e per una Conferenza multilaterale sulla pace: sarà  fondamentale ripartire dal multilateralismo e dai principi del  diritto internazionale. Se si riuscisse in questo obiettivo, le soluzioni per la pace potrebbero anche maturare più concretamente, e sorprendere tutte le attuali analisi.

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