Guerra in Nagorno-Karabakh: quali lezioni per la NATO

Il recente conflitto esploso nel Caucaso tra Armenia e Azerbaigian per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh rappresenta un’opportunità importante per l’Alleanza Atlantica. Quello combattuto nello scorso autunno rappresenta infatti un conflitto convenzionale ad alta intensità tra due entità statuali dotate di armi e materiali moderni e su vasta scala. Un’attenta analisi dei combattimenti verificatisi in quella regione da parte dei vertici militari e politici della NATO potrebbe offrire la possibilità di trarre delle lezioni importanti sul carattere della guerra moderna e fornirebbe un ausilio utile per una riflessione volta ad una più efficace allocazione degli investimenti per la Difesa.

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Un’opportunità per la NATO

Lungi dal voler identificare la recente guerra nel Caucaso come la nuova guerra dello Yom Kippur – la quale ha rappresentato un punto di svolta di particolare importanza per l’elaborazione della dottrina militare americana, che dopo quella guerra fu oggetto di un importante processo di revisione e aggiornamento – la NATO dovrebbe sfruttare quanto avvenuto nell’Artsakh per procedere con una sorta di verifica delle proprie capacità.

Il fattore che più di tutti contribuisce ad attribuire al recente conflitto nell’Artsakh una funzione di “verifica” è il carattere convenzionale di questa guerra. Quello combattuto nel Caucaso non è certo il primo conflitto a cui ha assistito la NATO dal termine del confronto bipolare con l’Unione Sovietica. L’Heidelberg Institute for International Conflict Research – centro studi tedesco che pubblica ogni anno il Conflict Barometer, una pubblicazione annuale che riporta i dati e i trend dei principali conflitti armati in corso nel mondo –   stima che nel 2019 i conflitti violenti registrati nel mondo sono stati ben 196. Dagli anni Duemila però, l’unico conflitto paragonabile a quello in questione è quello attualmente in corso nel Donbass, in Ucraina, anche se questo, benché condotto con mezzi e sistemi d’arma moderni, non vede la contrapposizione di due entità statuali, essendo i nemici dell’Ucraina formalmente non truppe regolari, fattore che contribuisce a definire il conflitto nel Donbass una guerra ibrida o “non-lineare”.  Insomma, a differenza di quello combattuto, ad esempio, tra i ribelli Houthi e le forze saudite in Yemen, o quello tra le forze di Tripoli e di Tobruk in Libia, il conflitto nel Caucaso è probabilmente molto simile a quello che potrebbe verificarsi tra due piccole o medie potenze europee. I due contendenti erano armati di mezzi e sistemi d’arma all’avanguardia: droni, missili balistici, sistemi di difesa antiaerea, perfino aerei di terza e quarta generazione.

La NATO combatte da anni lunghe campagne di contro-insurrezione in Africa e in Medio-Oriente. Per anni il focus delle forze armate dell’Alleanza, soprattutto degli Eserciti, è stata la contro-guerriglia. Le forze dovevano essere leggere per essere proiettabili velocemente a grandi distanze. Si è quindi ridotta in maniera rilevante la componente pesante per potenziare capacità considerate più efficaci in una guerra non convenzionale, come le forze speciali. Allo scopo di ridurre il numero di morti – ogni soldato ucciso contribuisce notevolmente a ridurre il consenso dell’operazione tra la popolazione, il che costituisce senza dubbio la più grande vulnerabilità delle forze occidentali – si è anche puntato molto su tutti quegli assetti in grado di aumentare l’efficacia dell’azione riducendo la presenza militare sul terreno, come gli UAV.

Il conflitto di tipo convenzionale, come quello in questione, è però tornato con prepotenza alla ribalta, complice l’intervento russo in Crimea e in Ucraina e lo sviluppo militare cinese. Il recente rapporto NATO 2030 – un’analisi elaborata dal Gruppo di Riflessione approntato dal Segretario Generale, Jens Stoltenberg, al fine di fornire delle raccomandazioni per l’Alleanza nel prossimo decennio – conferma quanto detto. Relativamente alla Russia, tra le raccomandazioni del Rapporto viene stabilito che “la NATO deve mantenere capacità militari convenzionali e nucleari adeguate e possedere l’agilità e la flessibilità per confrontare un’aggressione della Russia nel territorio dell’Alleanza”. Il rapporto sottolinea l’importanza delle capacità militari convenzionali anche per proteggere l’Alleanza lungo il fianco sud. Nel testo viene evidenziato come “un nuovo trend nel Sud consiste nella convergenza di minacce convenzionali da parte di entità statuali, specialmente Russia, ma in misura minore anche la Cina, e di minacce asimmetriche”.

Quali lezioni

Considerata l’importanza dell’opportunità per l’Alleanza, è possibile procedere con alcune considerazioni, di carattere prettamente militare, ma non solo, potenzialmente interpretabili come lezioni apprese dal conflitto.

La prima considerazione non ha a che fare con elementi di carattere operativo ma con aspetti politici. L’Azerbaigian ha scatenato la guerra perché non è stato sufficientemente dissuaso dal farlo. Militarmente, grazie ai proventi petroliferi accumulati negli ultimi 10-15 anni, Baku era superiore a Erevan, e di questo era assolutamente consapevole. Nonostante l’Armenia potesse contare sull’appoggio russo, Mosca non era disposta a sacrificare troppe vite per difendere l’Artsakh. Probabilmente la Russia sarebbe intervenuta a protezione dell’Armenia, ma non del Nagorno-Karabakh, anche per questo Baku si è astenuta dal colpire il territorio di Erevan, nonostante ne avesse le capacità. Quanto accaduto nel Caucaso rappresenta un chiaro esempio del fallimento di una strategia di deterrenza e delle possibili conseguenze che ne possono discendere.

La maggior parte delle considerazioni che si possono fare sul conflitto ha però carattere più operativo. Il conflitto nel Nagorno-Karabakh, complice la narrativa sui social media, soprattutto su Twitter, da parte di Baku, verrà a lungo ricordato come il grande successo dei droni azeri. Immagini di droni Bayraktar TB2 – acquisiti dalla Turchia, e probabilmente, vista l’abilità con cui erano guidati, controllati da personale turco – intenti a distruggere innumerevoli carri e artiglierie di Erevan, insieme con le loitering munition israeliane – si tratta di armi in grado di permanere a lungo in aria, circolando intorno all’obbiettivo, per poi schiantarsi contro di esso –, popolavano costantemente tutti i social media. In realtà, l’impiego dei droni in combattimento non costituisce affatto una novità sul campo di battaglia: UAV di tutti i tipi sono largamente impiegati in operazione da anni, con risultati più o meno positivi a seconda della qualità della difesa antiaerea del nemico che si trovano ad affrontare. Piuttosto, quanto avvenuto tra le montagne dell’Artsakh sembra confermare qualcosa che a dir la verità è nota da almeno cent’anni, e cioè che il potere aereo può avere un effetto devastante contro forze terrestri sprovviste di difese aeree adeguate all’attacco. La lezione da trarre per le forze armate della NATO è dunque proprio che gli avversari cosiddetti sub-peer (ovvero di rango inferiore al nostro, ma capaci di reggere un confronto militare) sono in grado di sfruttare il vantaggio offerto dal potere aereo, visto che i droni riescono ad offrire loro ad un prezzo molto ridotto le capacità che fino a pochi anni fa erano offerte solamente dai costosi sistemi aerei avanzati.

Se i droni azeri hanno avuto tutto questo successo, la ragione è da ricercare nelle deficienze di Erevan, più che nelle abilità di Baku. La difesa di Erevan si è rivelata incapace di contrastare i droni e le loitering munition azere. I sistemi di difesa antiaerea utilizzati dagli armeni non erano infatti studiati per intercettare piccoli apparecchi capaci di muoversi a bassa quota come i TB2. La difesa non era integrata, ovvero in grado di mettere a sistema tutti gli apparati disponibili per la protezione delle forze dalla terza dimensione per creare e quindi condividere un’immagine comune del campo di battaglia. L’Armenia difettava anche di apparati di guerra elettronica per interrompere il collegamento tra gli UAV e il loro sistema di guida. Insomma, la lezione per la NATO sembra essere la seguente: contro un avversario dotato di moderni UAV, c’è bisogno di una difesa aerea integrata, multistrato, diversificata e diffusa fino al livello tattico. Oggi molte forze armate dell’Alleanza andrebbero incontro a serie difficoltà se si trovassero ad affrontare una minaccia come quella rappresentata dagli assetti non pilotati di Baku in Nagorno-Karabakh. D’altronde, quanto detto è già stato ampiamente dimostrato nel settembre 2019, quando un attacco condotto dalle forze iraniane condotto tramite piccoli droni contro alcune infrastrutture saudite, difese in quel momento da sistemi antiaerei occidentali all’avanguardia, come l’americano Patriot, il francese Crotale e lo svizzero Oerlikon, riuscì a passare le difese saudite senza che queste fossero in grado di arrestare i piccoli UAV di Teheran.   

Restiamo nella terza dimensione. Gli assetti pilotati hanno svolto un ruolo più che marginale nel conflitto. Entrambi i paesi disponevano di questi assetti, anche se in quantità ridotta, ma sia Baku che Erevan disponevano anche di sistemi di difesa aerea moderni, come l’S-300, in grado di abbattere questi velivoli. Un assetto pilotato non è qualcosa di spendibile come un drone TB2, dal costo di circa 5 milioni di dollari, ma un assetto pregiato, la cui perdita costituisce un danno grave per chi la subisce. Soprattutto per questo motivo, questi assetti non sono stati impiegati in maniera rilevante.

Passiamo alle forze terrestri. Entrambi gli schieramenti hanno fatto largo uso di carri, Infantry Fighting Vehicles e Armoured Personnel Carriers. L’Armenia ha perso un enorme numero di carri, circa 130, contro gli appena 30/40 di Baku. La moltitudine di video che mostrano droni azeri ridurre in rottami i carri armeni con estrema facilità ha spinto alcuni analisti ad interpretare il conflitto tra i due paesi caucasici come la definitiva prova che il carro armato, per via della sua vulnerabilità, sia ormai un mezzo obsoleto. La tesi sostenuta da questi media sarebbe rinforzata anche da alcuni recenti dibattiti sorti in determinati paesi – in particolare in USA, dove il nuovo comandante del corpo dei Marines, il generale David H. Berger, ha intrapreso una serie di riforme volte a liberare il corpo dalla sua componente corazzata, per renderlo più leggero e facilmente proiettabile, ma anche nel Regno Unito, dove diversi analisti propongono di non aggiornare la flotta dei carri Challenger e dei Warrior (Infantry Fighting Vehicle) per dirigere gli investimenti in settori considerati meno tradizionali, come quello cibernetico e spaziale. La maggior parte degli esperti in realtà spiega come la lezione da trarre sia assai diversa: i carri non sono finiti, tutt’altro. Oggi nessun mezzo terrestre riesce a offrire una miglior combinazione di protezione, mobilità e potenza di fuoco. Per parafrasare Winston Churchil, come fa Franz-Stefan Gady, Research Fellow all’International Institute for Strategic Studies, in una sua interessante analisi della guerra, “il carro rimane la peggior forma di protezione dei soldati contro gli UAV, escluse le altre”. Gli stati dell’Alleanza dovranno lavorare per rendere i loro carri più sicuri, soprattutto contro le minacce provenienti dalla terza dimensione. Sistemi di protezione attiva per contrastare i missili anticarro e apparati counter-UAS saranno senz’altro necessari.

L’artiglieria, al contrario di quanto possa sembrare, vista la scarsa rilevanza attribuita a quest’arma soprattutto dalle forze armate europee nelle ultime due decadi, ha giocato un ruolo fondamentale. La combinazione di pezzi d’artiglieria e droni (efficace anche in Ucraina) i quali erano in grado di fornire a chi operava sul terreno capacità ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance)estremamente efficaci e di fungere da controllori del fuoco dell’artiglieria, è risultata estremamente letale. I due conflitti convenzionali del secolo – Ucraina e Nagorno-Karabakh – indicano entrambi che l’artiglieria, in tandem con i droni, assume un’importanza sempre maggiore.

Per i missili balistici è necessario un discorso a parte. Entrambi gli stati erano in possesso di armi di questo tipo, ma non in misura adeguata da poterle impiegare in maniera sufficientemente intensa da poter raggiungere un risultato operativo rilevante. Soprattutto, i due avversari hanno dovuto limitare l’impiego di questi missili per questioni politiche: l’Azerbaigian sapeva bene che i russi, nel caso in cui l’Armenia fosse stata attaccata, sarebbero probabilmente intervenuti a supporto del loro alleato. Gli armeni non volevano provocare i turchi, che disponevano di F-16 schierati in territorio azero, per evitare un’escalation del conflitto. I morti civili sono stati pochissimi: circa una cinquantina da parte armena, mentre i morti azeri sarebbero inferiori a 90. Anche se non hanno giocato un ruolo rilevante, la lezione per la NATO consiste nel riconoscimento del fatto che oggi anche stati di dimensioni e budget poco consistenti sono in grado di entrare in possesso di missili balistici convenzionali, quindi di colpire in profondità snodi logistici, infrastrutture critiche, personalità chiave.

Quale conclusione per l’Italia e la NATO

Provare a stabilire come si sarebbe comportato una Forza Armata dell’Alleanza nel Caucaso è un’operazione che risulterebbe poco utile: troppe le variabili in gioco, anche se alcuni analisti si sbilanciano nell’affermare che molto probabilmente una qualsiasi forza armata europea di piccolo o medio calibro non si sarebbe comportata meglio di quella armena.

In Italia, a dir la verità, è stato direttamente il vertice militare a pronunciarsi a riguardo, fornendo una risposta chiara al quesito che ci siamo posti. Sappiamo bene infatti come si sarebbe comportata l’Italia in quel contesto. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli, in un’audizione in Commissione Difesa alla Camera, riferendosi al conflitto nel Caucaso, ha affermato che “i due opponenti, seppur di modeste dimensioni, dispongono di sistemi d’arma complessi e altamente letali quali ad esempio i missili balistici a corto raggio, contro i quali oggi noi non saremmo capaci di difenderci adeguatamente, non disponendo di dispositivi contro-missili Cruise”. “Un nostro eventuale coinvolgimento attivo in queste aree di operazione – ha continuato Vecciarelli – ci avrebbe portato serie difficoltà operative a causa dell’impossibilità ad applicare graduali risposte, possibilmente descalatorie del conflitto, per assenza nel nostro arsenale di sistemi di uguale, pur limitata, portata”. Secondo il generale italiano dunque, l’Italia, secondo paese contributore della NATO per numero di truppe all’estero e quinto per spesa militare, non sarebbe pronta per un conflitto del genere.

Un’analisi del conflitto in Nagorno-Karabakh deve partire dal presupposto che ogni guerra ha le sue particolarità e le sue eccezioni, il che rende qualsiasi tipo di generalizzazione non solo impossibile, ma anche molto pericolosa. Le forze schierate nel Caucaso disponevano certamente di mezzi e sistemi d’arma moderni, ma non avevano a disposizione, per via delle disponibilità economiche necessariamente limitate, grandi volumi di alcuni sistemi di ultima generazione disponibili invece presso le più ricche forze armate europee, come i caccia di ultima generazione. Un dominio operativo fondamentale poi, quello marittimo, che può avere enormi implicazioni sul combattimento terrestre, è stato del tutto escluso, visto che la regione non è bagnata dal mare.  

Matteo Mazziotti di Celso,
Geopolitica.info