Guerra in Siria: verso un mondo post-americano?

Anni fa, intervistato dalla CNN, Bill Clinton ebbe a confessare la sua personale vergogna per essere rimasto inerte davanti al genocidio ruandese nella metà degli anni Novanta. La dichiarazione, al netto di qualsiasi giudizio sull’operato del quarantaduesimo presidente americano, ci mette davanti al profondo cambiamento che ha investito l’auto-percezione della Casa Bianca rispetto al proprio ruolo sullo scenario geopolitico dopo il collasso sovietico.

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Requiem per l’interventismo umanitario
Unica superpotenza sopravvissuta al secolo delle grandi ideologie chiusosi nel triennio 1989-91, gli Stati Uniti hanno operato su quello scenario per i successivi tre decenni interpretando convintamente il ruolo di poliziotto globale che Franklin Delano Roosevelt aveva iniziato a delineare per loro prima ancora che i soldati alleati fossero impegnati nello sbarco in Normandia (recentemente evocato da Donald Trump). Liberi dai vincoli della Guerra Fredda, tutti i presidenti americani hanno recitato costantemente quel ruolo.  Nella maggior parte dei casi ciò si traduceva in un’ingerenza negli affari interni di stati sovrani legittimata agli occhi della comunità internazionale con i richiami all’ideologia dell’interventismo umanitario: nel ’90 in Kuwait con Bush padre, nel ’93 in Somalia e nel ’95 e nel ‘99 nei Balcani proprio con Clinton; nel 2011 in Libia con Obama. In altre occasioni alla salvaguardia delle popolazioni civili sono state sostituite motivazioni di sicurezza sia interna che esterna. I conflitti in Afghanistan nel 2001 e nel 2003 in Iraq sono stati accompagnati da una narrazione che vedeva gli Stati Uniti impegnati in quella “guerra globale al terrore” che avrebbe liberato dalla minaccia jihadista non soltanto gli americani, ma quanti aspiravano a far parte di quel “mondo libero” a cui G. W. Bush fece costantemente appello negli anni che seguirono l’undici settembre 2001.

“They hope we retreat from the world”
Del resto, come sottolinea Alessandro Colombo ne La disunità del mondo: dopo il secolo globale (Feltrinelli, 2010), l’accento nella formula “guerra globale al terrore” dovrebbe sempre cadere sulla parola centrale. Ancora per tutti gli anni Duemila, i presidenti degli Stati Uniti si sono sentiti investiti di un mandato che travalicava i confini nordamericani, una missione di esportazione della democrazia (americana) da cui la “Città sulla collina”, la nazione eccezionale e indispensabile secondo la definizione Madeleine Albright, non poteva in alcun modo esimersi. È anche per questo che, alla luce delle notizie che arrivano dal confine turco-siriano in questi giorni e dei proclami di disimpegno che il presidente Trump affida con cadenza quotidiana ai suoi followers su Twitter, è opportuno riflettere sulle parole con cui proprio George Bush Jr. si rivolse al Congresso nove giorni dopo l’undici settembre: “They [i terroristi, nda] hope that America grows fearful, retreating from the world and forsaking our friends”.

Un mondo post-americano?
Chi ha avuto voglia e modo di cimentarsi nella lettura delle National Security Strategy prodotte dalle diverse amministrazioni presidenziali statunitensi sa bene che il disimpegno americano dal quadrante mediorientale si inserisce in una visione strategica di medio-lungo termine che precede l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Eppure, mai finora con tanta chiarezza si era assistito a un passo indietro di Washington in un contesto che, seppur in Paesi diversi e non continuativamente, vedeva i soldati americani impegnati in operazioni militari da quasi trent’anni. Mai finora un passo indietro aveva prodotto conseguenze così drastiche e repentine come lo sconfinamento di un esercito – quello turco – e il subentro di un rivale geopolitico degli Stati Uniti – come la Russia – quale attore decisivo in un conflitto cruciale per la stabilità e la pacificazione del Medio Oriente.

Che da questi passi indietro emerga in futuro un sistema internazionale più o meno sicuro di quello americano-centrico che eravamo abituati a conoscere, è un quesito sul quale varrà la pena interrogarsi nei prossimi mesi. Il Centro Studi Geopolitica.info ha già iniziato a farlo e propone di discuterne insieme a quanti siano interessati dal prossimo 7 marzo alla XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali “Un mondo post-americano? Sfide e sfidanti dell’ordine liberale”.