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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoGuerra ibrida, la guerra senza limiti

Guerra ibrida, la guerra senza limiti

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“L’eccellenza suprema consiste nel rompere la resistenza del nemico senza combattere”. La celebre massima del filosofo e generale cinese Sun Tzu calza perfettamente nella definizione del concetto, relativamente ambiguo, di “guerra ibrida”. Il termine, di derivazione puramente occidentale, sebbene fosse utilizzato da tempo nel gergo militare, ha guadagnato prestigio pubblico negli ultimi anni, soprattutto a seguito dell’invasione della Crimea nel 2014.

Il tema della guerra ibrida si è prestato a profonde trattazioni dottrinali, che hanno coinvolto la scienza militare delle principali potenze, senza mai giungere ad una determinazione universale. Il problema non è meramente accademico, dal momento che influisce sulla capacità recettiva e difensiva degli Stati, oltre che sull’attribuzione di competenze in materia a specifiche agenzie governative. Spesso le definizioni di hybrid warfare si concentrano eccessivamente sulla combinazione di eserciti regolari con attori non-statali, quali terroristi, guerrilas o PMC (Private Military Company). Una strategia di certo non recente che, seppur con modalità diverse, rappresenta da secoli una caratteristica tipica delle guerre. La complessità della questione emerge particolarmente nella letteratura militare cinese, dove nelle pagine di Unrestricted Warfare (Q. Liang e W. Xiangsui) viene espressa la teoria di una guerra moderna basata su ostilità economico-commerciali, operazioni cibernetiche e terrorismo. La guerra ibrida viene definita quale insieme di “metodi che hanno una forza distruttiva uguale o financo maggiore rispetto alla guerra convenzionale”. Questi contribuiti vengono pressoché assorbiti da quella che può ritenersi la nozione più completa di guerra ibrida, tratta dall’edizione del 2015 del The Military Balance: “utilizzo di strumenti militari e non-militari in operazioni integrate, dirette all’inganno militare, a conseguire un vantaggio psicologico e materiale utilizzando mezzi diplomatici, informazioni rapide, pressioni economiche, strumenti elettronici e cibernetici, attraverso operazioni militari e di intelligence condotte sotto copertura”. 

La guerra ibrida, in sostanza, presenta una sorta di ambiguità strategica. Lo scopo della combinazione di operazioni cinetiche e tattiche statiche è quello di arrecare un maggior danno allo Stato belligerante senza dovervi dichiarare guerra. Effetto principale che ne deriva è la creazione di una zona grigia dove il confine tra guerra e pace è elusivo. Da un lato, le missioni di hybrid warfare si trattengono sempre al di sotto della soglia di guerra, dall’altro, risultano più praticabili e convenienti in termini economici ed umani. L’ambiguità della guerra ibrida, in più, complica sia l’attribuzione giuridica che la risposta materiale. Infatti, il diritto internazionale è fermo ad una nozione classica di guerra, intesa in senso cinetico, che esclude dalla fattispecie del divieto dell’uso della violenza eventuali attacchi cibernetici: la più alta tutela di ius cogens, quindi, è da negare. Al più si potrebbe ricondurre la guerra ibrida ad una violazione del principio di non interferenza, ma l’attribuzione del fatto illecito allo Stato straniero è assai complicata viste le sofisticate tecnologie utilizzate: il tutto si ridurrebbe ad una probatio diabolica. Si tratta di quella stessa ambiguità che impediva di affermare se, in Ucraina orientale, si trattasse di guerra interstatale o guerra civile e, quindi, se si potesse inquadrare la Russia come mediatore tra le repubbliche separatiste e Kiev, oppure come attore belligerante. Questione non più esistente dopo la recente invasione su larga scala.

Nel 1995 il generale russo Gareev pubblica il saggio “If war comes tomorrow? The countours of future armed conflict”, che cristallizza un concetto “totale” di guerra ibrida che, attraverso la propaganda e la disinformazione, agisce sulla società civile minandone la solidità delle istituzioni. Come preconizzava Hobbes, la sovranità di uno Stato ha le radici in un contratto sociale, ovvero in quel rapporto tra governanti e governati da cui trae origine l’autorità dei primi. In un’ottica più moderna, potremmo tradurre quel rapporto nel concetto di legittimazione che, da un lato, conferisce autorità all’attività normativa, dall’altro, più laicamente, esprime la fiducia di un popolo nelle sue istituzioni. Ora, le operazioni ibride tendono proprio ad erodere quel rapporto fiduciario tra istituzioni e popolo, che sovraintende la legittimazione dello Stato stesso. Le attività di disinformazione o propaganda, da sempre esistite ma ora più letali e praticabili per via dei social media, mirano agli elementi di vulnerabilità di una comunità, esacerbandone la polarità interna e mettendo a rischio la coesistenza e il pluralismo delle società democratiche. Così, nel 2016, i media russi diffusero una fake-news riguardante il rapimento e lo stupro di una minorenne russo-tedesca ad opera di migranti musulmani, causando proteste in Germania: perfetto esempio di information warfare

L’elaborazione moscovita della New Generation War poggia sulla teoria del “controllo riflessivo” che, coniata dallo psicologo sovietico Vladimir Lefebvre, si sostanzia nell’utilizzo di informazioni specificamente preparate per indurre un opponente a prendere decisioni che siano state già predeterminate come desiderabili dal mittente dell’informazione. Così, mentre la guerra cibernetica è un concetto nuovo perché legato al recente sviluppo tecnologico, le tattiche di dezinformtsiya (disinformazione) e maskirovka (inganno militare) hanno, invece, una lunga storia radicata nell’esperienza sovietica. Non a caso, il KGB era dotato di un dipartimento speciale responsabile delle “misure attive” che, esulando dall’ordinaria attività di spionaggio e contro-spionaggio, per mezzo di disinformazioni, blackmail e controllo di media locali, miravano a logorare e indebolire il fronte occidentale. La Federazione Russa ha ereditato la scienza militare sovietica, adattandola alle innovazioni tecnologiche. Anche la più recente “dottrina Gerasimov”, coniata dall’omonimo Capo di Stato Maggiore russo, si pone senza soluzione di continuità con le operazioni perpetrate durante la guerra fredda per indebolire nemici e soffocare aspirazioni nazionalistiche nelle ex-repubbliche sovietiche. Dalla prospettiva russa, altresì, eventi come la perestroika, Euromaidan e le “rivoluzioni colorate”, oltre che istituzioni quali il Fondo Monetario Nazionale e la Banca Mondiale, rappresentano strumenti di guerra ibrida. 

La guerra ibrida ha indotto gli strateghi militari a sviluppare un nuovo concetto di soft power, non più inteso come influenza passiva, bensì come promozione di un controllo attivo. La creazione dello spazio digitale, specie i social media, ha potenziato in quantità e qualità le pratiche di disinformazione sovversiva, aprendo la pista alla cyber warfare. La guerra ibrida, così, permette di inibire le funzioni essenziali di uno Stato, dall’energia all’amministrazione, senza sparare un solo colpo, nel tentativo di giungere all’apogeo bellico indicato del generale sinico Sun Tzu: “Chi è veramente esperto nell’arte della guerra sa vincere l’esercito nemico senza dare battaglia, prendere le sue città senza assieparle, e rovesciarne lo Stato senza operazioni prolungate”. 

La guerra ibrida, intesa come passaggio dalla guerra cinetica a quella cibernetica, però, non può definirsi aliena alle dinamiche che tradizionalmente attengono alla disciplina bellica. La storia più recente dimostra che gli elementi fondamentali della disciplina della guerra restano validi tuttora, specie il “Tao, ovvero la forza morale di un popolo e il prestigio del suo governo, e il territorio. La guerra ibrida, per funzionare, necessita di condizioni indispensabili. Queste condizioni erano esistenti, ad esempio, in Crimea, russofona ed isolata; invece, erano meno prevalenti nel confine sud-orientale ucraino. Ciò varrebbe a scongiurare le paure di chi, in Occidente, ne teme la ripetizione nello spazio NATO, infatti, le possibilità di replicare una Crimea o un Donbas al di fuori della sfera d’influenza russa sono, fortunatamente, remote. 

In questa direzione si inserisce la critica di Michael Kofman, esperto di strategia militare russa del CNA, che ha cercato di confutare la consistenza dottrinale della teoria della hybryd warfare, intesa come modello definitivo di proiezione strategica della Federazione nello spazio ex-sovietico. Infatti, il termine “ibrido”, denotando la sola combinazione di differenti strategie militari (convenzionali, irregolari, informative e politiche), non innoverebbe l’antica prassi occidentale basata sull’imperativo del using all the tools in the toolkit: ragion per cui Frank Hoffman, con tono critico, parla di not-so-new warfare. Inoltre, si contesta anche la stessa paternità sovietica della teoria, dal momento che il termine era già stato adottato da U.S. Marine Corps, Army e Navy per identificare “qualsiasi avversario che utilizzi simultaneamente una combinazione di armi convenzionali, tattiche irregolari, terrorismo e comportamenti criminali nella stessa battaglia per raggiungere obiettivi politici”. Sicché la dottrina Gerasimov, a detta di Kofman, è il tentativo estremo di Mosca di cogliere le innovazioni della guerra moderna che gli Stati Uniti avevano già utilizzato da più di un decennio in Iraq e Afghanistan. Gli analisti occidentali, dunque, avrebbero erroneamente elevato a dottrina coerente e solida una serie di operazioni speciali condotte da Mosca in Ucraina nel tentativo di adunare tutto sotto la rubrica di hybrid warfare, denotando così una scarsa attenzione alla evoluzione militare della Russia post-sovietica degli ultimi decenni. 

La principale preoccupazione di uno Stato, però, non può essere la ricerca di eventuali idiosincrasie tra differenti modelli di conflitto ibrido, bensì l’individuazione di misure difensive contro chi ne fa utilizzo, specie ove si tratti di grandi potenze come la Russia. Le risposte che l’Occidente saprà dare, determineranno le sfide globali e regionali del prossimo decennio, oltre che il perimetro di scontro tra l’Alleanza Atlantica e la Federazione Russa. In fin dei conti, la guerra ibrida non cambia la natura della guerra, la coercizione rimane il mezzo, il vantaggio materiale e psicologico il fine.

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