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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoLa guerra è già globale: cos’è cambiato a un...

La guerra è già globale: cos’è cambiato a un anno dal conflitto

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A un anno dal conflitto ucraino, occorre porre alcune questioni sullo stato dell’arte della guerra in corso e su come essa abbia mutato le sue sembianze negli ultimi mesi.
Il discorso di apertura del conflitto, tenuto da Putin il 21 febbraio del 2022, aveva fatto intravedere alcuni elementi dirimenti della guerra che si sarebbe aperta di lì a pochi giorni. In quell’occasione, il capo del Cremlino aveva ribadito alcuni concetti che hanno rappresentato l’asse portante della comunicazione propagandistica di Mosca nei primi mesi di guerra: la necessità di difendere i propri concittadini del Donbass; l’Ucraino come «parte inalienabile della nostra stessa storia, cultura e spazio spirituale»; il nazionalismo come virus; la necessità di «denazificare» Kiev e di riavvicinare l’Ucraina ai valori propri della Russia; il riferimento continuo a un senso di comune identità, o di comunità, ribadito a più riprese, facendo leva sull’appartenenza alla confessione ortodossa e sulle radici culturali forti del Russkij Mir.

Se in quel discorso tutti gli occhi del potere russo erano puntati sul territorio ucraino, e sul tentativo – che a distanza appare sempre più evidente – di un “regime change” a Kiev mentre si acquisivano militarmente i territori rivendicati del Donbass, ad oggi, considerando l’evoluzione degli eventi bellici, le cose stanno mutando e, con esse, il focus strategico e comunicativo di Putin si sta estendendo a un conflitto che sempre più appare di civiltà e non solo territorializzato.

Nei primi giorni del conflitto tutte le avvisaglie riportavano l’attenzione degli osservatori agli eventi precedenti, in cui la Russia era stata protagonista di incursioni militari che le avevano garantito il successo nell’arco di pochi giorni: non solo la Crimea pochi anni prima, nel 2014, con la relativa annessione suggellata dal contestato, quanto plebiscitario (con il 95,3%), referendum del 16 marzo, che aveva innescato l’onda lunga delle sanzioni europee e il lento distacco eurasiatico, ma anche il precedente georgiano con la guerra del 2008 durata in totale poco più di dieci giorni e che aveva sancito l’indipendenza delle repubbliche autonome dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia.

Ad oggi, per un verso errori tattico-strategici del Cremlino così come la risposta della resistenza ucraina, foraggiata apertamente dalle forze Nato e dai paesi sostenitori, ha piegato il conflitto verso dinamiche globali, che rendono l’attuale guerra non solo ibrida – con un impressionante meccanismo propagandistico da entrambe le parti, alimentato dalle tecnologie e dai sistemi web e dei social network – ma anche lo specchio di un distacco sempre più palese dell’apparato decisionale dal sentimento popolare. Le recenti elezioni regionali, che hanno visto una partecipazione assai limitata ai seggi, sembra essere soltanto il timbro che certifica la separazione tra una classe politica parlamentare che – al di là di qualche dichiarazione di facciata – è compattamente allineata alle decisioni Nato e una popolazione che, stando ai sondaggi, è per la maggioranza contraria all’invio di armi.

La dinamica più recente del conflitto, con il coinvolgimento a dire il vero ancora indiretto della Cina, le dichiarazioni sempre piuttosto altalenanti e ambigue della Turchia, la presa di posizione aperta dei paesi scandinavi e l’irrigidimento di un certo oltranzismo antirusso da parte polacca, con l’atteggiamento quanto mai distaccato nei recenti summit con ospite Zelensky dell’Ungheria di Orban, mostra chiaramente quanto questa guerra abbia assunto una dimensione globale. Non solo per le dichiarazioni, le azioni dirette e il coinvolgimento nell’invio di armi o nel supporto diretto e indiretto di tipo economico, ma anche per i tratti di scontro tra opposte civiltà che viene a più riprese sottolineato, dall’una e dall’altra parte.

Joe Biden ha più volte rimarcato quanto la Russia rappresenti un’anomalia nel sistema internazionale a trazione statunitense, un granello autoritario in un complesso ingranaggio che vorrebbe vedere il mondo appartenente al blocco Nato estendersi oltre gli attuali confini dell’alleanza atlantica e rompere i vincoli tra Europa e Asia. L’obiettivo degli Usa è duplice: estendere sempre di più lo spettro strategico militare verso Est e far coincidere tale estensione militare con quella di un modello economico che proprio dagli Usa e nei suoi più stretti alleati vede un perno essenziale. In un simile piano, la disarticolazione del nemico storico russo – sia in senso ideologico sia in senso militare – e l’indebolimento delle sue alleanze politico-economiche vanno di pari passo e ci spiegano il coinvolgimento nella guerra direttamente il mondo europeo. Non si tratta solo del tentativo di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo portando gli alleati nella prima fila del conflitto, ma anche di risultati indiretti che sul piano strategico globale sono di straordinaria importanza per Washington: col passare dei mesi il coinvolgimento europeo renderà nei fatti sempre più irreversibile il distacco con Mosca, disinnescando così quel potenziale economico-strategico rappresentato dal collegamento economico, commerciale ed energetico tra l’Europa e la Russia.

Dal canto suo, Putin sempre più spesso sta indirizzando l’attenzione del popolo russo e dei suoi sostenitori verso una dinamica di aperto scontro con l’occidente secolarizzato e dei diritti civili, ritenuto lontanissimo dalla visione ortodossa e tradizionale del mondo russo. In questo cambio di paradigma narrativo, le ragioni iniziali della guerra in Ucraina sembrano poste in secondo piano. La virata sempre più evidente verso temi di scontro globale e di civiltà con l’occidente sembra indirizzata per un verso a nascondere le difficoltà incontrare negli obiettivi strategico-militare e per l’altro a dare manforte ai soldati al fronte e alla popolazione interna, cui Putin si è rivolto di continuo nel suo discorso cercando di dare un significato più profondo, rispetto a quello meramente territoriale, a uno sforzo militare che sta sempre di più coinvolgendo la popolazione civile.

Se il conflitto rimane incerto negli obiettivi finali – non è chiaro sin dove voglia arrivare Putin: fino all’intero Donbass, fino a tutta la costa che affaccia sul Mar Nero, fino a Kiev? –, il coinvolgimento diretto e indiretto di alleati e forze straniere allarga in maniera preoccupante la scala di intervento militare e lo spettro ideologico di una guerra che appare sempre più ibrida e al contempo sempre più tradizionale.

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