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La guerra e il fronte interno: la cristallizzazione dell’opinione pubblica russa e il ruolo della narrazione geopolitica

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La guerra in Ucraina ha messo chiaramente in luce il vero volto della Russia di Putin, un regime autoritario che non tollera opinioni dissenzienti e che punisce severamente i cittadini che mostrano di voler mettere in questione le scelte di politica estera – in questo caso belliche – del Cremlino. Valga un esempio per tutti: il diritto penale prevede che chi oggi in Russia si riferisce all’Ucraina parlando esplicitamente di “guerra” o “invasione” anziché di “operazione militare speciale” rischia fino a quindici anni di reclusione. In questo senso, la Federazione Russa sta assumendo sempre più le sembianze di una potenza autocratica di stampo asiatico – simile in questo alla Repubblica Popolare Cinese.

Ma come viene percepita questa restrizione della libertà di espressione da parte del popolo russo? Occorre ribadire che i cittadini russi hanno un approccio molto diverso alla politica rispetto ai cittadini delle liberaldemocrazie occidentali. La maggior parte dell’opinione pubblica russa è praticamente cristallizzata, accettando passivamente e con ingenua fiducia o cinica rassegnazione le scelte della propria leadership. Generalmente, e almeno in apparenza, i cittadini russi hanno un approccio meno critico alla politica e più in linea con le scelte governative rispetto a qualunque paese occidentale. Senza porsi troppe domande, i russi tendono ad obbedire al proprio leader credendo – forse anche a causa del retaggio storico di autocrazia imperiale di stampo bizantino-mongolo – di dover sempre rispettare la piramide sociale gerarchica al cui vertice si colloca l’autorità sovrana. Questo non significa che all’interno della Russia non esistano movimenti di opposizione e di dissenso, sebbene vengano messi a tacere spesso in modo sbrigativo e brutale. Tuttavia, è importante sottolineare che il popolo russo, con il suo forte istinto patriottico, quando percepisce o vive momenti di crisi come il timore che la NATO possa ulteriormente espandersi verso lo spazio postsovietico in paesi come l’Ucraina, si raggruppa intorno al leader e decide di seguirlo anche nelle scelte più estreme e complesse. Per l’immaginario collettivo di molti russi e nell’inconscio del popolo russo il sovrano svolge ancora il ruolo di “piccolo padre” che svolgeva lo zar, ossia la funzione di genitore severo che però ha sempre a cuore la protezione dei propri figli. Di conseguenza, in una retorica paternalistica, il sovrano va sostenuto perché conosce il modo di proteggere gli interessi dei suoi sudditi.

Non possedendo dei mass media indipendenti ed essendo fortemente influenzata dalla propaganda di regime, la Russia presenta al proprio popolo una rigida versione di politica estera basata su alcuni pilastri inamovibili. Uno di questi è l’ostilità nei confronti dell’Alleanza Atlantica. Le scuole, le accademie, le università e i mezzi di comunicazione raffigurano univocamente la NATO come un’organizzazione ostile che va contrastata. Inoltre, le università e i centri culturali russi sottolineano con enfasi l’importanza della geopolitica classica, ossia quell’approccio di geopolitica che fa capo ad autori come Mackinder, Mahan, Haushofer, Schmitt e Spykman, ritenendo valida l’idea che la NATO incarni un polo di potere volto ad asfissiare la Russia attraverso una politica di contenimento e accerchiamento. In altre parole, in virtù di quest’approccio di geopolitica classica fortemente radicato sugli aspetti geografico-strategici, Mosca crede che la NATO voglia confinare la Russia entro i confini interni e continentali dell’Eurasia, evitando che possa avere accessi diretti e linee di comunicazione nei mari caldi, in particolare verso il Mar Nero e in prospettiva verso il Mar Mediterraneo, recidendo i collegamenti anche con il Medio Oriente – in particolare con gli asset russi in Siria. In questo senso, un’ipotetica inclusione dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica rappresenta un pericolo strategico mortale per la Russia, che si vedrebbe privata di una posizione di forza nel Mar Nero – circondata da paesi NATO – e accerchiata in modo ancora più completo in Europa, dalla Norvegia alla Turchia, con missili puntati direttamente contro Mosca da Kiev o Sebastopoli. Di conseguenza, influenzata da questi paradigmi di ragionamento, l’opinione pubblica russa, pur condannando l’aggressione militare, condivide l’obiettivo finale dell’operazione bellica in Ucraina, ossia evitare che Kiev venga integrata nell’apparato di sicurezza euro-atlantico.

Al di là della narrazione ufficiale, occorre analizzare se la NATO costituisce davvero una minaccia per la Russia. La Russia già confina con l’Alleanza Atlantica in Norvegia e in Estonia, con Polonia e Lituania a valere per l’oblast’ di Kaliningrad, e con alcuni Stati rivieraschi del Mar Nero. Dal canto suo, la NATO si descrive come un’alleanza difensiva che non ha intenzione di confrontarsi in modo aggressivo con gli altri attori con cui interagisce. Ma è davvero così? Il governo russo ribadisce spesso come in anni recenti la NATO sia intervenuta fuori area manu militari, ad esempio, in Serbia (1999), Afghanistan (2001) e Libia (2011). Tutto ciò ha portato la Russia a considerare la NATO come un’alleanza non soltanto meramente difensiva. Inoltre, come noto, la NATO venne concepita nel contesto della strategia del containment del Presidente americano Truman proprio in chiave antisovietica per evitare che l’URSS potesse raggiungere il Rimland (o margine) eurasiatico e dunque un accesso più agevole alle vie oceaniche internazionali. Infine, anche da un punto di vista politico-istituzionale, la NATO promuove la diffusione della liberaldemocrazia e dei valori liberali occidentali, in cui la Russia di Putin non si riconosce.

Oggi il popolo russo è consapevole che la propria leadership non ha l’intenzione di ricreare l’Unione Sovietica, ma semmai di ricostituire lo spazio imperiale russo. All’opinione pubblica russa non è sfuggito il parallelismo tra ragioni che condussero alla Guerra di Crimea nel lontano 1853 e all’intervento contemporaneo in Ucraina. Se ai tempi della Guerra di Crimea l’egemonico Impero britannico temeva che l’Impero russo potesse espandersi verso sud, recidendo le linee di comunicazione con il Raj indiano, e di conseguenza riteneva necessario contenere la Russia entro il Mar Nero smilitarizzato, oggi allo stesso modo la NATO a guida statunitense tenta di contenere la Russia entro i limiti continentali dell’Eurasia per evitare che possa avere una presa sulle regioni eurasiatiche costiere. In altre parole, la Russia ha plasmato un tipo di narrazione che fa perno sull’idea che la NATO voglia sostanzialmente contenere la Russia nell’Eurasia continentale, evitando che possa avere un’interazione significativa con l’Europa e con i margini costieri dell’Eurasia. Questa idea è anche nata dalle asserzioni di politologi come Zbigniew Brzezinski che, nel ruolo di National Security Advisor del governo americano, sottolineava come la fine dell’influenza russa sull’Ucraina avrebbe trasformato Mosca in una potenza eminentemente asiatica, e non più europea. D’altronde, già il cancelliere Bismarck aveva intuito nell’Ottocento che per indebolire la Russia fosse sufficiente sottrarle l’Ucraina, aizzando “fratello contro fratello”. Putin è chiaramente consapevole di questi rischi e, influenzato anche da una parte dell’élite filosofica russa che ha fatto della geopolitica il perno della propria analisi di politica internazionale – si pensi ad Aleksandr Dugin –, segue schemi profondamente influenzati dal ragionamento geopolitico, dimostrando come la Russia abbia ancora un approccio politico decisamente statocentrico e “westfaliano”, come d’altronde anche altri Stati autoritari come la Turchia di Erdoǧan o la Cina di Xi Jinping.

La narrazione geopolitica non è naturalmente compresa da tutte le fasce della popolazione russa. Una larga fetta della popolazione, soprattutto i più giovani e i meno acculturati, ignorano le radici storiche e strategiche del conflitto. Se pertanto i giovani più superficiali si limitano ad un’opposizione emotiva e nevrotica – magari perché non possono più pubblicare su un social media come Instagram un nuovo selfie –, i giovani politicamente più impegnati o danno pieno sostegno al regime o lo contrastano pagando spesso un alto prezzo. Al contempo, però, la fascia di popolazione meno educata o poco istruita manifesta una tacita accettazione (o rassegnazione) di fronte a una forza maggiore che non comprende o comunque non può contrastare. Insomma, in Russia a fare la vera politica è ancora una volta la cerchia governativa dei politici e dei militari, non il cittadino comune, che, nella maggior parte dei casi, manifesta un atteggiamento che ricorda un paziente psichiatrico cristallizzato in quanto sotto ipnosi.

CEMAS Sapienza di Roma
Higher School of Economics di Mosca

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