Il gruppo di Craiova : un nuovo corso per i Balcani

Una nuova alleanza diplomatica e’ nata nell’ultimo ”buco nero” d’Europa: il gruppo di Craiova. Il 25 aprile di quest’anno i primi ministri di Romania, Bulgaria e Serbia si sono incontrati nella suddetta localita’ romena. Gli obiettivi dichiarati sono la mutua cooperazione diplomatica, infrastrutturale ed energetica oltre che il miglioramento delle proprie (scarse) prestazioni economiche. Una delle prime iniziative messe in agenda, dopo un successivo incontro a Vidin in Bulgaria, è rafforzare le reti delle telecomunicazioni tra i tre paesi specie nelle reciproche aree di confine.

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L’ alleanza si rifà  al gruppo di Visegrad tra Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia creato dopo il crollo della cortina di ferro. I quattro paesi nel ’92 rifiutarono la collaborazione romena, ritenuta più un fardello che una risorsa.

Oggi, ciononostante, proprio la Romania si trova nella cabina di regia del gruppo di Craiova. Il premier rumeno, Victor Ponta, ha dichiarato che il fine ultimo dell’alleanza è la piena integrazione dei Balcani al resto dell’Europa. Ha auspicato che la Grecia e gli altri stati balcanici (Macedonia, Albania e Montenegro) aderiscano. Si è anche impegnato a perorare a Bruxelles la causa dell’adesione serba. Bulgaria e Romania sono membri effettivi della UE dal 1° gennaio 2007, la Serbia sta conducendo i negoziati di accesso dal gennaio 2014.  Inoltre vuole aprire un dossier diplomatico sulla Moldavia, paese nell’orbita russa e impantanato nella questione della Transinistria, con cui i romeni condividono lingua e cultura.

Bulgaria e Romania vogliono anche garantirsi l‘adesione all’area Schengen. Questa gli è stata ripetutamente negata dai paesi dell’Europa occidentale per timore di una emigrazione selvaggia. Al netto delle dichiarazioni, gli obiettivi concreti sono l’energia e le infrastrutture, ”binari” della crescita economica. La costruzione di un anello autostradale Sofia-Belgrado- Bucarest è uno dei primi cantieri in apertura. Il premier bulgaro Boyko Borisov auspica per gli inizi del 2016 l’inaugurazione del tratto Sofia-Belgrado.

Altra autostrada ambiziosa è quella che parte dalla citta rumena di Calafat, attraversando il Danubio, fino a Vidin in Bulgaria. Collegandosi poi all’autostrada Helmus che unisce Sofia ai porti di Varna e di Solum si giungerebbe al Bosforo. I Balcani tornerebbero nuovamente ad essere il ponte tra Europa e Oriente. Il gas è il capitolo più scottante affrontato dai paesi di Craiova. Da quando, nel dicembre del 2014 , il South Stream è stato cancellato a causa delle pressioni della Commissione e degli americani, che lo ritenevano uno strumento per l’influenza russa sulla regione, e’ necessaria una nuova fonte di approvvigionamento.

I paesi di Craiova sponsorizzano la costruzione di un Corridoio Verticale del gas che dai confini ucraini passi per i loro rispettivi territori  arrivando attraverso tutti i Balcani all’Europa occidentale oppure, via Adriatico, all’Italia. La Bulgaria inoltre, per rivitalizzare il decaduto progetto del Nabucco, propone la costruzione di un rigassificatore a Varna destinato ad accogliere il gas dall’Asia Centrale. Per quanto concerne la produzione e lo scambio dell’energia idroelettrica, Romania e Serbia stanno collaborando nei pressi del Danubio per la costruzione di due nuove centrali, Iron Gate I e Iron Gate II.

La Romania e Bulgaria, pur avendo un tasso di crescita nel 2015 di circa 2,7 % la prima e del 1,2% la seconda, restano paesi scarsamente industrializzati con oltre un quarto della popolazione sotto la soglia della povertà. Nelle campagne ancora mancano la luce elettrica e l’aqua potabile. L’accesso a internet è il più basso d’ Europa e il settore radiotelevisivo quasi limitato alle emittenti pubbliche, scarsa la rete ferroviaria.

La vita politica è inquinata da uno dei più forti tassi di corruzione mondiali e dalla nefasta influenza delle organizzazioni criminali. Centrali sono le questioni etniche. Entrambi hanno una forte presenza di zingari (2 milioni in Romania e 800mila in Bulgaria) che, emarginati dalla vita sociale, sono relegati in ghetti. La Romania inoltre ha una forte minoranza ungherese in Transilvania (un milione e 200 mila persone) refrattaria all’apprendimento della lingua rumena a scuola e ultimamente sensibile alle parole di Orban in fatto di doppia nazionalità.

La Bulgaria invece si trova di fronte ad una catastrofe demografica che ha portato il paese a diminuire la propria popolazione di due milioni di abitanti dal 1989 a oggi. Gli unici a crescere, oltre ai rom, sono i Pomaki la minoranza islamica turcofona ereditata dal dominio ottomano. Si può immaginare quali contrasti porterà questo nel paese. La Bulgaria è anche diventata una dei principali passaggi dei migranti extracomunitari costringendo il governo a dispiegare l’esercito sul confine turco.

La Serbia, nelle stesse condizioni economiche degli altri due paesi, ha ancora i fronti caldi del Kosovo, della Repubblica Srpska in Bosnia e della multietnica Voivodina. Inoltre, con la secessione del Montenegro, ha perso lo sbocco al mare e la sua parte industrializzata.

Quella dei Balcani è una partita politica molto intricata, connotata da bizantinismi e  doppi giochi, in cui dietro le quinte si muovono grandi competitor internazionali. Bruxelles desidera integrare questi paesi per dare prova di gestire autonomamente conflitti etnici quiescenti oltre che crisi monetarie. La Russia, grande alleato dei popoli bulgari e serbi nelle guerre di liberazione nazionale, vede nei Balcani lo sbocco sul Mediterraneo. La Turchia, patrona dei musulmani di Bosnia, Kosovo e Albania, coltiva nell’area sogni di potenza neo-ottomana.

Il cammino è soltanto all’inizio ma il gruppo di Craiova potrebbe essere il tassello decisivo per normalizzare i Balcani.