0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheItalia ed EuropaGrecia e Turchia: uno scontro inevitabile con un grande...

Grecia e Turchia: uno scontro inevitabile con un grande assente

-

A partire dallo scorso agosto, la disputa per il controllo del Mediterraneo orientale è divenuta una lotta a due fra Grecia e Turchia. La rivalità per il controllo di quest’area trova origine in due matrici differenti: la questione etnica, risalente alla guerra che avvenne tra il 1919 ed il 1922, ed il controllo di un’area nota come la Madrepatria Azzurra.

Una prospettiva storica

La questione etnica ha radici storiche: la Grecia, durante i trattati del 1919, dopo la fine della Prima Guerra mondiale, espresse il desiderio di creare una “Grande Grecia” con un’espansione territoriale che raggiungesse i confini dell’Asia minore; la Turchia, da parte sua, guidata da Khamal Ataturk si rifiutò. Tutto ciò portò ad un vero e proprio conflitto tra le due Nazioni che terminò soltanto l’11 ottobre del 1922 con l’armistizio di Mudyana, costringendo i greci al ritiro dal Bosforo. L’armistizio fu seguito dai trattati di Losanna dello stesso anno, che portarono ad un trasferimento in massa di cittadini turchi e greci verso i territori disegnati dai nuovi confini.

Il controllo dell’area della Madrepatria Azzurra, invece, è una questione più recente. L’area è ampia circa 460 chilometri quadrati e rappresenta le mire espansioniste marittime della Turchia; la volontà turca, tuttavia, non è conforme alla risoluzione ONU del 1982, che disegnò i nuovi confini tra Grecia e Turchia, ma che non vennero mai riconosciuti dallo stato anatolico.

Alla luce di queste motivazioni, che sono prettamente di natura storica, lo scontro attuale fra Grecia e Turchia, verte soprattutto su due problematiche: quella energetica e quella migratoria. 

La questione energetica: la Turchia ha bisogno del gas

Lo scorso 24 luglio la Turchia ha avviato un’azione di esplorazione per la ricerca di giacimenti di gas naturale con l’ordine di una restrizione della navigazione nota come “Navtex” che ha portato la Turchia a soli 150 chilometri da Rodi. Il superamento dei confini, con il conseguente scontro della nave turca Oruc Reis con la nave greca Limnos, ha portato ad un’imminente escalation che ha coinvolto anche alcuni stati dell’Unione Europea, del Medio-Oriente e del Nord-Africa. Lo scontro greco-turco in quest’area marittima, tuttavia non è l’unico; le tensioni sono presenti anche sull’isola di Cipro, divisa a metà tra la Repubblica di Cipro e la Repubblica turca di Cipro del Nord.

La rivalità tra i due Stati in quest’area cominciò già nel 2015, conseguentemente alla scoperta di ENI di vasti giacimenti; tale scoperta portò alla luce la possibilità di un gasdotto tra Israele, Egitto e Cipro, dal Mediterraneo orientale verso la Grecia e successivamente verso l’Italia, che li potesse collegare. La Turchia rimase fuori da questo accordo e per tale motivo nel dicembre del 2019 decise di firmare un accordo con la Libia che le permettesse di sfruttare le risorse energetiche libiche in cambio di un supporto militare turco; ciò dimostra come l’attivismo turco in Libia sia ben radicato, dovuto anche ad una mancanza dell’Unione Europea. A tal proposito, è indubbio che la Libia, dopo la morte di Gheddafi e soprattutto data la mancanza di un’azione diplomatica comune dell’Unione europea nello scontro tra Haftar ed Al-Serraj, si stia allontanando dall’orbita europea per trovare una sua nuova collocazione nell’equilibrio geopolitico. Alla luce di questo, è evidente come il Mediterraneo orientale sia ormai uno dei bacini energetici più importanti e soprattutto contesi, anche se non può rappresentare uno dei centri energetici mondiali. La Turchia, situata a Nord di tale bacino, è sicuramente un cliente naturale delle risorse, sia per la grande e robusta produzione industriale, sia per ragioni demografiche.

Nel 2019 la nascita dell’East Med Gas Forum, con la partecipazione degli Stati della regione, esclusi Libano e Turchia, e con la sola presenza esterna dell’Italia in virtù del ruolo di player industriale principale di ENI, ha portato ad ulteriori scontri. L’organizzazione prevede la possibilità di accesso di nuovi membri solo con il consenso di quelli già presenti, anche se pare evidente che il veto israeliano sul Libano e quello egiziano sulla Turchia siano destinati a rimanere sul tavolo a lungo. Negli ultimi mesi, Francia e Stati Uniti hanno manifestato la forte volontà di divenire membri osservatori del Forum a riprova del rilievo politico dell’organizzazione. Come detto in precedenza, la Turchia sarebbe un partner naturale del bacino, con circa 300 società che operano in tale hub. Negli ultimi anni, Ankara ha installato quattro impianti di rigassificazione sulla costa per poter trarre vantaggio dai costi competitivi del mercato del gas liquefatto. In realtà, la Turchia resta tra i principali clienti di Mosca, che soddisfa oltre il 50% della domanda turca. È proprio questo uno dei motivi fondamentali dell’ingerenza turca nel Mediterraneo orientale: la dipendenza ormai asfissiante da Mosca.

L’attività operata da Ankara nel Mediterraneo orientale ha quanto meno congelato le prospettive di sviluppo di un nuovo mercato del gas, aumentando la dipendenza energetica europea verso la Russia e portando la Turchia a voler ricoprire un maggior ruolo nel teatro mediterraneo.

La questione migratoria: la Grecia è circondata

Dal punto di vista energetico, la Grecia aveva già avviato nel 2009 la ricerca di eventuali giacimenti in quell’area che rischia, ad oggi, di diventare monopolio turco.  Atene considerava vitale l’accordo con Israele a protezione dei confini marittimi; dopo la fine del commissariamento nel 2018, il governo greco ha cercato di puntellare il proprio ruolo geo-strategico nell’Europa sud-orientale, mostrandosi disponibile alla creazione di una piattaforma energetica, sotto influenza statunitense, nei Balcani meridionali. 

Inoltre, la rotta balcanica è divenuta una delle più critiche per quanto riguarda i flussi migratori. Nel 2015 circa un milione di richiedenti asilo, proveniente per lo più dalla Siria, è partito dalla Turchia decidendo di risalire l’Europa orientale.

Ad oggi la situazione è divenuta ancora più delicata. La Grecia si sente accerchiata dalle mire espansionistiche della Turchia, ma anche sotto scacco per quanto riguarda la situazione a Lesbo e per la pressione esercita sui suoi confini. Lo stesso Primo Ministro greco Kyriakos Mitsotakis, ha sospeso l’iter per le richieste di protezione dei migranti in arrivo dalla Turchia. La situazione è piuttosto esplosiva, in quanto l’Unione Europea non sa esattamente come muoversi, mentre l’ONU ha stimato la presenza di circa 15 mila richiedenti asilo in circa 120 chilometri di confine tra Turchia e Grecia, situazione che potrebbe peggiorare con la complicità della pandemia.

La rotta balcanica a partire dal 2016 aveva visto una forte diminuzione dei flussi migratori, in quanto la maggior parte dei Paesi dell’Europa orientale aveva deciso di chiudere i confini per tutti i richiedenti asilo proveniente dalla Siria e più in generale dal Medio-Oriente. Inoltre, l’Unione Europea si era impegnata a versare circa 6 miliardi di euro alla Turchia per il contenimento di circa 3 milioni di migranti sul proprio territorio; Ankara con tali fondi avrebbe dovuto costruire dei centri di accoglienza, garantendo soprattutto cure sanitarie vicino al confine greco, ma il governo turco dei 27 centri previsti ne ha avviato la costruzione di soli dieci. Nonostante il flusso dei migranti sulla rotta balcanica sia diminuito, questo tipo di accordo ha messo in maniera definitiva nelle mani di Erdogan il controllo dell’immigrazione in Europa. Nel luglio del 2020 numerose ONG avevano ormai dichiarato la situazione sull’isola di Lesbo completamente insostenibile, con la presenza di circa 13 mila migranti nel centro di Moria, che ne può ospitare al massimo 3 mila. Una situazione intollerabile per la Grecia, che oltre a inviare aiuti sanitari per combattere la pandemia da Covid-19, non ha gli strumenti per affrontare una crisi umanitaria di tale portata data l’assenza dell’Unione Europea.

E se l’Unione Europea è praticamente assente in una realtà così critica, la Turchia porta avanti con forza la sua prerogativa “imperialista”; la decisione di aprire i confini da parte di Erdogan, infatti, ha la volontà di mettere con le spalle al muro l’Unione Europea a cui Ankara vuole chiedere un aumento dei fondi da sei miliardi

La Grecia, vista la compiacenza europea verso la Turchia, ha così deciso di aumentare la sicurezza militare al confine. Ursula Von Der Leyen ha annunciato un aumento delle risorse per Frontex, il progetto di controllo europeo per i confini; tale dichiarazione ha posto uno stop verso i richiedenti asilo, che non vedono così garantita la loro sicurezza secondo il diritto internazionale.

Unione Europea e NATO al bivio: previsioni future

Ad oggi il grande assente nello scontro tra Turchia e Grecia è l’Unione Europea, che non ha nessun piano per poter ammettere nei confini europei una parte dei migranti che si trovano al confine greco-turco. Nelle varie dichiarazioni dei leader europei non vi è nessun progetto a lungo termine; inoltre, la Francia, stando alle ultime dichiarazioni di Macron è fortemente intenzionata a fermare l’ascesa turca nel Mediterraneo orientale e in Libia. Complici anche le resistenze dei paesi europei a forte stampo nazionalista, il meccanismo di ridistribuzione europea dei migranti e il trattato di Dublino, sembrano ormai fortemente superati e vi è la necessità di trovare nuove soluzioni alle politiche migratorie dell’Unione Europea. Nonostante l’ultima proposta dell’Unione di una solidarietà e redistribuzione obbligatoria per i Paesi membri, la Grecia continua a rimanere isolata nella lotta al gigante turco.   

La Grecia si è vista scaricata anche dallo stesso Josep Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione; l’ex ministro degli Esteri spagnolo ha quasi giustificato le minacce militari turche, dando la colpa alla Grecia per l’accordo con l’Egitto sulle zone economiche esclusive, il tutto senza aver fatto nessuna dichiarazione in merito all’intervento turco in Libia. L’atteggiamento di Borrell, comunque,  ha trovato anche l’appoggio nelle dichiarazioni del Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, il quale ha deciso di non intervenire nella discussione fra due Stati che sono entrambi membri dell’Alleanza Atlantica.

La situazione è cambiata notevolmente a partire dalla metà di settembre, quando la NATO ha deciso di avviare un’azione diplomatica tra i due Paesi. L’intensa attività di negoziazione portata avanti dal Segretario Generale, dopo numerosi colloqui con i vari rappresentati di Grecia e Turchia, ha portato ad un accordo il 1° ottobre basatosi sul meccanismo bilaterale di dissociazione militare; tale sistema ha la prerogativa di ridurre il rischio di incidenti nel Mediterraneo orientale. L’accordo dimostra come la NATO stia ricoprendo un ruolo sempre maggiore in ambito diplomatico, ma anche l’utilità e la sua centralità nel Mediterraneo; questo anche a confermare che la suddetta area necessiti di maggiore sicurezza e stabilità. Il punto principale è che l’espansionismo della Turchia non trova nessun fondamento giuridico, ma l’Unione Europea si trova legata alla stessa per la questione migratoria; inoltre, la questione energetica sta spingendo sempre di più la Turchia a rendersi indipendente, facendo diventare l’Unione Europea sempre più dipendente dal gas russo.

In conclusione, con la Turchia che ormai conta più di 90 milioni di abitanti e con un’economia piuttosto sviluppata, anche se su fondamenta poco stabili e un sistema decisionale di stampo dittatoriale, è inevitabile che lo stato anatolico sgomiti non solo nel Mediterraneo orientale, ma anche in Africa. All’Unione Europea spetta l’arduo compito di far rispettare gli accordi presi con la Turchia e cercare di creare nuove zone di influenza, sulla base dei principi democratici sulla quale si fonda.  

Corsi Online

Articoli Correlati

La Croazia entra nell’Eurozona mentre si riaccendono le antipatie con la Serbia

A seguito dell’approvazione della Commissione Europea del primo giugno, la Croazia è un passo più vicina all’adozione ufficiale dell’euro....

L’Italia e gli Stati dell’Unione Europea alla prova del decoupling dalla Russia: cronaca di una mancata pianificazione strategica

L’escalation che sta interessando l’Ucraina rappresenta il capitolo più recente di un conflitto in corso da otto anni tra...

Dall’Intermarium al Trimarium. L’Europa centro-orientale tra nuove iniziative e vecchi schemi

Il concetto dell’Intermarium, letteralmente “la terra tra i mari”, rappresenta una delle più significative teorizzazioni geopolitiche relative allo spazio...

Le politiche migratorie dell’Unione Europea dagli anni Novanta ad oggi: il ruolo centrale degli strumenti di esternalizzazione

Per decenni Paesi di emigrazione, gli stati membri dell’UE hanno compreso la necessità di sviluppare una politica migratoria e...