Il termine “grande gioco” risale al XIX secolo quando Regno Unito e Impero Russo si contendevano il controllo dei paesi dell’Asia Centrale. Si trattava di una competizione moderata e perlopiù diplomatica, caratterizzata da accordi e alleanze, che tutt’ora contraddistinguono la regione. Oggi il termine è tornato di moda, riferendosi anzi a un “nuovo grande gioco” che vede competere le grandi potenze mondiali per ottenere alleanze sempre più solide e vincolanti.
Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan, nonostante vogliano condurre una politica multi-vettoriale, indirizzata a intrattenere relazioni con tutti i paesi, si trovano oggi all’interno di un’arena in cui le maggiori potenze straniere quali Russia, Cina, Stati Uniti, ma anche Turchia, perseguono i loro obiettivi cercando di accaparrarsi lo status di miglior partner.
I territori dell’Asia Centrale, rimasti perlopiù sconosciuti fino alla dissoluzione dell’URSS, sono oggi al centro delle ambizioni egemoniche dei maggiori attori internazionali che competono per stringere alleanze e impegnarsi in investimenti sempre più ingenti sulla regione. Se fino a poco fa questi paesi erano ancora legati all’ex Madre Patria Russia, che garantiva loro sicurezza e rappresentava il principale partner commerciale; dall’altra un altro importante attore si sta facendo strada nella regione: la Cina. Quest’ultima, infatti, ha bisogno delle risorse necessarie per sostenere i ritmi incessanti della sua economia e la regione dell’Asia Centrale rappresenta un ottimo alleato in tal senso. A questo proposito, lo scorso 19 maggio si è concluso a Xi’an, in Cina, il vertice di due giorni tra i cinque paesi dell’Asia Centrale e il presidente cinese Xi Jinping. L’obiettivo dell’incontro, come ha dichiarato il numero uno cinese, era quello di “rinnovare la nostra amicizia millenaria e aprire nuove prospettive per il futuro”. Al SUMMIT, tuttavia, non è passata inosservata l’assenza del presidente russo Vladimir Putin.
Il nuovo “grande gioco” coinvolge le grandi potenze che, seppur per motivi interni apparentemente differenti, competono per un obiettivo comune: aumentare la loro sfera di influenza nella regione andando inevitabilmente a ridurre quella avversaria. A tal fine è utile citare l’organizzazione fondata nel 1996 da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan, diventata poi Shanghai Cooperation Organization (SCO) con l’adesione dell’Uzbekistan nel 2001. L’organizzazione nasceva con l’obiettivo di sconfiggere il terrorismo, il separatismo e l’estremismo dalla regione dell’Asia Centrale, ma oggi è evidente la tendenza antioccidentale che Cina e soprattutto Russia vogliono dare all’organizzazione per limitare l’influenza di attori stranieri nella regione.
La Russia in particolare rappresenta il primo partner commerciale per i paesi dello spazio post-sovietico, come ad esempio il Kazakhistan. Nonostante si tratti del paese più vasto dell’Asia Centrale e maggior produttore di petrolio della regione grazie alle riserve a Tengiz, Kachaganak e la più recente, a Kashagan, il paese è ancora strettamente legato ai gasdotti russi. Tuttavia, la produzione annuale di petrolio kazako dal 2015 varia tra i 77 e i 79 milioni di tonnellate, e proprio grazie all’ultima riserva petrolifera scoperta nel 2013, si stima che il paese aumenti la produzione del 60% entro il 2030. Questo indubbiamente modifica gli equilibri geopolitici inserendo un ulteriore competitor ai già affermati paesi dell’OPEC, e più in generale, ai paesi esportatori di risorse energetiche. Il boom produttivo di Astana ha spinto Pechino a inserirsi sempre più in profondità nella regione cercando un rifornimento diretto senza dover passare attraverso Mosca.
Il Turkmenistan al contrario è ricco di gas naturali e grazie alla posizione strategica in prossimità del Mar Caspio, il paese è il quarto al mondo per riserve di gas. Il 70% delle importazioni cinesi provengono proprio dal Turkmenistan che esporta i suoi gas principalmente in Cina.
Anche l’Uzbekistan con la regione della Fergana è un grande produttore di energia, nonostante però venga esportata solo una ridotta quantità a causa dell’aumento della domanda interna.
La regione dell’Asia Centrale è anche produttrice di energia idroelettrica, in particolare il Kyrgyzstan, che con una superficie di acqua di quasi 2458 metri quadrati esporta energia soprattutto in Afghanistan.
Queste risorse rendono i territori dell’Asia Centrale altamente desiderabili e se da un lato la Russia considera ancora questi paesi come suo “backyard” e vuole assicurarsi lo status di principale alleato proteggendo i confini a sud contro le minacce di terrorismo islamico e traffico di droga, dall’altro la Cina sta investendo sempre di più nella regione, specialmente con il progetto “One Belt One Road” poi diventato “Belt Road Initiative”, volto a incrementare e perfezionare i collegamenti commerciali con i paesi dell’Eurasia.
Nonostante sia stato lo stesso presidente Vladimir Putin nel febbraio 2022 a descrivere l’amicizia con la Cina come “senza confini”, ci troviamo oggi dinanzi un cambio di rotta. Se da una parte la Russia condivide il sentimento antioccidentale cinese, dall’altra non può dare il suo beneplacito all’avanzata cinese in Asia Centrale. Tuttavia, è proprio la guerra portata avanti dal presidente russo che involontariamente allontana i paesi centroasiatici a causa delle ripercussioni delle sanzioni sul commercio e l’economia. Dal canto suo, la Cina si sta rivelando attualmente il miglior partner per i paesi come è stato più volte ribadito dallo stesso presidente Xi Jinping nel corso del SUMMIT dello scorso maggio in cui ha dichiarato la volontà cinese di aumentare la cooperazione con i paesi dell’Asia centrale. In particolare, “la Cina si impegnerà ad aumentare il volume del trasporto merci transfrontaliero, migliorando la capacità di traffico dell’autostrada China-Kirghizistan-Uzbekistan e dell’autostrada China-Tajikistan-Uzbekistan e portando avanti le consultazioni sulla ferrovia China-Kirghizistan-Uzbekistan”. Tra le altre cose, il presidente ha proposto l’istituzione di un partenariato per lo sviluppo energetico tra Cina e Asia Centrale. Questi sono solo alcuni degli investimenti che Xi ha promesso. È inevitabile, dunque, che la Russia stia perdendo terreno sugli ex paesi sovietici, lasciando spazio all’influenza di Pechino.
Se in parte potrebbe sembrare che il “nuovo grande gioco” si limiti alla contesa tra l’orso e il dragone, ci sono altri attori che spingono per ottenere il loro spazio in questo delicato contesto. Gli Stati Uniti, nonostante il loro interesse sia diminuito soprattutto in seguito al ritiro dall’Afghanistan, desiderano diminuire l’influenza russa per evitare un monopolio russo sulle risorse energetiche in Asia Centrale che possa portare a una manipolazione dei prezzi così come hanno fatto i paesi dell’OPEC nel 1973. A Questo proposito Washington ha supportato il gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan completato nel 2005 che esclude Mosca dalla rotta passando invece per Azerbaijan, Georgia e Turchia.
Proprio quest’ultima, a sua volta, sta cercando di ritagliarsi uno spazio per dialogare con i paesi “stan”, offrendosi come alternativa al vuoto lasciato dagli Stati Uniti e dalla Russia. Attraverso l’Organizzazione degli Stati Turchi, Erdogan prova infatti a dirottare l’attenzione dei paesi centroasiatici verso di sé.
Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan che da una parte sono ambiti dai diversi attori mondiali, devono orientarsi attentamente per massimizzare il loro potenziale economico, mantenere stabilità e salvaguardare la loro indipendenza. I cinque paesi dell’Asia Centrale, inoltre, intendono perseguire una politica estera multi-vettoriale, stabilendo relazioni ed alleanze con tutti gli altri paesi. Questa scelta è dovuta anche dalla posizione geografica in cui si trovano. Per paesi come l’Uzbekistan, senza sbocchi sul mare, intrattenere relazioni amichevoli con i diversi stati diventa fondamentale. Questa politica però, è divenuta ancora più difficile da seguire dopo la guerra in Ucraina.
In conclusione, le dinamiche geopolitiche in Asia Centrale sono manovrate perlopiù dal conflitto di interessi tra Russia e Cina, nonostante anche altri attori stiano cercando di comunicare con i paesi centroasiatici. Mentre la Russia fa leva sui legami storici e sullo status, sempre più debole, di garante della sicurezza nella regione, la Cina concretamente si sta impegnando sul piano economico, commerciale, e logistico, favorendo lo sviluppo dei paesi.
Dal canto loro anche gli Stati Uniti cercano di mantenere le relazioni grazie il summit diplomatico C5+1, che si riunisce ogni anno per discutere temi non solo di carattere economico, ma anche relativi la sicurezza (gli Stati Uniti si impegnano in prima persona grazie alla presenza di basi militari nel territorio).
Si può osservare dunque come nonostante la volontà iniziale dei cinque paesi ex sovietici a mantenere rapporti con tutti i paesi, al momento sia il versante cinese quello più conveniente con cui relazionarsi, voltando per la prima volta le spalle alla vecchia Madre Patria, occupata sul fronte ucraino. Probabilmente un distaccamento dalla Russia si sarebbe raggiunto in un prossimo futuro. Tuttavia, l’attuale conflitto ha velocizzato tale processo senza il quale, altrimenti, i paesi centroasiatici si ritroverebbero ancora più isolati e senza rifornimenti da Mosca.
Sicuramente, fintanto che i paesi non riusciranno ad emergere economicamente ed essere del tutto indipendenti, sarà difficile per loro trovarsi in una posizione favorevole nei diversi tavoli dei negoziati.
Ciò che suscita interesse, infine, è capire se in futuro i cinque “stan” riusciranno a raggiungere tale indipendenza o se, al contrario, l’attuale vicinanza con Pechino continuerà a rafforzarsi, spostando semplicemente i paesi dall’area di influenza russa a quella cinese.

