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TematicheItalia ed EuropaIl governo Meloni e la questione Taiwan

Il governo Meloni e la questione Taiwan

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Per la prima volta la politica estera è entrata a pieno titolo nella campagna elettorale italiana. Almeno sulla carta i partiti sono stati pronti a giurare fedeltà al Patto Atlantico e a condannare l’invasione della Russia in Ucraina. Ma la sfida lanciata da Pechino all’egemonia statunitense ha chiamato in causa le forze politiche anche sulla futura postura nei confronti della Repubblica Popolare cinese. Il terreno di scontro è stato l’approccio nei confronti di Taiwan.

L’episodio che ha segnato in maniera netta la campagna elettorale rispetto alla futura relazione con Pechino è stata la visita di Giorgia Meloni ad Andrea Sing-Ying Lee, Rappresentante dell’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia. Ossia all’Ambasciatore, de facto, di Taiwan nel nostro paese. Ogni qual volta si parla di Taiwan e delle sue relazioni internazionali il termine de facto è onnipresente, Taipei ha infatti relazioni informali con la stragrande maggioranza dei paesi occidentali, con l’esclusione di 13 alleati diplomatici più la Santa Sede. Gli Uffici di rappresentanza di Taiwan sono presenti in più di cento capitali nel mondo e svolgono le tipiche funzioni consolari e diplomatiche, dall’emissione di visti ai servizi per i cittadini taiwanesi all’estero e il personale proviene dal corpo diplomatico taiwanese. Tutti i paesi occidentali hanno uffici di rappresentanza a Taipei, ossia ambasciate de facto, ma ognuno ha assunto una denominazione alternativa, quello italiano si chiama Ufficio italiano di promozione economica commerciale (UIPECC) ed è diretto dal Ministro Plenipotenziario Davide Giglio.

Si tratta di una modalità ideata negli anni Settanta, quando la Repubblica Popolare cinese ha avviato relazioni diplomatiche con i paesi occidentali. Il prerequisito essenziale era il riconoscimento della sovranità di Pechino su tutto il territorio cinese, un’accettazione che implicava la rottura delle relazioni con Taipei, che formalmente reclamava la sovranità sul territorio cinese. È stato un compromesso semantico, ideato da Washington e Pechino, per mantenere immutato lo status quo di Taiwan in attesa di futuri sviluppi. Una situazione che ha consentito agli Stati Uniti di garantire la sicurezza di Taiwan e a Pechino di mantenere aperta la possibilità di una futura unificazione, grazie proprio all’adesione di Taipei alla forzata cornice ideale della Unica Cina e soprattutto scongiurando ogni deriva indipendentistica nell’isola. Una complessa cornice di relazioni, unica al mondo, da cui tutte le cancellerie europee si sono sempre tenute ben distanti. Si tratta di un vero e proprio terreno minato, soprattutto negli ultimi anni con l’intensificarsi della retorica di Pechino nei confronti di Taiwan. I numerosi riferimenti alla necessità di una “riunificazione” e gli eventi nello Stretto di Taiwan dell’agosto 2022 hanno messo in evidenza la determinazione di Pechino rispetto alla questione taiwanese. I leader dei partiti europei incontrano pubblicamente i rappresentanti taiwanesi molto raramente, ogni visita governativa a Taiwan suscita proteste a Pechino e gli interessi economici e commerciali nella RPC dei diversi paesi sembrano ogni volta a rischio. L’incontro tra Andrea Lee e Giorgia Meloni ha suscitato grande interesse e ha rotto quell’equilibrio che ogni leader occidentale ha sempre rispettato sino ad ora. La scelta, di quello che appariva già chiaramente dai sondaggi come il futuro presidente del consiglio italiano, di incontrare il rappresentante taiwanese è stata una chiara scelta di campo. Sino a questo momento nessun premier italiano aveva mostrato un supporto così deciso nei confronti di Taipei. Un sostegno che è anche legato a esigenze elettorali e trova le sue ragioni in un allineamento con Washington, sia nelle vicende europee, sia nella proiezione nell’Indo Pacifico. La reazione di Pechino è arrivata solo dopo un ulteriore messaggio sul supporto della Meloni nei confronti di Taiwan, un’intervista con la principale agenzia stampa taiwanese, la Central News Agency, in cui critica l’approccio dell’Unione Europea. A Bruxelles, secondo la Meloni, si è fatto troppo poco per contenere Pechino e “bisogna usare tutte le armi politiche e diplomatiche per fare più pressione possibile” sulla Cina per evitare un conflitto militare nello Stretto, arrivando ad evocare addirittura una chiusura del mercato europeo alla Cina. La risposta di Pechino stavolta non si è fatta attendere e l’ambasciata a Roma ha pubblicato una nota dicendo che “Taiwan è una parte inalienabile della Cina” e che “gli affari di Taiwan sono puramente affari interni della Cina e non saranno tollerate interferenze esterne”.

Il messaggio del premier italiano ha messo in discussione il delicato equilibrio che regola le relazioni con Pechino, una sorta di compromesso che lasciava le violazioni dei diritti umani al di fuori della cornice semantica del dialogo. Si tratta di una dinamica inedita, l’alleanza atlantica non è mai stata messa seriamente in discussione e l’invasione russa in Ucraina ha rafforzato questo sentimento. Ma nell’Asia Orientale ogni governo italiano ha inevitabilmente sottolineato l’importanza dell’intercambio commerciale con la Repubblica Popolare cinese e un conseguente disallineamento rispetto alle preoccupazioni di Washington per l’ascesa cinese.  Da sinistra la Cina è stata sempre vista come un’imperdibile opportunità, dall’interesse costante di Pietro Nenni nei confronti di Pechino sin dagli anni Cinquanta fino all’approccio dei governi di centro sinistra dell’ultimo ventennio. Mentre a destra l’impressione è stata quella di una perpetua incapacità di comprendere la dimensione dell’ascesa cinese congiunta a un disinteresse, ispirato probabilmente da una presunta superiorità culturale. 

Nei giorni immediatamente successivi all’intervista di Giorgia Meloni alcuni commentatori avevano denunciato l’opportunismo politico della leader di FdI, i pericolosi “balzi in avanti” in politica estera e sottolineato come l’aperto sostegno a Taiwan potesse costituire un pericolo per il futuro della stessa democrazia taiwanese. Il supporto internazionale nei confronti di Taipei non ha mai generato un pericolo negli ultimi 20 anni di relazioni bilaterali con i vari paesi, piuttosto l’assordante silenzio delle cancellerie europee, per evitare ripercussioni nei rapporti con Pechino, ha indebolito la posizione di Taipei. 

L’unico “pericoloso salto in avanti” della politica estera italiana nella regione è stato il Memorandum d’intesa tra Italia e Cina voluto dal governo giallo-verde nel 2019, le conseguenze della credibilità internazionale dell’Italia sono state ampiamente analizzate, così come gli esigui benefici economici italiani. Numerosi eletti di Fratelli d’Italia hanno una posizione chiara rispetto alla Repubblica Popolare Cinese, dalla costante denuncia delle violazioni dei diritti umani in Cina che l’Ambasciatore Giulio Terzi ha portato avanti da anni, alle voci critiche contro la repressione delle proteste di Hong Kong di Federico Mollicone. Il senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan dal 2013 è il Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, ruolo che ricoprirà con tutta probabilità anche per la legislatura in corso. 

La Repubblica Popolare Cinese resta un partner essenziale per l’export italiano, in particolare le industrie del Nord est sono profondamente legate ai destini del mercato cinese. Il fondamentale ruolo della Cina nell’arena internazionale e la necessità del governo italiano di un costante canale di comunicazione con Pechino sono elementi essenziali da tenere in considerazione per interpretare il bilaterale a Bali tra Xi e il premier italiano. Tuttavia, l’invasione russa in Ucraina ha determinato uno scarto netto negli equilibri globali mentre la postura del Partito Comunista Cinese appare sempre più in contrasto con l’universo valoriale dell’Unione Europea e dei singoli paesi che la compongono. Il posizionamento del primo partito del centro destra rispetto alla Repubblica Popolare cinese appare coerente, sia con l’approccio degli alleati storici, sia con le principali sfide in politica estera, crisi Ucraina in primis. La posizione non è più quella della contrapposizione ideologica al termine della guerra fredda ma la presa di coscienza di una nuova direzione della politica estera, dove l’atlantismo non è più compatibile con i disallineamenti italiani nell’Indo-Pacifico. Soprattutto l’esigenza primaria appare quella di evitare bruschi scarti come quello del memorandum in un approccio decisamente allineato con la politica di Washington nella regione asiatica.

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