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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaGoodbye Afghanistan. Fra disastro neocon e laboratorio eurasiatico

Goodbye Afghanistan. Fra disastro neocon e laboratorio eurasiatico

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238mila/241mila vittime, di cui oltre 71mila civili innocenti morti; due trilioni e 313 miliardi di dollari, le risorse del budget federale americano spese per il conflitto. Questi i numeri della guerra dei venti anni in Afghanistan. Queste sono le crude cifre che ci parlano del disastro americano (e Nato) nel paese centro-asiatico. Il recentissimo, drammatico attentato ISIS all’aeroporto di Kabul, con oltre 170 vittime, di cui 13 militari americani costituisce in effetti solo l’ultimo tragico tassello del dramma.

La guerra dei venti anni con le sue migliaia di vittime e il buco nero dell’ordine di trilioni nel bilancio federale americano (i dati sono quelli delle stime della Brown University) però è solo un segmento di quella che è stata definita ‘la quarta guerra mondiale’: ovvero le guerre e gli interventi  militari americani (o con sostanziale appoggio Usa) in Iraq, Afghanistan appunto, Siria, Libia, Yemen, eccetera eccetera. Gli Stati Uniti, dopo l’11 settembre nel quadro della guerra infinita contro il terrorismo, sono intervenuti militarmente in 85 paesi, 38 milioni sono i rifugiati prodotti da quei conflitti, oltre 800mila le vittime (di cui 335mila civili), per una spesa del budget federale americano complessiva di 6 trilioni e 400 miliardi di dollari (anche queste stime sono della Brown). E’ la ‘guerra globale al terrorismo’ che aveva come obbiettivo dichiarato immediato la sconfitta e lo sradicamento delle strutture terroristiche globali all’origine degli attacchi alle Torri Gemelle, ma che in realtà ha ideologicamente assunto la forma della ‘quarta guerra mondiale’ teorizzata dagli ideologi neocon.

La guerra dei venti anni, i conflitti della guerra globale al terrorismo sono infatti segmenti di un progetto geopolitico globale definito dall’ideologia neocon. Come ha scritto il direttore di Commentary, ‘con la seconda guerra mondiale siamo riusciti a portare gli ideali della democrazia all’americana in gran parte d’Europa, Germania e Giappone; con la terza guerra mondiale, ovvero la guerra fredda, abbiamo portato la democrazia nell’Europa orientale e in Russia; con la ‘quarta guerra mondiale’ – continua – porteremo questi ideali in gran parte del mondo islamico’. Gli strumenti di questo grandioso programma sono la guerra, le operazioni clandestine, i golpe, le rivoluzioni colorate, le operazioni finanziarie, la diplomazia coercitiva, le sanzioni sistematiche. ‘La forza dell’America per americanizzare il mondo’, commenta un autorevole studioso.

A parte che lo schema dell’analisi ripercorre, peraltro in modo piuttosto grezzo, l’ipotesi proposta da un grande politologo conservatore Samuel Huntington, in un suo testo poco conosciuto, la ‘Terza Ondata’, appare evidente ad un esame anche superficiale che l’analisi neocon ignora e rimuove tantissimi fattori e fatti che la falsificano complessivamente. Ma il punto qui (dove non intendiamo discutere sulla poca validità dell’ideologia neocon nelle sue diverse varianti) è che essa costituisce l’architettura ideologica che ha ispirato (a destra in primissimo luogo ma anche a sinistra) la geostrategia imperiale americana degli ultimi venti anni e più.

Un’aspetto fondamentale era l’uso della forza (militare, paramilitare, politico-finanziaria) americana per disegnare il mondo all’americana per un obbiettivo superiore, la democratizzazione in stile Usa: quindi al di là e bypassando istituzioni, leggi, relazioni, equilibri internazionali, delegittimando i segmenti di giurisdizione e di governance globale. L’idea sostanzialmente è quella di ‘democratizzare’ propagandisticamente intere regioni del mondo, ‘de-democratizzando’ concretamente il sistema politico globale e i suoi principali attori, Stati Uniti in testa, ad esempio con legislazioni per la sicurezza nazionale nemiche dello stato di diritto liberale.

Il risultato di questo grandioso programma geopolitico è stato, tra l’altro, proprio il fallimento afgano. Ma il punto è ben altro: il ‘mondo islamico’ si estende per vaste regioni del mondo, fra il sud est asiatico fino all’Africa sahariana, sudoccidentale e orientale, passando per l’Asia del sud e l’India, per il Medio Oriente, l’Asia centrale e il Nord Africa. Se si guarda una semplice cartina geografica scopriamo subito che si tratte di regioni alle frontiere, esterne o interne, di tutti i grandi attori globali extra-americani, da est ad ovest: Asean, Cina, Russia, Unione europea.

E’ quello che si potrebbe efficacemente chiamare ‘Islam Rim’. L’ideologia neocon della ‘quarta guerra mondiale’ e della cd democratizzazione a suon di bombe del ‘mondo islamico’ può apparire a questo punto per quello che è. Per meglio dire, possiamo capire con facilità ciò che legittima di fatto quell’ideologia: la geostrategia ‘tardo-imperiale’ americana per il controllo dell’Islam Rim’ allo scopo di condizionare pesantemente gli altri grandi attori globali. Il tutto con primavere politiche, insediamenti di forze militari Usa, lotte e guerre al terrorismo  e quant’altro.

Ciò non è neanche del tutto nuovo per le geopolitiche degli imperi: il punto è che l’ideologia neocon legittima quel bypass delle istituzioni internazionali esistenti e delle forme di governance e giurisdizione globale nascenti che, nella precedente fase dell’azione mondiale americana, (‘l’Impero liberale’), al contrario venivano organizzati, consolidati e ampiamente utilizzati, salvo quando erano in discussione gli interessi ‘vitali’ dell’Impero (liberale si, ma pur sempre impero). Ora istituzioni e segmenti venivano delegittimati o addirittura derisi: l’’Impero’ Usa da liberale è diventato neocon. Tante sono le ragioni di questa mutazione del dna globale americano ma sta di fatto che ciò è avvenuto sotto i nostri occhi: lo stesso confronto ‘intellettuale’ su Stati Uniti-Marte ed Europa-Venere è su questa basi.

Ritorniamo a Kabul, e riprendendo la nostra cartina geografica: i due paesi immediatamente interessati dalle guerre americane contro il terrorismo (e per la ‘democratizzazione’) sono l’Iraq e l’Afghanistan. L’Iraq ad est ha la frontiera con la Repubblica Islamica dell’Iran; l’Afghanistan ad ovest ha il confine con la Repubblica Islamica dell’Iran. ‘I duri vanno a Bagdad, ma quelli veramente duri andranno a Teheran’, diceva, se ricordiamo bene, uno specialista della covata ideologica neocon. L’obbiettivo strategico delle guerre dei venti anni in Afghanistan e in Iraq a questo punto prende forma definitivamente: era l’abbattimento del regime degli Ayatollah a Teheran. La strategia dell’’Islam Rim’ in Medio Oriente diventava più prosaicamente ‘l’accerchiamento-contenimento più regime change’ dell’Iran khomeinista. Questo obbiettivo è stato clamorosamente fallito: nonostante ciò Washington sta proseguendo e addirittura allargando questa ‘dottrina’ strategica, anche in questi mesi, con quello che possiamo chiamare il ‘Triplo contenimento-regime change’ contro Iran, Russia, Cina.

La geostrategia anti-iraniana aveva la sua origine nella ‘perdita’ di Teheran da parte del sistema di alleanze strategiche americane con la vittoria della rivoluzione Khomeneista. L’Iran, dopo il golpe che aveva rovesciato il governo nazionalista liberale di Mossadeq, con il regime dello Shah, aveva garantito gli interessi strategici ed economici degli Stati Uniti e dell’Occidente a guida americana nel Golfo e nel Medio Oriente. Aveva la forza anche militare per presidiare il Golfo di fatto proteggendo Emirati e regni locali, aveva la forza petrolifera per condizionare l’intero mercato mondiale; aveva la forza statuale e demografica per essere uno stato modernizzabile; aveva le relazioni con garantire tutti, financo Israele. Aveva insomma un ruolo centrale nel sistema strategico americano in Medio Oriente, un ruolo che evitava la necessità continua di interventi diretti degli Usa nella regione.

La fine del regime dello Shah (e della SAVAK, la terribile polizia segretoa del regime) portò con sè anche la fine di questo ruolo centrale per conto degli Stati Uniti e dell’Occidente a guida americana: i problemi e i conflitti successivi in Medio Oriente sono tutti figli in un modo o nell’altro di questa evoluzione politica iraniana. I Neocons volevano drasticamente cambiare questa situazione ritornando ad un Iran coerente con il sistema strategico americano. Quarta guerra mondiale, lotta al terrorismo, democratizzazione erano tutte formule politiche e ideologiche che servivano questo scopo: riportare l’Iran all’’ovile’ americano.

Questo obbiettivo strategico non solo è stato fallito, nonostante l’immane numero di vittime colpite e di risorse spese, ma al contrario l’Iran ormai è diventato il ‘garante’ di un altro sistema geopolitico, l’EurAsia a leadership sino-russa. La sconfitta geopolitica per le dottrina del ‘Triplo contenimento-accerchiamento/regime change’ non potrebbe essere più evidente. L’’Impero liberale’ non era e non è sostenibile, ma ‘L’impero neocon’ ha fallito. Anzi era ed è pesantemente contraddittorio, è fondato su basi politicamente deboli e sbagliate, ha portato e sta portando frutti avvelenati per la democrazia americana.

‘Gli Stati Uniti ora sono fuori dall’Afghanistan per concentrarsi sulla e contro la Cina’: questo è il mantra anche di alcuni superspecialisti fedeli al mondo neocon. A parte che i recenti attentati mostrano come Washington non possa disincagliarsi dall’Islam Rim’ e dalle contraddizioni della guerra a sua discrezione, bisognerebbe iniziare a riconoscere che è impossibile parlare positivamente di Afghanistan senza un decente rapporto di cooperazione politica con Cina e Russia. La vicenda del summit straordinario del G20 che Mario Draghi che sta organizzando incentrato su Kabul lo dimostra: serve, dice il premier italiano seguendo la linea di geopolitica della Cancelliera tedesca, la cooperazione con la Cina e la Russia, e con gli attori regionali confinanti, Iran, Pakistan, repubbliche ex sovietiche. Lo stesso ritiro di Biden da Kabul mostra con rara chiarezza come solo con un rapporto proficuo dell’’Occidente’ con la Cina, la Russia, l’Iran, il Pakistan sarebbe possibile sia un ritiro ordinato sia una presenza limitata della Nato nel paese centro-asiatico. 

Ragioniamo un momento. La nazione con un ruolo chiave, da sempre potremo dire, è il Pakistan. Un paese un tempo strettissimo alleato degli Stati Uniti nella CENTO, la piccola Nato mediorientale, e nei confronti della poco affidabile India socialista del Pandit J. Nehru. Un paese strettissimo alleato degli Usa nella ‘guerra al terrorismo’. Un paese però che era anche alleato della Cina nel quadro sud-asiatico del confronto storico Cina-India.

Un paese che è sempre più stressato dalle pressioni politiche e militari americane contro il terrorismo in Afghanistan; un paese che è sempre più stranito dalla politica di avvicinamento degli Stati Uniti verso l’arci-nemica India. Sta di fatto che, con il tempo, il Pakistan si è trasformato da alleato strategico di Washington in interlocutore strategico e geopolitico fondamentale di Pechino. L’’asse geopolitico’ sino-pakistano è consolidato da una linea importantissima della nuova Via della Seta cinese, il CPEC, ovvero il ‘China Pakistan Economic Corridor’ che finisce a Gwadar, porto di alta profondità del Belucistan che bypassa Malacca e Oceano Indiano per quanto riguarda merci e petrolio verso la Repubblica Popolare.

Ma il Pakistan rimane l’attore chiave per le questioni afgane: i Servizi pakistani sono di gran lunga i più insediati in Afganistan per ragioni culturali, storiche, politiche, geopolitiche, operative. Ma oggi Pakistan vuol dire Pechino e SCO, Organizzazione di Cooperazione di Shanghai. SCO al posto di CENTO. Morale: per agire, (ritiro ordinato, presenza ordinata che sia), in Afghanistan sarebbe molto utile una forte cooperazione con Pakistan e Cina. E dall’altra parte della frontiera afgana, sarebbe utile anche un a cooperazione con Iran. e ancora una volta Cina. Con la Russia sullo sfondo.

Concepire il ritiro, per giunta rapido, da Kabul senza consultazioni con gli alleati della NATO e senza collaborazione da parte di Islamabad e Pechino è stato semplicemente velleitario. Dunque il mantra ‘fuori dall’Afghanistan per concentrarsi sulla Cina’ appare radicalmente errato. Con questo mantra si vuole pervicacemente continuare a non prendere atto che la dottrina del ‘Triplo contenimento etc etc’ non funziona. Come i fatti si sono rapidamente incaricati di dimostrare, essa non funziona neppure sul fronte afgano, crocevia storico e geopolitico fondamentale, l’altro ieri nel ‘Grande Gioco’ anglo-russo, oggi nella ‘Grande Partita’ EurAsia/Stati Uniti. Ora l’’Occidente’ chiede la collaborazione di Pechino e Mosca, con i buoi scappati direbbe la nostra nonna contadina; con gli Usa sempre più ingabbiato nella lotta al terrorismo, come mostrano i recentissimi attentati.

Ma quale è la strategia ‘afgana’ di Cina+Russia? Una premessa: Cina e Russia da tempo, nonostante le velleità di alcuni osservatori che pensano di staccare Mosca da Pechino, stanno coordinandosi in molti dossier sensibili (nonostante le differenze esistenti fra le due capitali). Uno di essi è l’Afghanistan. Fin da quando Washington ha annunciato il calendario del ritiro (e forse anche da prima) Pechino e Mosca hanno assunto numerose iniziative per guidare a loro modo la transizione afgana imminente. Pechino ha ricevuto i leader talebani a Tientsin; Cina e Russia hanno organizzato all’uopo il summit della SCO; Mosca ha dispiegato le sue truppe al confine afghano con alcune repubbliche centro-asiatiche per proteggerle.

Cina e Russia hanno ben chiaro che la transizione afgana può portare il paese a diventare un santuario terroristico; o un centro di guerra civile permanente; oppure, sperabilmente dal loro punto di vista, uno snodo economico-strategico dell’EurAsia a leadership sino-russa.

L’Afghanistan è sicuramente molto ricco di risorse naturali, dal rame alle terre rare e in esso ci sono già rilevanti investimenti cinesi; altrettanto sicuramente potrebbe essere uno snodo importante per alcune rotte della Via della Seta a fianco del CPEC del quale abbiamo già parlato; infine è una regione importante per controllare i terrorismi dell’area, dal Kashmir al Sinkiang. Tutto ciò è verissimo e tutto ciò definisce molti interessi, economici, politici, di sicurezza di Cina, Russia, Pakistan, Iran ed anche India. Ma, secondo noi. tutto ciò non basta per definire esattamente l’interesse geopolitico-economico di fondo dell’EurAsia a leadership sinorussa nella faccenda afghana.

Ovviamente il primo interesse sinorusso è evitare che d’ora in poi l’Afghanistan possa essere utilizzato per ‘destabilizzare’ regioni delle due nazioni, ma immediatamente dopo c’è quella che potremo chiamare la ‘Grande Opportunità’ per ‘Cina+Russia’. L’Afghanistan può essere utilizzato come grimaldello per ridisegnare gli assetti geopolitici ed economici dall’Asia centrale alla Asia Occidentale-Golfo persico e all’Asia del sud. Controllare e condizionare Kabul significa infatti, da un lato, costruire nuovi equilibri nell’Asia occidentale, tra Iran e Emirati del Golfo; dall’altro lato, condizionare le relazioni in Asia meridionale fra India e Pakistan. E’ una chiave importante per creare le basi di un nuovo ordine in stile eurasiatico fra Asia occidentale e Asia meridionale. ‘Cina+Russia’ quindi hanno un enorme interesse geopolitico ‘di sistema’ nella faccenda afgana che non dovrebbe essere derubricato a mera questione mineraria o a pur importante vicenda di sicurezza nazionale. 

Un aspetto chiave della faccenda potrebbe essere lo Yuan digitale. Le sanzioni finanziarie e monetarie americane contro Kabul possono infatti aprire la strada all’Afghanistan-laboratorio geopolitico capitalistico per lo Yuan digitale fuori dal territorio cinese. Inutile soffermarsi qui sull’effetto enorme che potrebbe avere un successo cinese in questo campo in Afghanistan: Asia occidentale-Medio Oriente-produttori di petrolio diventerebbero il prossimo terreno di lancio dello Yuan digitale a livello globale? Sarebbe clamoroso.

Ovviamente per raggiungere questo obbiettivo, Pechino e Mosca devono convincere i Talebani a fare i ‘moderati’ , gli ‘inclusivi’ e a diventare i guardiani ‘antiterrorismo’, ma il gioco vale la candela, vale provarci si devono essere detti a Pechino e a Mosca. E devono averci iniziato a lavorare con una certa programmazione da diverso tempo per gestire crisi e punti critici. Ci riusciranno? ‘Cina+Russia’ riuscirà a ri-organizzare assetti ed equilibri geopolitici ‘usando’ Kabul? Solo il futuro potrà dirlo.

Se le cose stanno davvero così che cosa può o che cosa dovrebbe fare, a nostro avviso, l’’Occidente’? La dottrina del ‘Triplo contenimento..etc etc’ non funziona nel mondo multi-connesso e multi-conflittuale della globalizzazione, lo abbiamo detto e ridetto, possiamo darlo per assodato, ma che fare? Una nuova premessa: Kabul come Saigon. La comparazione viene spontanea ma purtroppo le due situazioni sono molto differenti. Kabul potrebbe essere ben peggiore di Saigon.

Gli americani lasciarono Saigon dopo negoziati importanti con Hanoi. La cosa fu condotta da par suo da Henry Kissinger. Quando ciò accadde, il sud est asiatico era da tempo già in sicurezza dal punto di vista strategico. Era stata fondata l’Asean, l’Associazione dei paesi della regione a regime anti-comunista. La Thailandia aveva un sistema politico affidabile per Washington. Indonesia e Filippine, ovvero i grandi retrovia americani nella regione, erano totalmente coeve alle alleanze degli Stati Uniti: lo erano rispettivamente con Suharto andato al potere con il massacro di un milione circa di comunisti, e con il trattato di difesa americano-filippino e le relative basi aeree e navali Usa. Il Vietnam comunista unficato si ‘prese’ solamente l’Indocina ex francese, Laos e Cambogia, e il domino comunista nella regione fini lì.

Non solo: la vittoria del generale Giap creò una terza potenza comunista fieramente nazionalista dopo Unione sovietica e Repubblica Popolare: ovvero creò ulteriore conflitto politico e geopolitico nel ‘mondo comunista’, già tuttaltro che unito. Le conseguenze si videro poco dopo con la missione di Kissinger a Pechino passando, guarda caso, per il Pakistan! Si potrebbe affermare che l’uscita dal conflitto vietnamita gestita da Kissinger, sia sul fronte della guerra propriamente detto, sia sul fronte delle relazioni degli Stati Uniti con le maggiori potenze comuniste, Unione sovietica e Repubblica Popolare, sia stata propedeutica alla vittoria storica degli Stati Uniti nella ‘guerra fredda’, o ‘terza guerra mondiale’ secondo lom schemetto neocon.

Il contesto storico l’altro ieri a Saigon era dunque questo. Oggi a Kabul, per alcuni versi, il contesto è, o appare decisamente opposto. La regione che va dall’Asia occidentale all’Asia del sud è tuttaltro che in sicurezza dal punto di vista strategico americano. Anzi al contrario ormai dominano attori antipatizzanti per Washington. Da una parte l’Iran alleato di Pechino e di Mosca predomina alla faccia dei ‘regime change’ neocon. Dall’altra parte c’è il Pakistan alleato di Pechino con l’India in fortissime difficoltà (come si vede anche in queste ore di contatti di Narendra Modi con Vladimir Putin) cerca di continuare nei suoi approcci tipici dei‘doppi forni’ geopolitici. All’opposto del post- Saigon, con il quale Kissinger mise le basi delle vittorie storiche degli Stati Uniti creando una competizione dannosa (per loro) nel ‘mondo comunista’, oggi al contrario con il post-Kabul potrebbero essere messe le basi per un ordine geopolitico di stampo eurasiatico. A Saigon furono messe le premesse per una nuova stagione di ordine mondiale anzi globale ‘american-leading’; Kabul potrebbe essere  uno dei passaggi con cui vengono messe le basi di una stagione diversissima di ordine globale, post-americano.

Insomma ci sono molti elementi, (qui ne abbiamo elencato solo alcuni), che dipingono Kabul come peggio di Saigon. Che fare? Abbiamo cercato di demolire l’ideologia neocon, abbiamo mostrato crepe e disastri del ‘Triplo contenimento etc etc’ contro Cina, Russia, Iran; abbiamo mostrato come l’assenza di un approccio cooperativo con Pechino e Mosca su Kabul sia semplicemente deleterio, ma a questo punto quali alternative geopolitiche ci potrebbero essere per l’’Occidente’ (a parte ‘fargliela pagare’ ai terroristi attentatori)?

L’onere della alternativa è ovviamente anche nostra, nostra come europei e nostra come liberali quasi-coerenti (e quindi decisamente anti-neocon). La potenziale alternativa, sul fronte afgano, sta tutta nell’approccio e nella visione (merkeliana) della ‘geopolitica liberale europea’. L’Occidente ‘liberale’ post-neocon dovrebbe iniziare ad usare in Afghanistan massicciamente strumenti, mezzi, risorse geopolitiche ‘civili’. Ovvero, in primissimo luogo, interventi umanitari anche per gestire bene i flussi di profughi. E poi continuare con gli interventi e investimenti sanitari: potremo ad esempio finanziare corposamente finanziare e sostenere Emergency e le altre ONG (quelle indipendenti dal potere finanziario). Quale sarebbe l’impatto di 10-20 nuovi presidi sanitari di Emergency in Afghanistan in termini di diritto alla salute, diritti delle donne e di sostegno popolare? I cinesi costruiranno miniere e telecomunicazioni? Bene, noi costruiremo ospedali da campo e ambulatori!

Ancora: potremo fare significativi investimenti nelle reti elettriche, dove se ricordiamo bene sono già presenti imprese europee. E infine, specialmente, dovremo sostenere le iniziative non violente della società afgana. Invece di pensare ad appoggiare una eventuale resistenza armata, (oltretutto in regioni che l’intelligence russa conosce molto bene e nelle quali potremo avere altre cocenti delusioni nell’ennesimo stile neocon di retrovia, come spiega un analista indiano molto bene informato), non sarebbe molto più saggio e produttivo aiutare gli afgani e le afgane a organizzarsi in forma non violenta?

Morale: ci sono molti strumenti di ‘geopolitica civile’ che, se bene usati ,potrebbero dare eccellenti risultati politici e geopolitici con molto meno spreco di risorse economiche. Non sarebbe il caso di organizzarli per competere pacificamente e proficuamente con l’EurAsia nella partita afgana? Ovviamente questo essenziale lato competitivo non deve farci dimenticare il lato cooperativo della faccenda: la collaborazione con Cina, Russia, Iran, Pakistan e India. Competizione adeguata, cooperazione necessaria: questa è precisamente la formula che è alla base dell’approccio della Cancelliera tedesca e che tanti osservatori ‘pseudo-atlantisti’ continuano inefficacemente a contestare. E’ guarda caso l’approccio che anche Mario Draghi sta cercando di portare avanti in questi delicatissimi minuti con il G20 straordinario. 

Proprio la crisi afgana sta mostrando la potenzialità dell’Europa merkeliana, la validità dell’approccio e della ‘dottrina’ geopolitica liberale della Cancelliera ad onta dei suoi (tanti) contestatori e il potenziale, enorme spazio che l’Europa può avere, ovviamente se (finalmente) riuscisse ad essere coesa, ad organizzare le sue rilevanti risorse geopolitiche civili e se iniziasse ad assumersi le sue responsabilità storiche. All’Europa unita servirà anche una ‘Unione della Difesa’ autonoma, ma a nostro avviso sarebbe sbagliato porre l’accento esclusivamente o anche prevalentemente su questo aspetto pur importantissimo: la vera peculiarità del ruolo geopolitico dell’Europa sta proprio nel suo essere ‘grande potenza civile’. L’Europa deve primariamente e massicciamente confermare questa sua importantissima identità geopolitica e darsi presto efficienti formule di organizzazione dei propri ingenti fattori geopolitici ‘civili’.

Tutto ciò però non basta: per il mondo globalizzato prossimo venturo, per l’Europa stessa e per il ‘mondo delle democrazie occidentali’, sarebbe importante anche riuscire ad avere una nuova relazione atlantica che superi definitivamente la geo-strategia tardo-imperiale e butti via l’ideologia neocon; e che si fondi su rapporti equilibrati fra le due sponde dell’Atlantico del nord. Democratizzazioni e diritti umani devono essere testimoniati, difesi e portati avanti nel mondo globalizzato con ben altri mezzi rispetto a guerre, colpi di stato, attacchi di droni, politiche clandestine. Una qualsiasi strategia di ‘lib-power’, ovvero di diffusione di valori e istituzioni liberali all’occidentale deve essere fondata su una decente coerenza di mezzi e fini: solamente con lo stato di diritto, la rule of law a livello globale, con istituzioni, giurisdizioni, frammenti di governance globale fondati su diritto e negoziato possiamo non solo allargarne lo spazio nel mondo ma anche difendere le nostre democrazie costituzional-pluraliste. 

Il peggiore lascito dell’ideologia neocon e della geo-strategia tardo-imperiale americana è infatti la corruzione istituzionale delle democrazie occidentali. Alla fine, la competizione ‘di sistema’ fra Cina, Russia e ‘Occidente’ verrà definita dalle perfomance di rispettivi sistemi politici reali di governo: la corruzione istituzionale di matrice neocon e tardo-imperiale è il miglior asset geopolitico per Mosca e Pechino.

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