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TematicheAfrica SubsaharianaGolpe in Niger. Il caso russo e quello francese

Golpe in Niger. Il caso russo e quello francese

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Se il golpe in Niger non è stato determinato solo dalla presenza della Francia nel Paese, né la Russia ha potuto influenzare l’esito della deposizione di Bazoum, che Mosca possa sfruttare il colpo di Stato è un dato di fatto.

Mercenari della Wagner sono arrivati a Niamey dopo che Prigozhin aveva offerto il suo supporto alla causa dei golpisti del generale Tiani. Che la PMC del (ex) “cuoco di Putin”, nonostante l’ammutinamento dello scorso 23 giugno, sia ancora parte integrante della “grand strategy” del Cremlino appare ormai evidente.

In Niger la partita che si gioca è legata a doppio filo agli approvvigionamenti energetici, vista la grande quantità di uranio che viene estratta nel Paese, anche perché intaccando le catene energetiche, i russi provocherebbero un danno non da poco ai rivali occidentali. Mentre i prezzi dell’uranio registrano un tenue incremento, i rischi alle supply chain globali potrebbero incidere sui costi di futuri contratti per l’approvvigionamento.

Se il 2015 è stato l’anno “africano” del Cremlino, con la firma di accordi di cooperazione militare con 21 Paesi africani nei quali erano previste anche ingenti forniture di armi ed equipaggiamento russo agli stessi, nonché l’addestramento di ufficiali in Russia e la presenza sul terreno di “consiglieri militari” moscoviti, con lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022, le attenzioni russe verso il continente nero si sono amplificate.

La cooperazione militare è uno strumento che Mosca, in assenza di altri mezzi, utilizza in Africa per ottenere vantaggi sull’approvvigionamento di metalli pregiati e pietre rare, ormai fondamentali per le industrie di tutto il mondo, e concessioni minerarie ed estrattive.

Come ha scritto anche “National Interest”, rispetto a Occidente e Cina, la Russia può offrire poco ai Paesi del Sahel al di fuori della mera “forza militare”, cosa che ha spinto Mosca ad armare e finanziare spesso gruppi e Stati in lotta tra loro per cercare di ottenere il maggiore profitto possibile.

Chiaramente, in una fase di scontro totale, perché quella in Ucraina è una guerra con dimensioni mondiali, se la Russia ha l’opportunità di sferrare colpi importanti ai propri nemici, sfrutterà l’occasione. Il colpo di stato a Niamey rischia di compromettere la realizzazione del gasdotto che, partendo dalla Nigeria, offrirebbe all’Europa un’alternativa alle forniture di Putin.

Il golpe in Niger ha messo in luce le contraddizioni emerse dal fallimentare approccio strategico occidentale nel Sahel, regione dove dal 2020 ad oggi si sono verificati colpi di stato in Guinea, Mali, Burkina Faso, Chad, Sudan e, appunto, Niger.

La situazione può degenerare ed incidere negativamente anche sulla Nigeria, prima potenza dell’Africa occidentale, nonché importante esportatore di gas e petrolio verso l’Europa. E se lo scramble africano tra potenze vecchie e nuove è soprattutto legato alla conquista e al controllo delle risorse, i conflitti – anche quelli per procura – non possono che nascere a causa di questo. 

La domanda è se ci si possa disinteressare – e la risposta è già scontata – di una regione strategicamente così importante per la sicurezza (nel senso più ampio del termine) euro-occidentale, compresa quella dell’Italia, che su Niger tanto ha puntato in prospettiva del Piano Mattei.

E la Francia? La Françafrique alla prova della crisi.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, Occidente e Russia si stanno confrontando anche per la conquista di cuori e menti di popoli e Stati africani. Quando un impero scende in guerra, le conseguenze che questo fatto genera non possono essere né limitate né circoscritte al suo “estero vicino” o al suo nemico diretto, ma ricadono anche sulle aree più lontane sulle quali l’impero esercita la sua influenza e su quelle controllate dalle potenze rivali. 

Non è imputabile alla guerra d’Ucraina il disastro francese nel Sahel, ma sicuramente essa ha contribuito a far esplodere con tutta la virulenza un sentimento covato da tempo nei territori dell’ex impero coloniale transalpino. La presenza militare francese nella regione, che ha contribuito a rintuzzare le aspirazioni del terrorismo jihadista, viene interpretata sempre e comunque come l’emblema della volontà di mantenere una postura egemonica di stampo coloniale.

Per qualunque potenza europea che abbia un passato coloniale approcciare le questioni africane è sempre complesso e la mediazione tra i propri interessi e quelli locali diventa non solo la strada giusta da seguire ma quella obbligata se non si vuole essere espulsi, con le buone o con le cattive, e poi soppiantati da potenze rivali. 

Le contraddizioni politiche ed anche ideologiche dietro al tema della Françafrique sono esplose con virulenza dopo il golpe in Niger e la posizione debole ed ambigua assunta dall’Ecowas di fronte, invece, al posizionamento forte di Mali e Burkina Faso a favore di Tiani. La Françafrique è in crisi profonda almeno dal 2011, anno dell’intervento francese contro la Libia di Gheddafi ma, soprattutto, della repressione del golpe in Costa d’Avorio, che ha rispolverato la vecchia politique de la cannonière non per intraprendere iniziative ma per paura di quanto potesse accadere. 

Nata in risposta alle tendenze indipendentiste delle colonie africane della Francia ed alla conseguente perdita dell’impero nel secondo dopoguerra, la Françafrique s’è sviluppata nel corso degli anni come programma di cooperazione per lo sviluppo di stampo gollista, che ha permesso, al contempo, a Parigi di mantenere una forte presa sui propri ex territori coloniali, rendendo spesso il processo di decolonizzazione solo formale.

Prima la Cellule Afrique e poi i Conseillers Afrique dell’Eliseo hanno costruito la politica africana di Parigi attorno all’idea di una “transizione morbida” o, di fatto, bloccata, che permettesse ai francesi di mantenere grossi vantaggi non solo nella gestione delle politiche estera e interna delle ex colonie, ma anche nel campo economico-commerciale ed energetico-estrattivo; tutti elementi basati non su un semplice sistema di sfruttamento coloniale, ma sulla cultura condivisa e la mutua conoscenza.

Se i colpi di Stato in Guinea, Mali, Burkina Faso e Sudan, l’abbandono del Mali ed il fallimento dell’Operazione Barkane avevano segnato le tappe della politica africana di Macron, con le prese di posizione in Chad e l’evoluzione della situazione a Niamey, l’Eliseo ha rispolverato le tendenze specifiche del franco-africanismo di Sarkozy, espressione di un certo tipo di “grandeur” e di assertività nel continente nero che hanno, però, indebolito anziché rafforzato Parigi sul medio periodo (vedi Libia e Tunisia).

La forte presa che la Francia ha sulla “sua” Africa – di gran lunga superiore a quella che possono vantare altre ex potenze coloniali come la Gran Bretagna o, ancor di più, l’Italia – ne fa il bersaglio privilegiato della propaganda dei “revisionismi” di Russia e Cina, che soffiano sul fuoco delle vecchie tematiche anticoloniali. 

Anche se con basi storiche e prospettive diverse, la politica africana della Francia è in crisi proprio come l’Afrikakonzept della Germania, incapace di focalizzare le reali innovazioni che servono a mantenere i rapporti con gli Stati africani e, di conseguenza, anche i propri interessi nel continente.
Le strategie per l’Africa di Berlino del 2011 e 2014, nonché il cosiddetto “Piano Marshall per l’Africa”, hanno affrontato il problema africano da punti di vista differenti, generando quindi politiche differenti e finendo per disarticolare la valenza strategica di questi progetti. L’incoerenza tedesca assomiglia paurosamente a questa Françafrique in crisi, incapace di prevenire le situazioni e malata della stessa “sindrome dell’attesa degli effetti”, come l’ha definita Marco Massoni.

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