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Global Terrorism Index 2023: cresce il terrorismo in Africa e il Sahel ne è il nuovo epicentro

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Il celebre Institute for Economics & Peace (IEP) ha pubblicato a fine marzo l’annuale report sullo stato del terrorismo nel mondo, il Global Terrorism Index (GTI), stilando una classifica dei Paesi più colpiti da questo fenomeno.

Il GTI di quest’anno, con riferimento al 2022, delinea un sostanziale miglioramento a livello globale per quanto riguarda il numero di attacchi terroristici, calati del 28%, mentre sottolinea come queste azioni siano diventate più letali rispetto all’anno precedente. Tra le cause primarie del terrorismo spiccano i conflitti: l’88% degli attacchi, così come la quasi totalità delle vittime, si possono ricollegare ai paesi dove è presente un conflitto armato di qualunque natura.

Nonostante l’Afghanistan resti al vertice di questa triste classifica, l’Africa subsahariana, e in particolare il Sahel, si aggiudicano la maglia nera in termini di maggiore deterioramento rispetto all’anno precedente: la presenza di milizie locali, di gruppi armati jihadisti (Boko Haram, al-Shabaab e ISWA), l’instabilità politica, i continui golpe e la vulnerabilità ambientale hanno creato il substrato per quello che IEP definisce il nuovo epicentro del terrorismo globale, area in cui negli ultimi 15 anni tali eventi sono aumentati del 2000%.

Il fulcro di questo nuovo asse del terrore è costituito da Burkina Faso e Mali, più precisamente nella regione di triplice confine tra i due Paesi e il Niger.

La classifica

Il ranking stilato dall’IEP mostra un quadro tragico per il continente che occupa 11 delle prime 20 posizioni con ben tre Paesi (Burkina Faso, Somalia e Mali) nei primi quattro posti, dietro solamente all’Afghanistan. 

Anche per quanto riguarda i 10 attacchi più letali del 2022, la metà sono stati compiuti in questi tre Paesi con più di 500 vittime tra civili, soldati e membri di gruppi armati rivali. Burkina Faso e Mali sono i primi 2 Paesi al mondo per vittime complessive – rispettivamente 1135 e 944, il 31% delle vittime globali – nonostante un minor numero di attacchi rispetto ad Afghanistan e Somalia. A compiere tali azioni, anche se non sempre rivendicate, sono state perlopiù le milizie jihadiste.

Ancora una volta gli attacchi sono stati compiuti principalmente nelle zone di confine, dove lo Stato non ha i mezzi per tenere l’area sotto il suo diretto controllo e per questo motivo gli atti di terrore hanno avuto ripercussioni anche sui Paesi limitrofi come Togo e Benin.

I gruppi jihadisti e gli altri attori non statali

Tra i gruppi terroristici responsabili per il maggior numero di vittime nel 2022 rientrano lo Stato Islamico (SI) tramite ISWA, la sua ramificazione nell’Africa Occidentale, Al-Shabaab e Jamaat Nusrat al-Islam wal Muslimeen (JNIM). Rimane difficile determinare quale gruppo sia stato più attivo dal momento che le misurazioni dipendono dalle rivendicazioni e talvolta gli attacchi rimangono “anonimi” per due motivi principali legati al numero di vittime: se poche vittime possono essere viste come un fallimento, stragi di grandi proporzioni avrebbero ripercussioni a livello politico, con un incremento delle attività di counter insurgency da parte del governo, oppure arrecando un danno di immagine provocando l’ostilità della popolazione colpita col rischio che questa si polarizzi in favore del governo o di altri gruppi rivali.

Lo Stato Islamico predilige gli attacchi dinamitardi, ma anche regolari assalti con armi da fuoco aventi come obiettivo primario militari e membri del governo, anche se a pagarne le spese sono quasi sempre i civili. A causa dell’indebolimento delle roccaforti in Siria e Iraq, la propaganda di SI sta spingendo sempre più militanti e sostenitori dal Levante verso l’Africa subsahariana, invocando l’hijrah per portare la guerra santa nel continente.

Se SI sta adottando nuove strategie nel tentativo di riconsolidarsi in Africa Occidentale, Al-Shabaab sembra non conoscere crisi: nonostante il numero di attacchi tramite bombe e armi d’assalto sia lievemente diminuito, la letalità ha raggiunto il suo massimo storico aumentando del 23% colpendo, anche in queto caso, i civili. L’organizzazione ha come base stabile la Somalia, della quale detiene il controllo di intere porzioni, ma è presente anche nel nord del Kenya e ha cercato senza successo di stabilire una testa di ponte in Etiopia sfruttando l’instabilità generata dalla guerra civile in Tigray.

In Africa Occidentale, specialmente nel Sahel, imperversa JNIM, una coalizione di gruppi jihadisti salafiti che attacca indistintamente civili, forze armate nazionali e internazionali, in particolare francesi. JNIM è riuscita a stabilirsi in Mali dove recluta la maggior parte dei propri accoliti e ha vinto la sfida contro l’operazione Barkhane resistendo fino al completo ritiro delle truppe francesi, avvenuto a fine 2022, le quali hanno così lasciato lo spazio necessario a JNIM e agli altri gruppi per diffondersi negli Stati saheliani. Da un lato gli attacchi di JNIM, rivolti soprattutto contro i militari, sono diminuiti in Mali di quasi il 49% tra il 2021 e il 2022, dall’altra si sono propagati nelle regioni circostanti raggiungendo Burkina Faso, Togo e Benin. 

Se all’inizio la maggior parte dei gruppi attivi nel Sahel seguiva un’agenda incentrata su temi etnico-nazionalisti e religiosi, essi sono stati oggi inglobati all’interno delle organizzazioni jihadiste transnazionali che offrono protezione anche a piccoli gruppi di banditi e contrabbandieri i cui scopi, talvolta, non hanno nulla a che vedere con la guerra santa, dando così vita al fenomeno del “banditismo jihadista”. 

Fondamentale è anche il ruolo delle milizie etniche, come Fulani o Tuareg. Lo scontro intercomunitario, infatti, esacerbato da insicurezza alimentare, cambiamento climatico e lotta per il controllo delle risorse e dei pascoli ha costretto intere comunità a imbracciare le armi per difendersi e a formare veri e propri gruppi armati, spesso cooptati all’interno delle organizzazioni jihadiste.

La polveriera del Sahel

Il GTI mostra come il nucleo del terrorismo mondiale si stia gradualmente spostando verso l’Africa Occidentale e il Sahel dove l’instabilità politica e l’estrema povertà della regione creano governi deboli e inefficienti che lasciano vuoti di potere in cui si infiltrano le organizzazioni jihadiste. A tal proposito, il Sahel presenta due zone nevralgiche: il Lago Chad e la regione di triplice confine tra Mali, Burkina Faso e Niger dove il controllo statuale è pressoché nullo e le crisi climatica e alimentare sono più accentuate che altrove, mentre la permeabilità del confine offre riparo e l’opportunità di spostarsi tra un Paese e l’altro senza grosse difficoltà.

Il Burkina Faso ha registrato un’impennata di attacchi terroristici rispetto agli anni precedenti, proiettandosi al secondo posto del GTI, mentre i continui golpe ne sono stati la causa principale: le tensioni tra le varie fazioni militari hanno generato sempre più violenza interna e l’esercito, impegnato a mantenere il controllo nella capitale, ha lasciato campo aperto a JNIM e altri attori jihadisti. Anche in Mali osserviamo una situazione simile a causa dell’instabilità e del vuoto securitario provocato dal ritiro delle truppe francesi con la fine dell’operazione Barkhane. Gli attacchi sono diminuiti in numero, ma sono diventati estremamente letali soprattutto nelle regioni di Gao e Mopti.

Sulle sponde del Lago Chad, invece, le aree più colpite sono le regioni di Borno e Diffa, rispettivamente in Nigeria e Niger: sebbene la situazione in Nigeria stia progressivamente migliorando grazie all’ estensivo dispiegamento di forze militari, il numero di vittime civili è aumentato rispetto al 2021, mentre la vittoria di ISWA su Boko Haram ha accentuato l’instabilità nella regione e ha reso l’organizzazione più forte e capace di espandersi nel nordest del Paese e puntare al controllo del Lago Chad.

Ciò che è accaduto in Nigeria ha avuto ripercussioni sul Niger, dimostrando ancora una volta come il Sahel sia una regione estremamente porosa dove è facile che si generino effetti a cascata: la vittoria di ISWA su Boko Haram ha costretto quest’ultima a spostare la propria base operativa a Diffa, dove si sono registrati numerosi atti di violenza sui civili. Tuttavia, la situazione in Niger è notevolmente migliorata rispetto al 2021: il numero di attacchi e vittime è stato il più basso dal 2019 e bisogna sperare che un potenziale consolidamento di Boko Haram nel sud del Paese non comprometta questi progressi.

Il cambiamento climatico come nuovo driver del terrorismo

Tra i fattori che concorrono allo sviluppo di un’ambiente favorevole al terrorismo e ai gruppi jihadisti spiccano le situazioni di conflitto o guerra, dal momento che sembra esserci una correlazione tra stato di conflitto di un Paese e numero di vittime dovute ad attacchi terroristici nel Paese stesso.

Tuttavia, secondo IEP, le minacce ecologiche stanno diventando sempre più un fattore determinante nelle vicende securitarie globali, mostrando una correlazione tra cambiamento climatico e peacefulness. I fattori ambientali, politici e socioeconomici si influenzano mutualmente e intensificano vicendevolmente le proprie debolezze creando crisi multifattoriali nelle quali le organizzazioni terroristiche possono insinuarsi.

L’Africa e il Sahel risultano essere particolarmente fragili da questo punto di vista. Insicurezza alimentare, disastri naturali, crescita della popolazione e stress idrico sono ormai endemici in parte delle società subsahariane e il cambiamento climatico non farà altro che rafforzare queste crisi con ripercussioni a livello regionale o addirittura globale.

L’insicurezza alimentare e lo stress idrico rappresentano sfide principali per i governi nazionali dal momento che sono sia cause che conseguenze dell’instabilità politica: la mancanza e l’impossibilità di accedere al mercato di cibo o a fonti di acqua sicure possono essere usate dai gruppi terroristici per sfruttare le grievancies della popolazione al fine di reclutarla, oppure attaccare le infrastrutture per distruggerle e generare insicurezza nella regione o, ancora, prenderne il controllo e sostituirsi all’autorità statuale.

La correlazione tra terrorismo e insicurezza alimentare sembra essere confermata dal fatto che le regioni dove si sono registrati più attacchi e vittime nel 2022 sono anche quelle in cui la crisi alimentare è più accentuata.

Un secondo elemento è quello degli eventi catastrofici come alluvioni, siccità e alterazione del ciclo delle piogge. Fenomeni come le esondazioni generano centinaia di sfollati costretti a migrare in altre zone, i quali  entrano in conflitto con le comunità locali per l’uso delle risorse, oppure rimangono nelle zone colpite senza però ricevere l’aiuto necessario da parte del governo. In entrambi i casi, lo scontento e la disperazione minano l’immagine dello Stato e spingono la popolazione dalla parte dei gruppi non statali, specialmente quando quest’ultimi risultano più efficienti nella gestione delle crisi. Una siccità, invece, causa transumanze forzate da parte dei pastori che entrano inevitabilmente in conflitto con le comunità di agricoltori i cui campi vengono distrutti dalle mandrie al pascolo. Tale situazione peggiorerà con siccità sempre più intense e prolungate.

Cosa aspettarci dal 2023?

Il 2022 è stato un anno negativo per il continente africano dove il terrorismo si è intensificato in buona parte dei Paesi subsahariani. Gli attacchi sono aumentati così come il numero di morti, registrando i tassi più alti di mortalità rispetto al resto del mondo e andando in controtendenza rispetto alla direzione globale che evidenzia un calo del terrorismo. In questo contesto il Sahel sembra essere diventato il nuovo epicentro del terrorismo continentale e globale: i continui golpe, la crisi ambientale e il ritiro della missione francese nella regione hanno aperto le porte ai gruppi jihadisti che da anni imperversano dal Mali fino al Lago Chad e le cui azioni si stanno diffondendo anche nelle zone confinanti storicamente estranee al problema del terrorismo. Oggi rimane difficile pensare che la situazione possa migliorare nel breve periodo con le istituzioni che, quando non sono impegnate a proteggersi dai colpi di stato, non hanno le capacità di fronteggiare queste organizzazioni, mentre l’unico appoggio esterno rimasto è quello russo del Gruppo Wagner.

Le vicende del Sudan, inoltre, potrebbero avere forti ripercussioni su tutta la regione, mentre il cambiamento climatico accentuerà le crisi ambientali e alimentari fomentando l’instabilità interna.

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