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Global Tax, si avvicina la fine dei paradisi per le multinazionali?

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Dopo il via libera di Irlanda, Estonia e Ungheria alla tassazione minima per le multinazionali e all’adeguamento all’accordo Ocse, si avvicina la Global Tax. Una spinta che molti in Unione europea si aspettavano e chiedevano da tempo.

L’accordo

Le grandi aziende, quelle che hanno un fatturato annuo maggiore ai 750 milioni di euro, dovranno pagare un’aliquota minima del 15%. È il risultato principale delle trattative portate avanti dall’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e più internamente dalle istituzione europee. Si stanno concretizzando, quindi, gli sforzi atti ad arginare la concorrenza sleale o “dannosa” tra Paesi a livello fiscale e a rendere più equo l’intero sistema economico. Nelle previsioni dell’Organizzazione, le multinazionali potranno pagare più di 100 miliardi di euro in più di tasse annualmente e – cosa forse ancora più rilevante – una percentuale maggiore delle imposte verrà indirizzata verso i Paesi in cui le aziende conducono effettivamente le loro attività e quindi dove realizzano profitti. Per le multinazionali più grandi (circa un centinaio), infatti, il 20% degli utili, che superano un margine del 10%, saranno tassati non nel Paese dove risiede la sede legale, ma dove concludono le vendite.

Lo scorso luglio più di 130 Stati avevano aderito all’accordo ma all’interno dell’Unione europea, insieme all’Irlanda, anche Estonia e Ungheria si erano sfilate. Il dietrofront di questi Paesi negli ultimi giorni ha lasciato il campo ad un accordo definito “storico” sia dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, sia dal commissario Ue agli Affari economici Paolo Gentiloni, il quale ha avuto un ruolo decisivo per tale raggiungimento. Lo stesso ex presidente del Consiglio italiano ha commentato con una frase indicativa: “Il multilateralismo è tornato”. 

Ed effettivamente si è trattato di uno sforzo internazionale di vasta portata. I 136 Paesi che hanno approvato l’intesa, tra i quali c’è anche l’Italia, rappresentano oltre il 90% del Pil mondiale e tra i 140 Stati del Quadro Inclusivo Ocse/G20 gli unici a non essere voluti entrare sono stati Kenya, Nigeria, Pakistan e Sri Lanka. Sono dentro tutti i Paesi del G7, del G20 e dell’Unione europea.

L’impatto sull’Europa e sull’Italia

La firma finale potrebbe arrivare a Washington o alla riunione del G20 a Roma a fine ottobre e, se i singoli Paesi applicheranno le norme nei tempi previsti, l’accordo dovrebbe entrare in vigore nel 2023. La tassazione minima del 15% è una esplicita iniziativa degli Stati Uniti, per contrastare il dumping fiscale di quelle sorte di paradisi fiscali che vengono usate principalmente da aziende americane. Ma anche dalle parti di Bruxelles si sono spesi in maniera particolare vista l’accresciuta concorrenza sleale all’interno dell’Unione europea. Ciò che però preme in modo più specifico all’Ue è la redistribuzione degli extra-profitto di queste multinazionali,  essendo un ampio mercato dove questi ricavi sono sviluppati. 

L’Osservatorio Fiscale Europeo, di recente creazione, ha partorito uno studio in cui indica quali potrebbero essere i ricavi economici dalla misura dell’aumento al 15% delle aliquote. L’intera Ue incasserebbe annualmente 48,3 miliardi di euro, mentre l’Italia avrebbe un ritorno di 2,7 miliardi, sempre ogni anno. 

La scelta di Dublino e lo sconto all’Ungheria

Per l’Irlanda si tratta senza dubbio di una vera e propria svolta. L’annuncio è arrivato ufficialmente dal ministro delle Finanze Pascal Donohoe che ha confermato la volontà del Paese di aumentare la corporate tax minima per le multinazionali dal 12,5% attuale al 15%. Le piccole e medie imprese continueranno ad essere esentate dall’intesa, che invece coinvolgerà più di 1500 società in Irlanda per cui lavorano circa 400mila persone. Numeri certi non ce ne sono, ma le prime stime fatte dal Dipartimento delle Finanze irlandese indicano che le entrate nelle casse statali potrebbero essere ridotte di circa due miliardi di euro ogni anno. 

Un cambiamento molto rilevante, considerando che da diversi anni Dublino era diventata la sede strategica europea per vari colossi, specialmente delle big tech, grazie alla più bassa tassazione minima tra i paesi Ocse. Apple, Google, Facebook e Amazon, solo per citarne alcune, da tempo si sono basate in Irlanda proprio per sfruttare le sue agevolazioni e i suoi benefici fiscali. Investimenti stranieri decisivi per l’intera economia irlandese, che ne ha sfruttato tutta la potenza, tanto da ricevere e far suo l’appellativo di “Tigre Celtica” per via della crescita record del Pil e di un boom nel settore immobiliare, di cui però al momento sconta le conseguenze sociali. 

Per il ministro Donohoe è stata una “decisione difficile ma giusta e pragmatica”, arrivata dopo mesi di intense trattative con l’Ocse e una leggera ma fondamentale revisione del testo, che non delinea più un’imposta di “almeno il 15%” ma solo “del 15%”. Una garanzia affinché in futuro non sia richiesto un ulteriore aumento della tassazione. Donohoe ha parlato anche di un accordo che si dimostra “punto di equilibrio tra la nostra competitività e il nostro posto nel mondo. Assicurerà che l’Irlanda sia parte della soluzione del problema, nel rispetto del futuro assetto fiscale internazionale”. 

Anche Budapest ha accettato di aderire all’accordo, nonostante attualmente abbia una tassazione minima di molto inferiore allo standard: il 9%. Ma a convincere l’Ungheria è stata una particolare agevolazione temporale. Ci sarà infatti un periodo transitorio di dieci anni in cui il Paese si dovrà adeguare.

L’accordo internazionale è stato raggiunto e a breve, come detto, potrebbe arrivare la firma. Ma la parte difficile potrebbe non essere ancora conclusa, perché, per esempio, negli Stati Uniti l’intesa dovrà passare per la votazione del Congresso. Un fattore non scontato vista la netta spaccatura – numerica e non – tra repubblicani e democratici in seno al Campidoglio a stelle e strisce.

Luca Sebastiani

Geopolitica.info

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