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TematicheCina e Indo-PacificoNasce il Global Combat Air Programme (GCAP) tra Italia,...

Nasce il Global Combat Air Programme (GCAP) tra Italia, U.K. e Giappone

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La collaborazione tra Paesi e aziende nel settore della difesa è da anni una delle principali soluzioni per lo sviluppo e il mantenimento di programmi di innovazione su ampia scala. Questo approccio ha permesso anche ad attori di medie dimensioni di avere accesso a sistemi e piattaforme tecnologicamente avanzati, programmi praticamente impossibili da sviluppare se non da grandi potenze e con ingenti fondi. Questo scenario è particolarmente rilevante per le realtà occidentali ed europee, le quali, con la sola parziale eccezione degli Stati Uniti, hanno mantenuto budget ridotti a fronte di un rinnovamento delle forze armate.

A sottolineare l’importanza che hanno assunto negli ultimi anni le collaborazioni internazionali, soprattutto all’interno di alleanze storiche come la NATO e l’UE, è il programma Joint Strike Fighter (JSF) che ha visto la collaborazione di un alto numero di attori nello sviluppo e produzione dell’F-35 permettendo così l’adozione di una piattaforma aerea altamente avanzata anche a Paesi, come l’Italia, che non hanno i mezzi e i fondi necessari allo sviluppo di programmi simili.

Altro punto che fa pendere il piatto della bilancia verso questo approccio è l’impatto operativo che ha l’uso condiviso delle stesse piattaforme da parte di forze internazionali. La campagna in Iraq del 1991 mise in evidenza come asset differenti nello stesso teatro richiedessero un grado di coordinamento e una quantità di strumentazione improponibile negli scenari di conflitto moderni. Il tempo di elaborazione e condivisione delle informazioni è risultato poco efficiente e solo la modestia delle forze irachene, sfiancate da anni di guerra con l’Iran, ha permesso la riuscita della campagna senza troppi intoppi.

Dal 1991 al 2022 questi aspetti si sono maggiormente accentuati con lo sviluppo e la diffusione massiva delle tencologie IT e delle reti Command, control, communications, intelligence, computers, survelliance, target acquisition, reconnaissance (C4ISTAR: in sostanza i network che permettono il coordinamento delle operazioni militari) divenendo centrali in tutti i teatri operativi e nelle diverse tipologie di conflitto.

L’esempio più attuale e completo è l’attuale conflitto Russo-Ucraino. Le capacità di creare network di difesa multi-piattaforma e multi-sistema fornite all’esercito ucraino, unite alle problematiche russe nel mettere in campo capacità equivalenti, hanno permesso il passaggio dell’iniziativa (elemento fondamentale in guerra) nelle mani di Kiev. Iniziativa che è stata messa in atto sia con operazioni convenzionali come quelle dell’estate 2022 che con l’adozione di tattiche più vicine alla guerra asimmetrica come l’eliminazione mirata di alti profili militari nelle zone occupate (stesso approccio adottato contro Al-Quaeda e DAESH da oltre 20 anni da parte degli Stati Uniti). Riprova, quindi, di come tale aspetto sia diventato parte integrante di ogni tipologia di conflitto.

In questo contesto deve quindi essere letto il programma Global Combat Air Programme (GCAP) formalizzato da Italia, U.K. e Giappone.

Le radici del Global Combat Air Programme (GCAP)

Il programma GCAP è di fatto il frutto di due diverse spinte concorrenti che coinvolgono i tre Paesi. In prima istanza vi è la necessità di rinnovare il parco aeronautico dei caccia d’attacco che attualmente vedono l’impiego degli Eurofighter da parte di Italia e Regno Unito e degli F-16 da parte giapponese, piattaforme che, seppur rinnovate rimangono legate ad architetture vecchie di almeno 40 anni e che nel 2035 (data prevista per il raggiungimento dell’operatività) supereranno i 50, a cui si sommeranno gli anni impiegati per sostituire completamente le flotte.

Secondo elemento, che vede maggiormente coinvolti gli attori europei, è dare una risposta all’analogo programma FCAS avviato da Francia, Spagna e Germania. In questo caso a elementi prettamente militari si intersecano questioni e interessi sia economici che geopolitici che, in realtà, mandano segnali poco rassicuranti sia all’UE che all’Italia. Si tratta infatti di una vera e propria spaccatura all’interno dell’Unione con Francia e Germania che, nuovamente, cercano di prendere una leadership che da tempo ambiscono e che rischia di portare ulteriori punti di frattura in un contesto continentale già fortemente incerto, soprattutto sulle tematiche della difesa comune.

Ciò si somma a una sempre maggiore marginalizzazione dell’Italia (nonostante abbia un apparato militare-industriale maggiormente sviluppato rispetto a quello spagnolo) e delle sue compagnie. Non a caso è opportuno citare l’interferenza del governo francese in diverse occasioni come per l’acquisizione da parte di Fincantieri della francese STX e sulla vendita di diversi asset militari a Egitto e Qatar. Oltre al fatto che la commessa data a Leonardo-Fincantieri per la produzione della nuova classe di fregate per la U.S. Navy abbia tolto un ricco introito alla cantieristica navale d’oltralpe.

È chiaro quindi come al momento sul tema difesa l’Italia debba trovare nuovi partner di alto livello per non essere ulteriormente spinta ai margini dell’Europa e, in questo caso, la partnership con Londra e Tokyo assicura la collaborazione con due player economicamente forti e tecnologicamente sviluppati.

Dal punto di vista giapponese si tratta del primo grande programma dell’industria della difesa che non vede in coinvolgimento degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale, un segnale chiaro di quale posizione geopolitica e strategica perseguirà il paese nei prossimi anni. A Tokyo erano state già gettate le basi per un nuovo programma per un caccia di nuova generazione (il programma F-X) cui proiettare definitivamente le forze armate giapponesi nel gioco del Pacifico come attore di primo piano e rafforzare la posizione di principale alleato di Washington nella regione. Le tensioni interne al Paese tra una visione pacifista e una di un Giappone “Leviatano” hanno rallentato inevitabilmente il progetto e le restrizioni economiche imposte dalle crisi succedute a partire dal 2020 hanno fatto pendere l’ago della bilancia economica verso un progetto congiunto con altri attori di rilievo. Tokyo, in questo modo, trova due partner affidabili (economicamente e tecnologicamente) che attualmente non sono presenti nella sua area geografica, ad eccezione della Korea del Sud con cui i rapporti non solo idilliaci.

Le forze aeree giapponesi saranno quindi composte dal nuovo caccia e dagli attuali F-35, contando il fatto che, se anche per il progetto GCAP verranno previste varianti imbarcate, sarà di fatto l’unica forza di proiezione aeronavale nell’estremo oriente. Il tutto con un parco piattaforme altamente tecnologico.

Le forze aeronavali giapponesi, nel 2035, potrebbero quindi essere uno dei corpi di punta nei domini di riferimento creando non pochi problemi alle mire regionali cinesi, obiettivo questo ben dichiarato da Tokyo.

La nascita del programma congiunto

Con l’annuncio del 9 dicembre 2022 da parte dei capi dei governi di Italia, Giappone e Regno Unito è stato ufficialmente lanciato il programma Global Combat Air Programme (GCAP) che vede quindi la fusione dei preesistenti programmi Tempest e F-X. Per la precisione si tratta di un progetto che non vede solo lo sviluppo di una piattaforma aerea ma di un system of systems destinati a operazioni multi-dominio.

Il comunicato congiunto dei tre governi esplicita chiaramente le esigenze di cui sopra attraverso il concetto di “interoperabilità” con gli Stati Uniti, con la Nato, i partner (da notare non alleati) europei, nell’Indo-Pacifico e a livello globale.

Altro punto di estremo interesse è relativo al vantaggio tecnologico. Se già in passato il mantenimento di tale vantaggio si è dimostrato uno dei pilastri strategici delle forze occidentali (e quasi un’ossessione per gli Stati Uniti) ad oggi tale assunto ha acquisito ancora più valore. Il rafforzamento di tale posizione è figlio anche dei risultati che le forze ucraine stanno ottenendo anche grazi l’impiego di sistemi e piattaforme occidentali sufficientemente avanzate rispetto alle controparti russe, riprova che un gap tecnologico abbastanza ampio ha il suo peso sulle operazioni. Lezione che stanno apprendendo anche i cinesi, diretti competitor di Tokyo nell’estremo oriente.

Le ricadute industriali

Saranno tre le principali aziende coinvolte nello sviluppo del programma: Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries. Per quanto riguarda la realtà italiana saranno coinvolti anche Avio Aero, Elettronica e MBDA in aggiunta ad altre realtà minori che andranno a comporre un mosaico articolato che coinvolgerà una buona parte del sistema innovativo del Paese.

Il programma Tempest in origine prevedeva un velivolo di sesta generazione come parte focale di una rete di capacità più ampie comprendenti UAV, sensoristica, armamenti e sistemi di elaborazione dati a cui si andranno ad aggiungere ulteriori capacità digitali avanzate nell’intelligenza artificiale e, in generale, nell’IT warfare.

Le realtà italiane coinvolte metteranno sul piatto una vasta gamma di capacità e know-how fondamentali per lo sviluppo del programma, oltre alla stessa Leonardo che di fatto avrà il ruolo di capofila italiana. Come si legge dai diversi comunicati Avio Aereo avrà il compito di “sviluppare (congiuntamente alle realtà del Regno Unito e giapponesi [n.d.r.]) la tecnologia più avanzata per il futuro sistema di potenza e propulsione” mentre “partendo da una rilevante esperienza collaborativa in qualità di co-design per l’electronic warfare dell’Efa Typhoon Fighter, Elettronica porterà nel progetto Global Combat Air Programme (Gcap) una solida maturità ingegneristica e sistemistica, fondamentale in un contesto in cui la sfida dell’electronic warfare è molto complessa e strategica”. MBDA infine sarà uno dei player centrali per lo sviluppo e capacità di utilizzo dei sistemi d’arma nuovi e preesistenti.

L’impatto industriale è quindi di primo piano con possibili ricadute positive sotto il punto di vista economico ed occupazionale oltre a permettere uno sviluppo di ulteriore know-how e dare una spinta al settore di ricerca e sviluppo, elementi che potranno essere impiegati anche in altri campi al di fuori di quello prettamente militare.

Dal punto di vista economico la serietà della partecipazione al programma è dimostrata anche dal fatto che nel documento programmatico pluriennale (Dpp) per la Difesa per il triennio 2022-2025 pubblicato lo scorso luglio, sono assegnate le risorse per il Tempest: da 2 miliardi di euro allocati lo scorso anno si passa a 3,8 miliardi, con 220 milioni quest’anno e 345 milioni il prossimo.

L’attuale programmazione e la visione strategica italiana

Al momento il progetto risulta essere in una fase molto embrionale mancando ancora i dettagli su come saranno effettuate le condivisioni del lavoro e dove avverrà lo sviluppo. Inoltre, i tre attori dovranno concordare come saranno ripartiti i costi del programma.

La principale fase di sviluppo del programma dovrebbe essere lanciata nel 2025 e il primo volo di un dimostratore è previsto nel 2027, dopodiché la produzione dovrebbe iniziare intorno al 2030 per permettere l’operatività di un prototipo entro il 2035.

La partecipazione al programma per l’Italia è di fondamentale importanza sotto diversi aspetti. In primo piano vi sono le necessità operative di sostituire le attuali piattaforme con nuove soluzioni che guardino agli scenari futuri e che possano garantire, dal momento della loro entrata in servizio, almeno altri 40 anni di operatività ad alti livelli. L’ultima generazione di Eurofighter ha dimostrato notevoli capacità di interoperabilità con piattaforme più moderne e in scenari altamente tecnologici. Nelle esercitazioni con gli F-35 l’attuale caccia è di fatto la punta di lancia del complesso sensor-to-shooter loop grazie al ruolo di “abilitatore” svolto dall’F-35.

Con il passaggio ad una nuova piattaforma ancora più avanzata e con un’architettura ancora più “compatibile” per i battle network il nostro Paese si vedrebbe catapultato nel gradino successivo del warfare moderno. Nello specifico l’Aviazione e la Marina, al pari di quelle giapponesi, conterebbero su due piattaforme che singolarmente fungono da veri e propri centri di comando e controllo tattici multidominio che da sole coprirebbero l’intero arco di capacità C4ISTAR, integrandosi e integrando gli altri elementi presenti nel teatro operativo con tutte le ricadute del caso in termini di readiness ed effciency.

Seconda ricaduta si avrebbe sotto il punto di vista strategico e internazionale. Forze all’avanguardia garantiscono il ruolo di media potenza e potenza regionale del Paese, ruolo che negli ultimi anni è stato fortemente eroso sia da fattori interni che esterni. L’ammodernamento del parco aeronautico e l’acquisizione di capacità avanzate garantirebbe un ruolo di primo piano nel contesto euromediterraneo e in tutti i teatri in cui si trovano ad operare le Forze Armate italiane.

Ovviamente questo deve essere letto a livello sistemico contando, nel caso della Marina, anche le 3 portaeromobili (Garibaldi, Cavour e Trieste) adeguate all’impiego di velivoli STOVL, le FREMM (le stesse messe in cantiere dagli USA) e le unità polivalenti PPA per una forza aeronavale altamente moderna e in grado di poter far fronte alle esigenze dei moderni scenari di crisi.

Infine, la partecipazione al programma dimostra come l’Italia ha le potenzialità per poter essere un polo di riferimento per l’innovazione tecnologica, con una base industriale ristretta rispetto i partner europei, ad alto valore aggiunto in termini di “prodotti” finali. Un trend di medio periodo che trova riscontro nelle partecipazioni delle realtà italiane a progetti internazionali come l’F-35, i PPX e lo stesso GCAP ad altissimo valore tecnologico.

Dal punto di vista politico Roma manda un messaggio molto chiaro sulla sua posizione internazionale dei prossimi anni: la posizione all’interno delle organizzazioni internazionali non è in discussione (ammesso che lo sia mai veramente stata) e il ruolo ambito è di attore primario e non di semplice rappresentanza. Le alternative per avviare collaborazioni e partnership, anche fuori dal continente, sono presenti e permetterebbero di fatto anche una maggiore libertà di azione. Se questa tendenza sarà confermata e coadiuvata da una strategia di medio-lungo termine chiara, la posizione del Paese sarà quella di “alternativa” agli altri giganti europei e alla loro “visione” delle gerarchie continentali.

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