Gli ultimi sviluppi della crisi libica e l’inconsistenza italiana

Continuano a muoversi le pedine nella delicata ed intricata partita che si gioca sulla scacchiera libica. Il 22 dicembre le forze del maresciallo Haftar hanno sequestrato a largo di Derna una nave cargo battente bandiera di Grenada e con equipaggio turco; è questa la prima reazione di peso delle forze bengasine all’accordo stipulato tra Tripoli ed Ankara per la modifica delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE) nel Mediterraneo orientale e che prevede anche l’aiuto militare turco al governo di al-Sarraj.

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Il capo del governo tripolino Fayez al-Sarraj ha dichiarato al “Corriere della Sera” che il progetto di Conferenza di Berlino potrebbe essere utile ma che allo stato attuale non si vedono i risultati concreti della pacificazione che, depurando la frase dal linguaggio diplomatico, equivale ad una sonora bocciatura della linea fin qui seguita dall’Europa e dall’Italia su tutti, segno che gli equilibri di potenza nella nostra ex “Quarta Sponda” stiano rapidamente cambiando.

Il tutto mentre continua la battaglia intorno a Tripoli scatenata otto mesi fa da Haftar: nonostante i roboanti annunci del maresciallo libico sull’ennesima “offensiva finale” contro la capitale, finora le sue truppe – raccolte sotto la bandiera dell’Esercito Nazionale Libico – hanno ottenuto solo modesti successi sul fronte sud-occidentale puntando ora sui grossi centri di Sirte e Misurata, roccaforti delle potenti milizie che sostengono al-Sarraj. Di pari passo, onde allentare la pressione nemica su Tripoli, le forze governative da quattro mesi cingono d’assedio Tahruna, centro del Gebel Nefusa a 40 km dal mare ed importante deposito di armi di Haftar. Teoricamente, con la ritirata delle milizie dei fratelli Khani dalla città le forze tripoline avrebbero dovuto avere la meglio in poco tempo avanzando poi su Ain Zara, che è, in sostanza, il reale obiettivo dell’offensiva. Tahruna doveva essere uno “specchietto per le allodole” come lo era stato l’aeroporto internazionale rispetto al reale obiettivo, Gharyan, durante la battaglia degli altipiani del Gebel; da mesi invece le truppe governative sono impantanate fuori dalla città ed il piano di costruire una cintura di sicurezza attorno a Tripoli è sostanzialmente fallito.

Tuttavia, negli ultimi giorni al-Sarraj ha dato l’ordine di riprendere l’offensiva su Tahruna con il sostegno dei turchi che schierano sul campo consiglieri militari, blindati e droni e delle milizie di Misurata a cui è stata ordinata la mobilitazione generale qualche giorno fa. A difesa di Tahruna oltre alle forze di Haftar vi sono contractors pagati dagli Emirati Arabi Uniti, milizie mercenarie sudanesi ed i famosi contractors russi della PMC Wagner, la cui presenza è stata denunciata dalle autorità tripoline. In un teatro secondario della guerra, balzato d’un tratto agli onori della cronaca, sono quindi presenti tutti i principali attori, nazionali ed internazionali, della crisi libica.

Proprio da questo fatto il rischio che l’Italia venga definitivamente tagliata fuori da quella che una volta era considerata la sua “area d’influenza” è ormai divenuto concreto e non un semplice slogan da “imperialisti”. La linea telefonica tra Mosca ed Ankara è bollente, nonostante le due Potenze si confrontino indirettamente sul terreno libico, esse danno in questo momento le carte per risolvere la crisi, a conferma del fatto che a poter influire direttamente è sempre e solo chi ha “boots on the ground”. Sia lo scontro che il confronto tra Turchia e Russia in Libia escludono a prescindere l’Italia che è stata tenuta fuori dai colloqui sulla crisi libica all’ultimo vertice NATO e che ha negato risolutamente aiuti militari a Tripoli nonostante la precisa richiesta pervenuta che è invece stata presa al balzo da Erdogan. Il dilettantismo con il quale Roma sta trattando da tre mesi a questa parte il complicato dossier libico mostra quanto poco chiara sia la strategia del nostro governo nel Mediterraneo. I 300 soldati impiegati all’aeroporto di Misurata e gli 80 schierati ad Abu Sitta, nell’ambito di missioni che non hanno rafforzato affatto la nostra presenza ed autorità nel Paese, non forniscono all’Italia la carta da giocare per contare qualcosa.

Da sottolineare è poi il fatto che l’esecutivo italiano non ha abbandonato, ma ha anzi rafforzato, la cosiddetta linea securitaria ispirata dal Viminale contro quella politico-strategica dei ministeri degli Affari Esteri e della Difesa. Una scelta sbagliata che consente ad altri attori concorrenti come la Turchia di estromettere l’Italia dalla Libia mentre Roma tenta di imporre a Tripoli una stretta sul controllo dei flussi migratori ed un trattamento più umano di quelli raccolti nei campi costieri dimenticando però che in Libia vi sono oltre 140.000 sfollati da ricollocare. Inoltre, Roma sembra essere l’unica a rispettare l’embargo sulla fornitura di armi ai contendenti libici decretato dall’ONU che è, nonostante l’illegalità, una pratica particolarmente diffusa e sfruttata dalle altre Potenze per acquisire capitale politico da poter spendere poi in fase di trattative.

Chiaramente Tripoli sotto assedio si è sentita abbandonata dagli italiani che erano stati il principale sponsor di al-Sarraj assieme agli Stati Uniti e che avevano difeso a spada tratta in sede diplomatica l’esistenza dell’esecutivo tripolino ed i diritti della Tripolitania. Oggi la superficialità italiana ha consentito alla corrente filo-turca di Tripoli – guidata dal Gran Muftì Saqid al-Ghariani e dal milieu della Fratellanza Musulmana – di influenzare le scelte (in verità quasi obbligate) di al-Sarraj in favore della richiesta di armi e di sostegno militare ad Ankara. Il crollo repentino della credibilità italiana a Tripoli è favorito anche dall’inconsistenza della linea politica più generale di Roma sulla risoluzione della crisi: coinvolgimento dei Paesi UE – su tutti Francia e Germania in collaborazione con il Regno Unito – per una proposta di pace da presentare alla conferenza di Berlino a cui pare che né al-Sarraj né Haftar abbiano intenzione di partecipare. Così mentre la Turchia rosicchia lo spazio di manovra italiano, alla Farnesina continuano “a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo” mentre alle porte di Tripoli tuona il cannone.

Non si può continuare a chiedere ai contendenti di gettare le armi e piegarsi ad una soluzione politica del conflitto fintanto che sul campo gli equilibri rimangono incerti e la strada di una risoluzione manu militari con la conquista di Tripoli da parte di Haftar o con una sua frettolosa ritirata in Cirenaica in caso di sconfitta resta una possibilità concreta. La necessità per Tripoli di fermare prima e respingere poi Haftar entro i confini della Cirenaica apre inoltre alla possibilità che i turchi tentino di costringere Roma a ritirare i soldati presenti in territorio libico e poi, una volta eliminata la residua presenza militare italiana, ridimensionino il ruolo dell’ENI in Tripolitania, regione che resta al centro dei nostri interessi nazionali in merito al contrasto dell’immigrazione clandestina ed alla politica energetica (questione gasdotto Greenstream).

Famosa nella storia della politica estera italiana è l’idea di Francesco Crispi che un Paese, pur ossessionato dai propri problemi di politica interna o che non disponga di grandi risorse finanziarie, non possa disinteressarsi totalmente alle questioni internazionali, a maggior ragione se riguardano il proprio “giardino di casa”. Il concetto qui sintetizzato era riferito al mancato intervento italiano in Egitto nel 1882 ma potrebbe essere valido nel 2019 per la gestione fallimentare della crisi libica. Una Potenza al centro del Mediterraneo che viene estromessa dai processi decisionali di quel mare e che non ha voce in capitolo alcuna su una grave crisi regionale assumendo, anzi, il ruolo della “preda” è fuori dalla storia o destinata ad esserlo molto presto.