Gli sviluppi del Caso Huawei in un crescendo di tensione tra Canada e Cina

La richiesta da parte del Primo Ministro canadese Justin Trudeau delle dimissioni di John McCallum, Ambasciatore canadese a Pechino, è arrivata in seguito alle controverse dichiarazioni dell’Ambasciatore ai giornalisti di lingua cinese durante un raduno ospitato dal Canada China Guanxi Council (CCGC) martedì a Markham, a nord di Toronto e riportate poi in un’intervista dal magazine “The Star Vancouver”.

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Secondo McCallum sarebbe stato auspicabile per il Canada una rinuncia da parte degli Stati Uniti della richiesta di estradizione della CEO di Huawei Sabrina Meng, dichiarandosi personalmente propenso ad una soluzione di compromesso per il rilascio dei due cittadini canadesi arrestati in Cina. Aggiungendo alle dichiarazioni altre considerazioni personali che riguardano le argomentazioni in favore della signora Meng ritenute dall’Ambasciatore “efficaci” per ottenere il respingimento dell’estradizione davanti al giudice canadese considerato il coinvolgimento politico e le motivazioni anti-cinesi del Presidente Trump che ne chiede l’estradizione e la mancata ratifica da parte canadese delle sanzioni all’Iran, motivo dell’arresto della Meng.

Dichiarazioni che hanno immediatamente sollevato voci di disappunto nella componente conservatrice del governo, che ha accusato l’Ambasciatore McCallum di interferire politicamente sul caso che dovrà essere giudicato dalla corte, chiedendone a gran voce le dimissioni.

Intanto i media canadesi hanno avanzato qualche considerazione sui legami personali tra John McCallum e la Cina. Componente della fazione ‘Liberal’ del Parlamento canadese, ex Ministro della Difesa nel 2002-03, si è definito pubblicamente un “amico” della Cina, dichiarando di essere lui stesso sposato con una donna di origine cinese, oltre che tutti e tre i suoi figli, assicurando – come da lui stesso dichiarato – così per mezzo della sua famiglia un buon contributo ai legami tra la Cina e il Canada fin dal suo trasferimento a Pechino come ambasciatore nel 2017. Altri siti hanno poi riportato il presunto legame personale tra McCallum e alcuni esponenti governativi cinesi, a vari livelli, oltre che con il mondo economico sino-canadese. Un presunto conflitto di interessi che dunque non lo renderebbe adatto a svolgere in modo imparziale il suo ruolo politico in un momento così delicato delle relazioni tra Canada e Cina.

Il Presidente del Canada China Guanxi Council (CCGC), luogo dove l’ex Ambasciatore era stato invitato, Thomas Qu, amico di McCallum aveva dichiarato su China Daily che se l’estradizione dovesse accadere, ciò comporterebbe, un incrinarsi delle relazioni tra Canada e Cina per decenni, aggiungendo che “la comunità cinese in Canada esorta entrambi i governi a usare la saggezza per trovare una soluzione rapida per risolvere questa crisi prima che le cose peggiorino diventando fuori controllo”.

Wang Haicheng, Presidente della Federazione della Camera di Commercio sino-canadese, ha affermato che la comunità imprenditoriale cinese in Canada non si aspetta che le relazioni tra i due paesi vengano compromesse a causa di un trattamento inadeguato del caso Huawei, per evitare conseguenze negative sui progressi nel commercio Canada-Cina negli ultimi anni.

David Mulroney, ex ambasciatore del Canada in Cina, alla nomina di McCallum si era detto positivo, ritenendo la nomina di utilità nella creazione di un possibile accordo di libero scambio con la Cina, grazie al background economico del politico che avrebbe certamente dato un nuovo impulso alle relazioni tra i due Paesi, senza mai negare però la preponderanza data alle questioni di sicurezza nazionali, che gravano presumibilmente sul caso Huawei, come avevo già approfondito in un precedente articolo. “La Cina”- aveva dichiarato Mulroney – “è e rappresenterà una sfida crescente per la sicurezza, sia che si tratti di cyber-spionaggio che di interferenze negli affari canadesi”, compromettendo inoltre i rapporti con gli Stati Uniti, suo principale partner commerciale.

Oltre a Canada, Australia, Nuova Zelanda e Gran Bretagna, anche la Norvegia ha annunciato di stare valutando le implicazioni sulla sicurezza nazionale dell’apertura a Huawei nella propria rete di telecomunicazioni 5G. Paure non infondate che hanno di recente coinvolto la Polonia. Due settimane fa l’arresto da parte dell’agenzia polacca per la sicurezza nazionale di un cittadino cinese dipendente di Huawei e di uno polacco con l’accusa di spionaggio.

Come ulteriore atto di pressione politica, dopo l’arresto di Michael Kovrig e Michael Spavor, la Cina ha di recente condannato a morte un cittadino canadese, Robert Schellenberg, detenuto per spaccio di droga, dopo una sentenza che lo aveva già incriminato per 15 anni lo scorso novembre. In risposta il Primo Ministro Trudeau ha divulgato una nota mettendo in guardia tutti i cittadini canadesi in Cina di possibili ritorsioni nei loro confronti.

“La hostage diplomacy” – scrive il professor Steve Tsang, direttore del China Institute alla SOAS School of Oriental and African Studies di Londra “deve essere considerata ripugnante nella comunità internazionale, e qualsiasi paese che la pratica danneggia in modo significativo la sua reputazione, l’immagine internazionale e la credibilità come partner internazionale.”

Nonostante le gravi preoccupazioni e le proteste della società civile internazionale, Pechino non si arrende. Xu Xijin, Direttore del quotidiano cinese Global Times, testata sorella del Quotidiano del Popolo, organo del Partito comunista in un video rilasciato dallo stesso giornale aveva espresso chiaramente che: “se il Canada procede con l’estradizione della Meng negli Stati Uniti, la Cina utilizzerà metodi ben più gravi che l’arresto come punizione” . Una terribile ipotesi che certamente segna un grave precedente nelle relazioni con la Cina di cui l’Occidente intero dovrebbe tener conto.