Gli Stati Uniti nel 2020. Tensioni sociali, elezioni e crisi democratica

Il 15 settembre si è celebrata la giornata internazionale della democrazia. Gli studiosi rilevano ormai da anni una crescente, seppur lenta, erosione della democrazia nel mondo. Il numero degli stati che hanno abbandonato la democrazia è in crescita, così come è in forte crescita il numero di quelli che non riescono a compiere una completa transizione democratica. L’emergenza sanitaria globale ha accentuato questo fenomeno, soprattutto per quanto riguarda i dati sui regimi considerati nel mondo scientifico “ibridi”, quindi solo parzialmente democratici. Esiste un dato che però risulta essere particolarmente allarmante: la democrazia statunitense, da sempre considerata un riferimento ed esportata in tutto il mondo, sembra essere messa a dura prova dalle recenti tensioni sociali culminate con l’uccisione di George Floyd nel mese di giugno. Alla luce di questi eventi, e delle conseguenze da essi portate, si può parlare di una crisi democratica statunitense? E che risvolti vedremo nelle elezioni presidenziali?

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Facciamo un passo indietro. Come accennato in precedenza, ad essere a rischio è la democrazia globale. Sara Repucci, autrice del Freedom in the World 2020 dell’agenzia americana di indagine democratica Freedom House, esordisce nel suo rapporto con una semplice ma esplicativa frase: “Democracy and pluralism are under assault”. Secondo il rapporto, redatto annualmente, quest’anno, rispetto al passato, cresce il numero di dittature e quelle già esistenti espandono la loro sfera di potere in angoli del mondo sempre più lontani. Inoltre, per quanto riguarda le democrazie già consolidate, i leader politici di molti stati stanno abbandonando la via della cooperazione internazionale in favore di interessi nazionalistici e, ancor più preoccupante, molti di loro sacrificano i diritti civili e la libertà individuale, baluardi democratici, in favore dei propri slogan populisti. Questo trend piuttosto preoccupante viene confermato anche dal rapporto “Democracy Index 2020”, elaborato dal noto The Economist che intitola il rapporto “Global democracy has another bad year”.

I dati rilevati da Freedom House e le conseguenti preoccupazioni sulla salute della democrazia globale sembrano essere in parte anche collegate alla politica estera e interna della Casa Bianca. È noto infatti come la politica estera di Trump sia più tendente all’isolazionismo e al nazionalismo, mentre la politica interna non sembra per nulla puntare sul tema dell’inclusione e della garanzia dei diritti civili. È proprio su quest’ultimo aspetto che si incentra il dibattito che sta infiammando il mondo accademico. Dopo l’uccisione di Floyd, le conseguenti rappresaglie e l’ulteriore verificarsi di episodi molto simili a quello scatenante le proteste, è giunto il momento di interrogarsi sulla solidità delle basi della democrazia americana.

Freedom House, nel rapporto dedicato alla democrazia statunitense, assegna allo stato un punteggio sulla qualità democratica del paese che risulta essere al disotto di quello di molte democrazie europee e non solo. Tra i paesi che superano gli Stati Uniti in qualità democratica troviamo ad esempio l’Italia, la Grecia, il Portogallo, ma anche il Cile, la Slovenia o il Costa Rica. Questo punteggio è chiaramente giustificato proprio dai recenti fatti di cronaca, ma non solo. Non è solo questo l’unico aspetto ad essere preoccupante. Freedom House rileva infatti forti disparità di genere, ingenti limitazioni alle politiche sull’immigrazione, discriminazioni sociali evidenti tra i gruppi etnici, come ad esempio il diritto all’istruzione, e così molti altri aspetti.

Nicola Melloni professore presso la Munk School of Global Affairs dell’Università di Toronto, sostiene che “La brutalità della polizia, il tasso di incarcerazione record, le disuguaglianze insopportabili, un sistema politico chiuso alla partecipazione: le piazze statunitensi sono la reazione alla rottura del contratto sociale”.


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La democrazia a stelle e strisce è in una fase di sofferenza e gli eventi di questa estate lo dimostrano chiaramente. È certo che il regime democratico statunitense, in parte delegittimato, dimostra quanto le sue fondamenta non siano così solide. È azzardato però concludere sostenendo che la democrazia americana stia entrando concretamente in una fase di crisi. Saranno il tempo, ma soprattutto le elezioni imminenti a dircelo. Un’eventuale conferma di Donald Trump alla Casa Bianca e il mantenimento totale delle promesse elettorali potrebbero acuire questo fenomeno di regressione democratica. D’altra parte, il fronte dei democratici ha cavalcato abilmente l’onda delle proteste e sembra puntare forte su una maggiore inclusione e garanzia dei diritti civili, soprattutto nei confronti delle minoranze etniche. È vero però che la vittoria del rivale democratico Joe Biden non garantisce un’inversione del processo già in atto. In ogni caso la partita si giocherà qui.

Gli Stati Uniti si affacciano all’autunno 2020 con questo scenario: da una parte le tanto attese elezioni, che molto ci diranno sul futuro, dall’altra le continue e incessanti tensioni sociali che da mesi ormai spaccano il paese. In ogni caso è arrivato il momento di “make America great again” o meglio “make democracy great again”.