Gli Stati Uniti di Trump e la partita energetica nel Baltico: un nuovo rift nel rapporto euro-atlantico?

Gli Stati Uniti non sembrano gradire il progetto Nord Stream 2: per Washington infatti il raddoppio del gasdotto russo-tedesco che corre sotto le acque del Baltico va contrastato tanto da scriverlo nero su bianco in una legge del Congresso approvata il 2 agosto 2017. La linea politica della Casa Bianca sembra dunque ricalcare i contenuti di un famoso (e disincantato) discorso di George Friedman tenuto al Chicago Council nel 2015 ove il fondatore di “Stratfor” illustrava la necessità storica per gli Stati Uniti di evitare che tra Germania e Russia si crei un asse (troppo) strategico. Trump rispolvera così un vecchio adagio della geopolitica statunitense già adottato da Reagan negli anni Ottanta del secolo scorso contro l’URSS, dimostrando altresì come la partita energetica nella propaggine occidentale del continente eurasiatico vada al di là dei meri schieramenti ideologici e quanto la narrativa sulla New Cold War sia (in tal guisa) verosimile.

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Il dilemma Ue tra dazi (americani) o gas (russo)
Il 15 maggio scorso Gazprom ha comunicato l’avvio dei lavori preparatori per la costruzione del tratto tedesco (baia di Greifswald) del gasdotto offshore Nord Stream 2. Come il suo gemello Nord Stream, la nuova pipeline correrà sotto le acque del Mar Baltico rifornendo l’Europa occidentale di gas proveniente dal cuore della Federazione Russa. La sua capacità di trasporto stimata è di 55 mld di metri cubi all’anno. Il consorzio – con sede a Zurigo – oltre che dai russi di Gazprom è finanziato anche dai francesi di Engie, dall’austriaca OMV, dalla anglo-olandese Royal Dutch Shell e dai gruppi tedeschi Wintershall e Uniper. Secondo il “Wall Street Journal” (WSJ) del 17 maggio scorso – in un articolo di Boris Pancevski dove si citavano fonti ufficiose anonime europee (tedesche) e statunitensi – il presidente Donald Trump avrebbe chiaramente manifestato la contrarietà della sua Amministrazione al Nord Stream 2 durante un incontro avuto ad aprile con il Bundeskanzlerin Angela Merkel, rivelando altresì che, in caso di rinuncia da parte del governo tedesco, Washington sarebbe disposta ad annullare i dazi annunciati su alcuni prodotti siderurgici (acciaio e alluminio) dell’Ue. La notizia giunge in un momento che sembra apparire delicato per le relazioni euro-atlantiche perché si somma al già annunciato ritiro, l’8 maggio scorso, degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, mossa che pare avere creato un solco nel partenariato strategico tra Stati Uniti ed alleati europei (Regno Unito compreso). Tuttavia, la posizione di Trump circa il Nord Stream 2, se confermata, non giunge come fulmine a ciel sereno.

Una legge ad hoc
Ben prima delle indiscrezioni del WSJ, il Congresso degli Stati Uniti, il 2 agosto 2017, aveva licenziato la Public Law 115-44 intitolata Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (lett. “contrastare gli avversari dell’America attraverso [la] legge sulle sanzioni”). Nella parte denominata Countering Russian Influence in Europa and Eurasia (“contrastare l’influenza russa in Europa e in Eurasia”), alla sezione 257 (punto 9), si dichiara espressamente che la politica estera degli Stati Uniti debba consistere anche nel continuare ad opporsi al gasdotto Nord Stream 2 in considerazione del suo impatto negativo sulla stabilità energetica dell’Ue e sullo sviluppo del mercato del gas in Europa centro-orientale (Ucraina). Nel testo si affermava inoltre (punto 10) che la priorità per Washington dovrebbe essere quella di favorire l’esportazione di risorse energetiche nazionali al fine di creare occupazione negli Stati Uniti, aiutare gli alleati e i partner, infine rafforzare la politica estera statunitense. Va inoltre ricordato che il Congresso di Washington il 18 dicembre 2015 aveva già votato una provvedimento (Consolidated Appropriations Act, 2016) per rimuovere antichi ostacoli legislativi riguardanti l’esportazione di prodotti del settore energetico. Secondo la narrativa statunitense la decisione presa nel 2015 rispondeva all’esigenza di tradurre in termini commerciali il dato secondo cui nel 2013 negli Stati Uniti, per la prima volta in due decenni, la quantità di greggio (crude oil) estratta avrebbe superato quello importato. A ciò si aggiunga che nel 2015 la quantità complessiva di gas e petrolio (complice anche la shale revolution) estratti dagli Stati Uniti avrebbe superato quelle di Russia e Arabia Saudita insieme, facendo di Washington il maggior produttore mondiale, spingendo così Washington ad inserirsi nel novero dei principali esportatori nel mercato energetico mondiale. La regione baltica, del resto, costituisce un’area strategicamente rilevante per gli Stati Uniti in quanto rappresenta l’eastern flank (a ridosso della Russia) della NATO. Non casualmente, il 21 agosto 2017 la Lituania ha ricevuto la prima fornitura di gas naturale liquefatto proveniente via nave dal Texas. In merito a questa circostanza la presidente della Lituania, Dalia Grybauskaitė, ha scritto che: “l’import di gas statunitense in Lituania e in altri Paesi europei rappresenta un cambio di campo nel mercato del gas europeo” [fonte: Agnia Grigas per “Foreign Affairs”] perché può costituire un’opportunità per l’Europa di porre fine alla sua dipendenza dal gas russo offrendo forniture sicure, competitive e diversificate. In vero, la Lituania non è stato il primo Paese europeo ad ottenere forniture di gas da oltre Atlantico né il primo nella regione baltica: nel giugno dello stesso anno era stata la Polonia ad avere ricevuto un carico dagli Stati Uniti, mentre prima era già toccato a Portogallo, Spagna e Regno Unito.

Il monito di Friedman e la prima volta di Reagan
Secondo il WSJ anche la Germania starebbe vagliando l’offerta statunitense di sostituirsi, o almeno affiancarsi, alle tradizionali forniture russe. Una fonte ufficiosa tedesca citata anonimamente dal WSJ avrebbe infatti mostrato aperture verso tale ipotesi, rilevando come la questione sia soprattutto rappresentata dalla quantità di gas che gli Stati Uniti sarebbero in grado di fornire e a quale prezzo. Al di là di ciò che filtra dalla stampa statunitense va considerato un episodio che appare connesso alla strategia energetica di Washington nei riguardi dell’Europa. In un famoso discorso al Chicago Council on Global Affairs tenuto nel 2015 e intitolato Europe destined for conflict? il fondatore del think-tank americano “Stratfor”, George Friedman, aveva sottolineato come nel corso dei decenni l’interesse primario della geopolitica statunitense sia stato quella di impedire che tra Germania e Russia si formasse un blocco economico – a suo dire – capace di rappresentare una minaccia significativa per gli interessi di Washington e quindi per il suo ruolo egemonico nella propaggine estremo-occidentale dell’Eurasia. La mossa di Trump e le decisioni del Congresso vanno dunque in questa direzione? Solo gli sviluppi futuri potranno fornire una risposta esauriente. Per il momento appare utile ricordare un precedente che risale all’ultima fase della Guerra Fredda. Si tratta dello scontro politico che nei primi anni Ottanta del secolo scorso vide opposti il presidente Ronald Reagan e gli alleati europeo-occidentali circa la nuova pipeline che i sovietici avevano cominciato a costruire per trasportare gas naturale dai nuovi giacimenti siberiani di Orengoy fino ai Paesi europei d’oltrecortina, in particolare la Germania occidentale. Secondo Reagan quel progetto violava le sanzioni imposte dagli Stati Uniti al regime sovietico perché consentivano a Mosca di usufruire di tecnologia occidentale. In secondo luogo Reagan eccepì il timore che gli introiti derivanti dai contratti siglati tra Mosca e i Paesi dell’Europa occidentale potessero rifornire di valuta pregiata la stagnante economia sovietica, contribuendo in tal modo a violare, ovvero aggirare ulteriormente il regime sanzionatorio imposto unilateralmente da Washington nei confronti di Mosca sin dai primi anni della Guerra Fredda. Un rapporto della CIA datato 27 marzo 1983 e intitolato Soviet Gas Pipeline riassumeva così la questione: “President Reagan recently fought a bitter battle with the European allies over the new gas pipeline the Soviets are building to Europe. The Europeans wanted the Soviet gas. Reagan didn’t want them to have it”. Nella Germania ovest venne anche imbastita una campagna di sensibilizzazione sulla scorta di presunte accuse – definite bugie dai sovietici – circa l’uso di prigionieri detenuti nei gulag gestiti dal KGB per la costruzione del tratto sovietico del gasdotto. Fu persino evocato lo spettro del nazismo quando un importante attivista dei diritti civili in Germania occidentale domandò chi – tra i leader politici occidentali – sarebbe stato il prossimo Albert Speer. Si trattava – in sostanza – della formula retorica nota come reductio ad Hitlerum, oggi utilizzata da più parti in occidente (Hillary Clinton, Wolfgang Schäuble, Boris Johnson) nei confronti del presidente russo Vladimir Putin.

Una costante storica
Che le questioni energetiche siano strettamente connesse con gli aspetti geopolitici, rappresentandone alcune delle principali costanti geo-economiche, lo rivela un ulteriore precedente, per certi versi, assai significativo rappresentato dai contenuti delle serie finanziarie ed economiche degli “Studi sugli interessi americani nella guerra e nella pace” redatti dal Council on Foreign Relations (CFR) tra il 1940 e il 1941. Nelle conclusioni del 10 febbraio 1941 – ovvero quando la Germania era ancora amica dell’URSS – si affermava: “The striking point of these comparisons (and additional studies that have been made) is that the United States […] should it wish to preserve for itself a trading area that would yield for it a trade position equal to or even better than the trader position of a German-dominated Europe, requires practically all the non-German world as the area within which it must function. In fact, the degree of self-sufficiency for the non-German world as a whole is slightly in excess of 80 per cent as compared with a degree of self-sufficiency for the German-dominated area of 75 per cent. Were the area of Japan and China subtracted from the non-German world and […] Russia to be included within the German world, the two areas would probably be about equally matched in trade position. On two accounts, however, the German area would still be superior”.

Questa analisi retrospettiva ci suggerisce in che misura la priorità (che per Washington risale come visto alla stagione del “patto Ribbentrop-Molotov”) di prevenire la fusione di un solido asse geopolitico e geo-economico russo-tedesco sia profondamente radicata nel pensiero strategico statunitense, allora come oggi praticamente senza soluzione di continuità.

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