Gli scontri al confine tra Colombia e Venezuela: nuove FARC, vecchi problemi

L’accordo di pace tra governo colombiano e FARC-EP del 2016 non ha posto fine alla lotta armata. Il conflitto scoppiato lo scorso marzo nello Stato venezuelano di Apure ha nuovamente infiammato una frontiera storicamente molto calda. Le azioni dei dissidenti hanno messo a nudo le difficoltà dell’impreparato esercito bolivariano, mentre migliaia di persone sono state costrette a emigrare in Colombia. Maduro trova sostegno da Mosca e accusa Bogotà, gli Stati Uniti – per il momento – vigilano.

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La guerriglia colombiana dal 2016 ad oggi

Per capire le motivazioni che stanno alla base del conflitto scoppiato al confine tra Colombia e Venezuela, è essenziale innanzitutto fare chiarezza su quali siano i soggetti coinvolti. La frontiera tra Colombia e Venezuela, lunga circa 2200 chilometri, è da sempre un luogo in cui operano organizzazioni criminali e di guerriglieri, che si inseriscono in aree rurali in cui il potere dello Stato centrale risulta debole, se non addirittura assente. In particolar modo, in questa porzione di Sud America entrano in gioco non solo attori statali come la FANB (Fuerza Armada Nacional Bolivariana), ma anche gruppi di guerriglieri quali le FARC e l’ELN, nonché formazioni paramilitari come la Autodefensas gaitanistas de Colombia. 

Le FARC-EP, acronimo di Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo, sono state un’organizzazione di guerriglieri che per anni hanno portato avanti atti di violenza all’interno dei confini colombiani. Le FARC, di stampo marxista-leninista, sono nate nel 1964 in risposta all’Operación Marquetalia, un’iniziativa del governo colombiano, supportato da quello statunitense, che aveva l’obiettivo di porre fine a un’esperienza di autogestione contadina in territori in cui lo Stato colombiano non riusciva ad esercitare un controllo capillare. L’attività di guerriglia delle FARC si è protratta per oltre 50 anni, portando la Colombia a fronteggiare una delle guerre interne più violente del mondo occidentale. Il conflitto fu formalmente chiuso nel 2016, quando l’ex presidente Juan Santos riuscì a raggiungere un accordo di pace con i guerriglieri delle FARC, ottenendo lo scioglimento dell’organizzazione in cambio di una consistente riforma agraria, dell’inclusione politica e sociale degli ex guerriglieri e dell’amnistia per i crimini commessi.

Ed è proprio l’accordo di pace del 2016 a rappresentare la chiave di volta per comprendere gli avvenimenti odierni al confine tra Colombia e Venezuela. La situazione che si è venuta a creare in seguito a tale accordo ha del paradossale: se da un lato ha effettivamente contribuito alla smilitarizzazione ufficiale delle FARC, dall’altro ha scatenato la proliferazione di attori armati, le cosiddette dissidenze delle FARC, che hanno rigettato qualsiasi compromesso con lo Stato colombiano. Tra questi troviamo le due principali dissidenze coinvolte negli scontri sviluppatisi nelle ultime settimane: quella controllata da Miguel Botache Santillana, alias Gentil Duarte, e quella denominata Segunda Marquetalia, un gruppo formatosi nel 2019 con a capo Iván Márquez e Jesús Santrich, ovvero coloro che hanno “tradito” il processo di pace al quale pure avevano partecipato, accusando il governo colombiano di non aver onorato gli accordi. Le due fazioni di dissidenti sono in continua lotta fra di loro, dal momento in cui Iván Márquez e Jesús Santrich si sono rifiutati di riconoscere la leadership di Gentil Duarte, che controlla in maniera stabile parte del territorio oggetto dei recenti scontri (v. mappa).

I rapporti tra Venezuela e i gruppi guerriglieri colombiani

Il secondo elemento di analisi riguarda l’ambigua posizione di Caracas nei confronti delle organizzazioni che storicamente hanno caratterizzato la guerriglia colombiana. Se è vero che durante il lunghissimo conflitto armato colombiano il territorio venezuelano è sempre stato un appoggio di fondamentale importanza per le operazioni di gruppi quali FARC-EP, ELN e EPL, è altrettanto certo che l’approccio dei governi di Caracas nei confronti di tali sigle non è sempre stato omogeneo. A tal proposito, è possibile identificare due fasi nei rapporti Venezuela-guerrilleros, aventi come spartiacque il 1999, anno dell’arrivo di Hugo Chávez a palazzo Miraflores. Per tutto il periodo pre-chavista, la posizione venezuelana è rimasta per lo più costante nell’affermare la necessità di negoziare una soluzione al conflitto armato. Addirittura, tra il 1989 e il 1993 – durante il secondo governo di Carlos Andrés Pérez – Caracas era riuscita a far impegnare pubblicamente i rappresentanti dei gruppi terroristici a non compiere atti violenti contro la popolazione venezuelana, anche al di fuori del territorio statale. Tuttavia, l’acuirsi del conflitto con il governo colombiano, unito alla necessità di ottenere nuove fonti di finanziamento derivanti principalmente dal traffico di droga e di armi, fecero ben presto decadere la promessa dei guerriglieri che, di contro, intrapresero nuove azioni terroristiche. Fu proprio in occasione del “Massacro di Cararabo” del 1995 – nel quale persero la vita sette fanti della marina – che il governo venezuelano decise di rafforzare la propria presenza militare al confine, sospendendo momentaneamente il dialogo con tali organizzazioni. 

Dopo l’elezione di Chávez, le cose cambiarono radicalmente. In particolare, nel 2002 la decisione del presidente colombiano Andrés Pastrana di riprendersi manu militari la zona demilitarizzata del Caguán – che aveva concesso nel 1998 alle FARC-EP per cercare di facilitare il processo di pace – e l’inasprimento della pressione nei confronti del terrorismo voluta dal successore di Pastrana, Álvaro Uribe, fecero si che il Venezuela acquisisse sempre maggiore importanza per i gruppi armati. Durante la presidenza Chávez sono state numerose le segnalazioni di presunti legami tra i leader della guerriglia e i rappresentanti del governo venezuelano. Inoltre, in quella fase, molti alti funzionari delle forze di sicurezza venezuelane vennero colpiti dalle sanzioni previste dal “Kingpin Act” del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti per la loro presunta assistenza alle FARC-EP. Tra questi figuravano anche due esponenti di spicco dell’intelligence: Henry Rangel Silva – che ricoprirà successivamente la carica di ministro della difesa – e Hugo Carvajal; entrambi aggiunti alla lista dei sorvegliati speciali nel 2008. Chávez considerava le FARC-EP non solo come un alleato ideologico, ma anche come un partner strategico per allargare l’influenza venezuelana nella regione ai danni degli Stati Uniti. Negli ultimi anni della presidenza Chávez si segnalava la presenza di oltre 1500 guerriglieri delle FARC-EP, divisi in 28 accampamenti, tra gli Stati venezuelani di Apure e Zulia

Anche dopo la morte di Chávez nel 2013, la relazione tra il governo di Caracas e i gruppi terroristici continua a presentare molti lati oscuri. L’attuale presidente Maduro, sebbene abbia ricoperto un ruolo rilevante nel processo che nel 2016 ha portato alla firma dell’Accordo di pace tra il governo colombiano e le FARC-EP, è stato accusato da molti di fornire protezione e finanziamenti alle fazioni che non hanno accettato di deporre le armi, o che hanno deciso di tornare a impugnarle tre anni dopo. Lo stesso Maduro, nel 2019, ha dichiarato che Iván Márquez e Jesús Santrich – capi del gruppo dissidente Segunda Marquetalia – sarebbero stati «bienvenidos a Venezuela» in quanto «líderes de paz». Ad ogni modo, le recenti vicende ci dimostrano che il governo venezuelano è ben lungi dal controllare stabilmente la miriade di fazioni dissidenti. 

La situazione in Apure 

Dopo mesi di tensione, lo scorso 21 marzo un gruppo di dissidenti delle FARC ha attaccato un battaglione della FANB nella località di La Victoria, nello Stato venezuelano di Apure. Gli scontri hanno provocato l’immediata mobilitazione dell’esercito bolivariano, che ha in poco tempo militarizzato il vicino aeroporto di Guasdualito. Successivamente, tramite l’invio di aerei Hongdu K-8W Karakorum di fabbricazione cinese, l’Aviación Militar Nacional Bolivariana ha bombardato l’accampamento della dissidenza del Frente 10 Martin Villa, affiliata a quella guidata da Gentil Duarte. L’escalation ha obbligato oltre cinquemila residenti della zona a fuggire nella vicina città di Arauquita in territorio colombiano, dove sono stati temporaneamente ospitati in diciannove rifugi di emergenza. In un comunicato del 25 marzo, il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino López ha accusato il governo colombiano di fornire sostegno – con la complicità statunitense – alle bande criminali che operano in Apure, favorendo al contempo le loro attività illecite quali traffico di droga, estorsione e rapimento di esseri umani. Inoltre, sempre secondo López, i guerriglieri avrebbero diffuso tramite piattaforme social notizie false, al solo scopo di mobilitare i civili e usarli come «scudo umano». 

A seguito delle disastrose conseguenze per la popolazione locale, venticinque ONG regionali  hanno sollecitato la comunità internazionale, chiedendo il ripristino dei diritti civili violati e l’avvio di un’indagine volta ad accertare le violazioni commesse. In aggiunta, le organizzazioni umanitarie hanno preso posizione contro la momentanea detenzione arbitraria di due giornalisti di NTN24 e di due membri della ONG FundaRedes da parte delle forze armate venezuelane. Anche il presidente ad interim Juan Guaidó ha condannato la vicenda, esprimendo preoccupazione per le numerose violazioni di diritti umani perpetrate dalle FANB nell’area. Tuttavia, tali denunce non sono servite ad arrestare l’azione dell’esercito venezuelano, che il 5 aprile ha annunciato la creazione dell’unità militare speciale “Zona di Difesa Operativa Integrata” (ZODI) nell’area di confine. Mentre due giorni dopo un ulteriore contingente di “azione rapida” è stato inviato in Apure da Caracas. A supporto  di queste decisioni sono arrivate le parole del vicepresidente del Partido Socialista Unido de Venezuela, Diosdado Cabello, il quale ha accusato Bogotà di voler favorire un possibile intervento statunitense, minacciando che in caso di un eventuale conflitto tra Washington e Caracas, questo avrebbe luogo in territorio colombiano. Le parole di Cabello hanno fatto seguito a quelle del ministro degli esteri Jorge Arreaza, che aveva etichettato la Colombia come «narcoestado» e «estado fallido», inasprendo ulteriormente le tensioni tra i due governi, che già dal 2019 hanno interrotto le relazioni diplomatiche

In questo contesto, la posizione delle varie dissidenze è stata espressa chiaramente. Il 13 aprile è stato rilasciato un video nel quale il comandandante della dissidenza Segunda Marquetalia,  Iván Márquez – insieme a Jhon 40 e El Paisa – dichiarava che le forze militari dei paesi limitrofi non sono obiettivo degli attacchi del gruppo, in quanto la loro lotta armata è rivolta contro il governo colombiano. Di contro, il 17 aprile è stata diffusa la risposta di Gentil Duarte, che ha individuato in Segunda Marquetalia il responsabile degli attacchi che dal 21 marzo affliggono la zona di confine tra Colombia e Venezuela. Secondo il leader del Primer Frente, Segunda Marquetalia starebbe «finanziando ufficiali del governo venezuelano per fare il “lavoro sporco”, al solo scopo di tutelare i loro interessi». 

Nel frattempo, gli scontri in Apure proseguono: dopo un mese di conflitto, il bilancio fa registrare la morte di 11 militari venezuelani, di un capo delle FARC e l’esecuzione di 5 civili per mano delle Fuerzas de Acciones Especiales (FAES). Oltre all’elevato numero di sfollati precedentemente riportato, si segnalano decine di feriti e arresti da parte dell’esercito bolivariano, molti dei quali arbitrari. A seguito delle importanti perdite causate dalle mine antiuomo, negli ultimi giorni Padrino López ha dichiarato che Caracas avrebbe sviluppato un prototipo per sminare l’area, che sarà presto dato in dotazione alle forze armate venezuelane. 

Non solo FARC e FANB: il ruolo di Russia e Stati Uniti

La situazione in Apure permette diverse considerazioni. In primo luogo, occorre sottolineare la debolezza che il governo di Maduro ha lasciato trasparire: la Fuerza Armada Nacional Bolivariana ha dimostrato di non essere in grado di imporsi in una guerra contro piccoli gruppi di milizie irregolari. L’esercito venezuelano ha fatto registrare una serie di incidenti dovuti all’utilizzo improprio delle armi, elemento che suggerisce una scarsa preparazione dei soldati inviati alla frontiera. Inoltre, Bernal Martínez, comandante generale della Milizia Nazionale Bolivariana, ha affermato che a breve saranno inviati mille miliziani nello stato di Apure: ufficialmente per supportare la popolazione locale e per questioni umanitarie, ma rimangono molti dubbi sul reale impiego dei soldati. Nata nel 2004 come linea di difesa “civile” del chavismo, la Milizia Bolivariana è stata ufficialmente promossa a “componente speciale” delle forze armate nel 2020; sarebbero fino a 3,7 milioni – stando a Maduro – i miliziani «preparados para todas las batallas» presenti in territorio venezuelano. Secondo diversi analisti, l’invio di queste truppe sarebbe dovuto a un cambio di strategia da parte di Caracas, dopo che in una prima fase non sono stati raggiunti i risultati sperati. I miliziani potrebbero quindi svolgere attività di spionaggio, ma anche di addestramento dei residenti del luogo, in linea con quanto stabilito dall’articolo 75 della Ley Constitucional de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana

Le difficoltà intrinseche dell’esercito venezuelano non si scoprono certo ora, ma la situazione in Apure ha messo definitivamente in luce la scellerata gestione del chavismo dell’ultimo ventennio. Ai vertici militari sono stati assegnati svariati compiti e conferite innumerevoli cariche, nei settori più diversi. Questa pervasività degli apparati militari nei gangli vitali dello Stato ha fatto però perdere di vista il loro principale obiettivo: saper affrontare un conflitto armato. Per quanto importante, questa non è l’unica ragione delle difficoltà incontrate da Caracas in Apure: la disastrosa situazione economica che sta vivendo il Venezuela ormai da diversi anni ha compromesso anche la qualità delle forniture militari di cui dispone il paese. Oltre a ciò, il regime di Maduro si trova in una condizione di isolamento nella regione sempre più evidente, come dimostra il respingimento della lettera che il governo chavista ha inviato all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), nella quale si chiedeva l’avvio di un’indagine internazionale sulla violenza colombiana contro il Venezuela. 


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Caracas sembra poter contare però su un alleato geograficamente lontano, ma che da tempo manifesta la propria presenza nello Stato di Bolívar: la Russia. La cooperazione militare tra Mosca e il Venezuela è nota da tempo, negli ultimi 18 anni sono stati oltre 300 gli accordi firmati dalle parti in questo campo. Il governo di Maduro dispone di almeno 20 unità operative del cacciabombardiere russo Sukhoi Su-30, armi antiaeree e radar a tecnologia russa. In totale, la partnership militare tra i due paesi ammonta a circa 11 miliardi di dollari. Resta da chiarire poi il ruolo di alcuni soldati apparsi nelle zone del conflitto con armamenti differenti rispetto a quelli dati in dotazione alla FANB, elemento che farebbe sospettare il coinvolgimento diretto di miliziani russi. Sempre per quanto riguarda le attività di Mosca nell’area, lo scorso 19 aprile è stato segnalato nello spazio aereo colombiano un Illyushin II-96-400VPU, in dotazione alle forze di sicurezza russe. Il velivolo – partito da Mosca e diretto in Nicaragua – avrebbe variato arbitrariamente di circa 250 km la rotta abituale, entrando nello spazio aereo colombiano. L’aereo ha sorvolato la zona di Barranquilla – base delle forze armate – e Cartagena, principale base navale del paese. Secondo alcuni esperti, l’azione russa mirava ad aggiornare le informazioni sulle apparecchiature radar e altri sistemi elettronici di cui dispone Bogotà, unico partner NATO nell’area. La risposta della Colombia non si è fatta attendere: infatti, sono stati fatti decollare in via precauzionale due caccia multiruolo IAI Kfir C10 della Fuerza Aérea Colombiana. L’incursione dell’aereo russo è avvenuta meno di una settimana dopo quella effettuata dal Boeing RC-135W “Rivet Joint” statunitense; il velivolo, dotato di sensori speciali, ha sorvolato le zone del conflitto cercando di intercettare le comunicazioni tra l’esercito di Maduro e i gruppi irregolari. 
Il 23 aprile è stato registrato un nuovo bombardamento della FANB nelle zone vicine a La Victoria. Questa notizia giunge dopo diversi giorni di sostanziale tregua, nei quali i dissidenti contrapposti all’esercito venezuelano avevano chiesto di aprire un tavolo di negoziazione per raggiungere un accordo, denunciando al contempo le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze armate bolivariane. Permane quindi una situazione di forte instabilità: ulteriori gruppi di miliziani irregolari vengono mobilitati verso l’Alto Apure; Caracas continua a fare proclami di esercitazioni e invia materiale bellico per «difendere la patria»; mentre il governo colombiano ha recentemente svolto dimostrazioni militari nei pressi del confine nord con il Venezuela. Sullo sfondo restano Russia e Stati Uniti: Mosca – il cui ruolo in Apure resta da verificare fino in fondo – rappresenta ormai l’ancora di salvezza di Maduro, mentre Washington – per il momento – vigila dall’alto.