Gli scenari possibili in Siria: i curdi gli unici sconfitti

Il 9 ottobre, dopo diverse dichiarazioni di Trump sul ritiro dei soldati americani presenti nel nord-est della Siria, che vanno ad iscriversi all’interno della conclamata strategia di disimpegno statunitense dal Medio Oriente, Erdogan ha annunciato l’inizio dell’operazione militare “Primavera di Pace”.

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L’operazione, iniziata con bombardamenti e colpi di artiglieria dal confine su installazioni militari curde, si è poi sviluppata con l’avanzata delle forze turche, coadiuvata dall’appoggio di milizie arabe riunite intorno alla sigla e i simboli del Free Syrian Army, ma composta per lo più da brigate semi autonome di combattenti riciclati in seguito alla debacle delle varie milizie jihadiste dal 2015 in poi.
Sono molti gli osservatori che pongono l’attenzione sulla natura delle suddette forze arabe sostenute dalla Turchia, per diversi motivi: prima di tutto, per il ritorno di figure di combattenti e sigle che erano scomparsi dallo scenario siriano; secondo, a causa delle prime efferate azioni di queste forze nei confronti di prigionieri curdi; ultimo, per la possibile congiuntura della zona controllata dalla milizie sostenute dalla Turchia con la sacca controllata dai jihadisti a nord di Idlib, che potrebbe fornire nuova linfa alla galassia salafita presente nel paese.

Gli obiettivi
L’obiettivo dell’offensiva militare, che ha già causato (numeri del Ministero della Difesa turco) oltre 600 morti (“neutralizzati”) tra i combattenti curdi, è duplice:
1) Creare una zona cuscinetto, una safe zone di oltre 30 km a sud della frontiera turco-siriana, controllata da Ankara o da milizie e lei vicine, completamente libera dalle forze curde dell’YPG, e che fornisca un forte deterrente alla costituzione di uno stato curdo, quest’ultima preoccupazione vitale per la Turchia;
2) Fornire un territorio nel quale riportare una parte dei circa 3.6 milioni di profughi siriani presenti in Turchia, rispondendo da una parte a un’esigenza interna, visto l’alto onere per l’accoglienza e il progressivo risentimento da parte dei cittadini turchi, dall’altra aumentare la “quota araba” della popolazione nel nord-est siriano, “diluendo” la quota curda e rendendo più difficile lo stabilizzarsi di un eventuale governo curdo.

L’accordo curdo-siriano
Data l’assenza della copertura aerea statunitense, e del mancato supporto della comunità internazionale, l’esercito curdo ha perso terreno molto rapidamente, sopraffatto dall’iniziale attacco aereo dei turchi e dalla conseguente avanzata di terra. Questo ha convinto gli alti militari delle milizie curde a stringere un accordo, in realtà già in discussione da parecchi mesi, con l’esercito siriano: un accordo che, nonostante una divergenza di interessi sulla visione di lungo termine sul futuro assetto istituzionale della Siria, per i curdi è essenziali in funzione anti-turca. Accordo che è stato mediato dalla Russia, che ha l’occasione, opinione pubblica interna permettendo, di rimanere l’unico player dotato di un certo peso nell’area, e agli Stati Uniti sembra andar bene così.

Lo scenario
Lo scenario che si delinea, quindi, considerati i diversi interessi nell’area e ponderati con le differenti capacità operative e decisionali degli attori in gioco, vede i russi unica potenza di rilievo nello scenario siriano: un unico attore game changer che garantirebbe all’esercito di Damasco di poter riconquistare i territori del nord-est, con la Turchia che in cambio di una zona cuscinetto sulla frontiera fornirebbe il via libera alla conquista di Idlib, ultima sacca di resistenza jihadista in Siria.
Anche se si analizzano gli eventi diplomatici estesi su un piano regionale lo scenario più probabile sembrerebbe questo: la Russia si è avvicinata molto, stringendo diversi accordi, con l’Arabia Saudita, data la preoccupazione del Regno nei confronti dell’azione turca e dell’utilizzo delle milizie legate alla galassia dei fratelli musulmani nel nord-est della Siria, colpite non a caso dall’aviazione russa nei pressi di Manbij.
Lo stesso Iran, che con la Russia ha evidenti interessi in comune su diverse aree del Medio Oriente, vede con favore l’avanzata dell’esercito siriano nel Rojava: da una parte viene garantita l’integrità della Siria e aumenta il peso di Assad, alleato storico, che vede la frontiera dell’instabilità allontanarsi sempre più da Damasco; dall’altra viene ridimensionato il ruolo dei curdi, che, sebbene vadano considerate le dovute differenze (politiche e militari), non bisogna dimenticare rappresentano una fonte di instabilità anche per l’Iran, data la presenza di una minoranza (meno organizzata rispetto a quella siriana) nell’ovest del paese.
I curdi siriani, al momento, sembrano gli unici veri sconfitti dall’eventuale scenario delineato: pagano la mancanza di alleanze di peso nell’area che possano condividere i loro interessi nel breve termine, e si ritrovano di conseguenza a dover subite le azioni decise dagli altri attori.
Anche gli Stati Uniti, nonostante la narrazione di questi giorni, raggiungono l’obiettivo prefissato dall’amministrazione Trump, che sembra la strategia di lungo termine del paese: il progressivo disimpegno dal Medio Oriente e il conseguente allontanamento da conflitti dai quali gli Stati Uniti non ricavano benefici tali da giustificare gli eventuali costi da sostenere. Inoltre, Trump ha l’occasione di punire tramite sanzioni economiche la Turchia, alleato infedele, che sta palesando sempre più lo spostamento verso est del proprio posizionamento internazionale, iniziato durante il conflitto siriano.

Capitolo Foreign Fighters
L’incognita principale per il futuro del conflitto è rappresentata dal ruolo dell’Isis e dei suoi miliziani prigionieri nei centri di detenzione curda. Sono circa 12.000, a cui si aggiungono i 70mila loro famigliari prigionieri dei curdi nel nord-est della Siria (tra i quali vanno considerati decine di migliaia di bambini e adolescenti indottrinati e addestrati) dislocati in diversi campi di prigionia. Alcuni di queste prigioni, come quella di  Qamishlo e quella di Hasakah, sono state colpite dall’offensiva turca, e testimonianze locali rivelano fughe dei miliziani. Questi due centri hanno all’interno alcuni dei miliziani considerati più pericolosi, come il francese Adrian Guihal, organizzatore della strage di Nizza, che fonti locali non confermate in Francia danno già in fuga. Sono 2200 i foreign fighters con passaporto europeo presenti nelle prigioni nel nord-est, e sono i combattenti che preoccupano l’Europa, a causa della porosità della frontiera turco-siriana e dell’instabile accordo con la Turchia. La maggior parte di questi hanno cittadinanza francese, belga, tedesca e britannica, cinque sono invece i nomi sotto osservazione dall’Italia. Tra questi, tre donne (le cosiddette “lady jihad”) Alice Brignoli, lucchese, Meriem Rehaily, padovana e SonyaKhediri, trevigiana. Tutte con figli e pentite di essersi arruolate, chiedono di poter rientrare in Italia.