Gli obiettivi di Davos 2020 e la riforma OMC contrappongono, ancora una volta, Washington al Vecchio Continente (e non solo)

Lo stallo dell’Appellate Body Wto ha tenuto banco anche durante le discussioni interne al World Economic Forum 2020, terminato lo scorso 24 gennaio. Lo ha confermato  il direttore generale Robert Azevêdo, mettendo in luce la congiunzione esistente tra futuro della economia mondiale e Wto. Il Forum dedicato quest’anno alla tematica “Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World” si è posto, infatti, l’obiettivo di ridisegnare il paradigma strutturale della global economic governance, invitando i partecipanti a farsi carico delle istanze provenienti da più parti della società civile e imprenditoriale. Istanze che si traducono in un’unica espressione: “ripensare il sistema economico internazionale”.

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Il WEF di Davos

Il Forum, come noto, sorto 50 anni fa come spazio di confronto e analisi delle principali questioni economiche europee, si è, nel corso del tempo, aperto a contingenze sempre più globali allargando la platea dei protagonisti: da attori esclusivamente economici e imprenditoriali, ha incominciato ad accogliere anche istituzioni finanziarie, leaders politici e Ong; tanto da poter vantare l’appellativo di “mondiale” e a partire dal 2015 venir riconosciuto come istituzione internazionale. Non a caso, negli ultimi anni, è divenuto il proscenio naturale in cui i principali attori geopolitici hanno delineato il quadro delle loro future politiche commerciali internazionali. Basti pensare all’aperta difesa del processo di globalizzazione, pronunciata da Xi Jinping, nel gennaio 2017, quale basilare presupposto per la realizzazione della Silk Road. Una iniziativa di costruzione di un nuovo spazio economico globale che avrebbe, poi, inasprito la risposta protezionistica trumpiana, già in atto. Una politica protezionistica perorata, appena l’anno dopo, nella stessa sede dal presidente Trump come unico strumento utilizzabile di fronte alle pratiche commerciali sleali cinesi.

Le aspettative di Davos 2020

Forti e inattese sono state le aspettative degli osservatori verso le proposte suscettibili di essere mosse dai partecipanti al Forum in materia di divario sociale, difesa dell’ambiente e ridefinizione della politica economica globale. Le esigenze di sostenibilità ambientale e divario sociale hanno trovato voce attraverso la partecipazione costante dell’attivista svedese Greta Thunberg e di varie Ong come l’Oxfam. Diversamente, il bisogno di ridisegnare le strutture portanti del sistema economico internazionale è stato manifestato dagli stessi attori geoeconomici ivi presenti. Sostenibilità e tutela dell’ambiente, protezione della biodiversità e eliminazione del debito, è stato affermato, passa solo attraverso la volontà di ristrutturare il fondamento ideologico della economia mondiale. Ovvero di ridefinire teleologicamente il liberismo economico.

Il sistema economico globale postmoderno

La ricostruzione postbellica ha generato lo scatto tra modernità e postmodernità del governo economico globale. Il sistema economico moderno, di matrice fisiocratica e classica, che aveva generato e sostenuto la rivoluzione industriale, giunge sino al secondo conflitto bellico mondiale tra altalenanti politiche liberiste e protezionistiche. Un sistema economico moderno strutturato secondo il paradigma reddito – risparmio – consumo, ovvero su tre segmenti tra loro complementari, reciprocamente necessari e non capaci di sopraffarsi a vicenda. Terminata la guerra, però, manifesto della “ New Global Economic governance” in costruzione diviene il noto saggio “Capitalismo e libertà” dell’economista Milton Friedman. Vi si delinea la liberalizzazione dei flussi finanziari, dei beni finali e intermedi, della forza-lavoro, dei servizi al fine di  fare del mondo un “mercato senza confini”. Un modello economico divenuto egemonico, dopo il crollo dell’Urss, e che per la sua massima espansione ha sfruttato, da un lato, l’ azione delle organizzazioni internazionali (FMI, BM e OMC) e, dall’ altro, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologico-informatica. E che ha accelerato la competizione internazionale alla ricerca di nuovi mezzi per il raggiungimento di una crescita illimitata e inarrestabile. Produzione di massa e consumo, finanziariamente sostenuti, hanno costituito i principali fattori del sistema economico postmoderno organizzato secondo il paradigma: finanziamento – consumo – debito. Il finanziamento, primo termine del paradigma, regge ogni operazione di messa in produzione, commercializzazione e consumo di beni e servizi. Il piano finanziario ha proceduto progressivamente nello sforzo di prevale e sopraffare gli altri piani dell’economia: così, la persona, lavoratore o consumatore (Stakeholder), è stato inteso come uno degli strumenti e non il fine dell’attività di impresa. E remunerare, in maniera crescente, gli investitori (shareholder) è divenuto l’unico obiettivo delle attività produttive e commerciali.

Ridisegnare il paradigma

Davos 2020 si è posto il compito di individuare soluzioni multilaterali alla necessità di ridisegnare i connotati di tale paradigma,  in funzione di sostenibilità finanziaria e ambientale. Un sistema economico che miri alla pura accumulazione finanziaria e’ un sistema sbilanciato in cui le esigenze produttivistiche e utilitaristiche soffocano le esigenze personalistiche, sociali e ambientali. Occorre, perciò, dare un nuovo orizzonte al neoliberismo e quell’orizzonte è la persona umana, nelle sue sfaccettature di lavoratore, consumatore, cliente e cittadino. E di questo deve farsi carico ogni soggetto economico mondiale. Solo ciò potrebbe rendere maggiormente sostenibile l’economia, elidendo buona parte di quel debito, generato dalla rincorsa alla crescita ma, privo di qualsiasi aggancio a valori dell’economia reale. I primi segnali si sono avuti, in estate, negli Stati Uniti ove ben 181 amministratori delegati di colossi economici internazionali hanno firmato una dichiarazione di intenti per il futuro: “volgere il timone imprenditoriale dallo shareholder value allo stakeholder value”, ovvero dalla massimizzazione dei profitti azionari alla assunzione di responsabilità dei problemi della comunità in cui l’imprese operano: problemi che, il più delle volte, sorgono a seguito del loro operare. Una iniziativa che è stata preceduta dalla stipula del Fashion Pact, nello specifico settore della moda, tra i più importanti brand mondiali. Anche in questo caso, la responsabilità sociale dell’impresa ha costituito un indicatore di rotta in un settore che pregiudizialmente negava di poter vincolare la creatività alla sostenibilità. Iniziative che hanno trovato cassa di risonanza anche nella scelta del Financial Times di dedicare un intero numero (18/09/2019) ai grandi mali del capitalismo aprendo la prima pagina con un gigantesco titolo “Capitalism, time for reset!”.

Il meccanismo inceppato dell’OMC e la sua riforma

L’operare dell’OMC ha fortemente contribuito nella formazione del sistema economico postmoderno in termini di inclusività dei suoi protagonisti e di eliminazione delle barriere al commercio mondiale. Sennonché il meccanismo di agevolazione del mercato si è inceppato nel momento in cui le decisioni del suo Appellate Body hanno perseguito l’affermazione del liberoscambista a danno di interessi sociali o ambientali. Interessi, questi ultimi, che pure avrebbero dovuto trovare sede in un equo e ragionevole contemperamento operato all’interno dei singoli contenziosi. In questo modo, misure sanitarie, fitosanitarie, ambientali, di protezione degli animali o di tutela dei lavoratori hanno finito con l’essere considerate barriere commerciali nelle decisioni WTO (si vedano, tra gli altri, i casi WT/DS2; WT/DS21; WT/DS401 etc). Decisioni che hanno allontanato sempre più l’istituzione dal sentire dell’opinione pubblica mondiale. E che hanno fatto dell’OMC la paladina di una globalizzazione “senza anima” che esige una riforma. Una riforma oggetto di confronto a Davos, ove ha partecipato anche il DG Azevêdo su invito degli organizzatori. Ma la proposta di riforma per quanto unanimemente accolta dai partecipanti si è tradotta in una egoistica parcellizzazione delle possibili soluzioni.

USA VS UE/CINA

L’esigenza di ridisegno dell’economia globale, infatti, è stata intesa da Trump come l’occasione per riaffermare l’inevitabilità di soluzioni sovraniste e protezionistiche. Diversamente, l’UE e la delegazione cinese si sono fatti promotori di una possibile azione multilaterale, funzionalizzata a politiche di sviluppo sostenibile. Una sostenibilità ambientale e finanziaria più volte richiamata dalla presidente Ursula Van de Layen, la quale insieme ai delegati di ben 16 Paesi Membri WTO, a margine del Forum, hanno dato vita ad un meccanismo temporaneo di risoluzionedelle controversie commerciali internazionali. Una soluzione che ha visto la partecipazione anche della Cina ma non di Washington. Una risoluzione che ha reso evidente il ruolo geopolitico europeo nella gestione della crisi WTO, come si era auspicato sin dal primo momento.