Gli hearings di Amy Coney Barrett e la dottrina Originalista

Venerdì 16 ottobre si è conclusa la prima e unica settimana di hearings per l’elezione della candidata giudice alla Corte Suprema Amy Coney Barrett, a cui ormai manca solo il voto del Senato per essere ufficialmente nominata. Molti sono stati i temi affrontati, ma poche le risposte della Barrett, una giudice che crede nella separazione fra politica e potere giudiziario e applica alla legge la dottrina Originalista.

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Come sono andati gli hearings? 

In queste lunghe giornate, il Judiciary Committee, composto da dodici senatori repubblicani e dieci democratici, ha interrogato la giudice su svariati temi, ottenendo tuttavia poche risposte. Infatti, da quando nel 1987 la nomina del giudice Robert H. Bork (proposto da Reagan) fu rigettata in seguito alle opinioni controcorrente da lui espresse durante le udienze, è comune che i candidati rifiutino di esprimersi su temi controversi, e la giudice non ha fatto eccezione. Amy Coney Barrett, che ha più volte dichiarato che “le decisioni politiche non spettano alla Corte Suprema”,  durante le udienze si è detta impossibilitata a rispondere a domande sull’abortola causa del razzismo nell’America di oggila separazione dei minori al confine con il Messico e la loro detenzione in gabbie, e persino riguardo all’esistenza del cambiamento climatico, temi che lei ha definito “questioni controverse al centro di un acceso dibattito politico sulle quali non può esprimersi in quanto giudice”. La 48enne ha comunque negato di avere una agenda prestabilita, di voler abolire l’Obamacare e di aver avuto una conversazione con Trump o il suo staff riguardo alla sua posizione nel caso il Presidente decida di portare il risultato delle elezioni di novembre davanti alla corte, cosa che tycoon ha già varie volte affermato di voler fare. È molto probabile che la sua evasività terminerà una volta sedutasi fra i nove, rispettando le aspettative che Trump ha pubblicamente affermato di avere nei confronti della Corte Suprema. Tuttavia, è possibile che la sua convinzione sulla separazione fra politica e potere giudiziario, e fra potere giudiziario e religione, sia così radicata da rendere il suo futuro operato non più così scontato. 

I senatori repubblicani hanno passato gran parte delle udienze ad elogiare la giudice Barrett e il suo “mentore”, l’ex giudice della Corte Suprema ultraconservatore Antonin Scalia: il presidente del Judiciary Committee, il senatore repubblicano Lindsay Graham, che nel 2016 si era categoricamente opposto alla nomina del terzo giudice da parte di Obama con la frase “vi permetto di usare queste parole contro di me”, si è detto fiero che questa Amministrazione abbia nominato “una donna che è pro-vita senza vergognarsi e che abbraccia la sua fede senza scuse”, nonostante la Barrett abbia affermato che la sua fede non intralcerà minimamente il suo operato come giudice.

Venerdì, come conclusione di questa corsa all’elezione prima del voto di novembre, dopo uno scontro fra le due fazioni del Committee sulla legittimità del procedimento, il senatore Graham ha programmato il voto del Comitato sulla nomina per il 22 ottobre alle 13:00. Invece, il 26 ottobre, toccherà all’intero Senato; appena una settimana e un giorno prima del giorno delle elezioni.

La dottrina Originalista 

Durante gli hearings è stata spesso citata la dottrina Originalista, che la candidata applica da sempre nel suo lavoro. La giudice Barrett si è definita “originalista” durante il secondo giorno delle udienze, in quanto “interpreta la costituzione come legge, il suo testo così come è scritto e capisce che abbia il significato che aveva all’epoca in cui le persone l’hanno ratificata, ma anche che quel significato non cambia nel tempo e che non spetta a lei aggiornarlo o infondere in esso le sue opinioni politiche”.

Questa filosofia giuridica nasce negli Stati Uniti degli anni Ottanta e ha, fra i suoi massimi esponenti, il giudice Antonin Scalia, scomparso nel 2016. L’Originalismo vede la Costituzione come un documento non modificabile, stabile dal momento della promulgazione, e sostiene che il significato del suo contenuto può essere modificato solo attraverso i metodi descritti nell’Articolo Cinque, cioè attraverso gli emendamenti. La maggior parte degli originalisti fanno riferimento alla “teoria del significato originale” (contrapposta a quella dell’intento originale), per cui l’interpretazione della Costituzione dovrebbe essere basata su come le “persone ragionevoli” che vivevano al momento della sua adozione avrebbero compreso il significato del testo. È in contrasto con il concetto di “living constitutionalism”, che crede invece che che il significato della carta costituzionale cambi nel tempo, al mutare degli atteggiamenti sociali, anche senza l’adozione di un emendamento.

L’Originalismo è presentato come una dottrina che rende più difficile ad un giudice anteporre le proprie opinioni politiche all’imparzialità, come la giudice Barrett ci tiene a ribadire, ma è anche spesso criticata per il freno che pone alla ratifica di nuove leggi in campo sociale, in quanto interpreta fedelmente un testo di più di duecento anni fa: sotto la lente della dottrina originalista, il giudice Scalia si è sempre detto favorevole alla pena di morte, ha affermato che la sentenza sul diritto all’aborto nel caso Roe v. Wade era stata “decisa erroneamente” e, durante il suo periodo come giudice alla Corte Suprema, ha generalmente votato a sfavore di tutti i casi legati alla tutela delle minoranze, incluso lo storico caso Obergefell v. Hodges che ha legalizzato una volta per tutte i matrimoni fra persone dello stesso sesso. La dottrina originalista è inoltre spesso citata in favore del diritto dei cittadini a possedere un’arma. 

Nonostante sia assolutamente riduttivo definirlo come una semplice facciata che utilizzano i giudici conservatori per portare avanti la loro agenda politica, l’originalismo viene spesso criticato per la sola apparente possibilità che offre di un cambiamento sociale, poiché l’unica opzione messa sul tavolo è quella dell’emendare la Costituzione, relegando l’operato della Corte Suprema ad una pura applicazione della Costituzione ai casi che possono essere giudicati sotto la sua lente. L’iter per l’accettazione di un emendamento è molto lungo: può essere proposto dal Congresso con una maggioranza di 2/3 (con quorum) in ogni camera, oppure dalle legislature di 2/3 degli stati (riuniti nella cosiddetta Article V Convention). Se il primo voto passa, l’emendamento deve essere ratificato da 3/4 degli stati esistenti, prima di entrare a far parte della Costituzione. Questo procedimento, che richiede un ampio consenso, è giudicato dalla dottrina originalista più democratico ed in linea con la Costituzione rispetto al potere decisionale della Corte Suprema, nonostante la composizione federale del Senato – dove ogni stato, non importa quanto popolato, è rappresentato da due senatori –  faccia sì che trenta senatori repubblicani rappresentino la stessa quantità di popolazione delle due senatrici della California. 

Se, come molto probabile, la sua candidatura verrà approvata dal Senato il 26 ottobre, Amy Coney Barrett diventerà il terzo giudice nominato dal presidente Trump, insieme a Neil Gorsuch, anche lui originalista e colui che ha preso il posto del giudice Scalia nel 2017, e Brett Kavanaugh, portando la Corte a 6 giudici eletti da presidenti repubblicani contro 3 eletti da democratici. Nel caso in cui Biden dovesse vincere il 3 novembre, la maggioranza all’interno della Corte Suprema per i repubblicani sarebbe un risultato non da poco.

Ginevra Falciani,
Geopolitica.info