Gli enigmi di Mosca sul nucleare nordcoreano

Durante l’Ottavo Congresso del Partito, il leader nordcoreano Kim Jong-un ha posto l’accento sulle proprie intenzioni future. Tra queste vi sono lo sviluppo del programma nucleare e dei rapporti con la Federazione Russa, questioni che per giunta non sono scollegate tra loro. Spesso la posizione russa sul nucleare nordcoreano è stata vista come ambigua. Oggi, stretta nella morsa della competizione tra Stati Uniti e Cina, la Russia potrebbe avere un ruolo solo marginale nella questione.

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Il 5 gennaio 2021, Pyongyang. Kim Jong-un apre l’Ottavo Congresso del Partito con un discorso scenografico di nove ore. Tantissimi i temi affrontati: dal fallimento dell’ultimo piano quinquennale al nemico numero uno, fino ai piani per il futuro. Il presidente nordcoreano sembra deciso a continuare con lo sviluppo del proprio arsenale nucleare. Proprio qualche mese fa, durante le celebrazioni del 75esimo anniversario della fondazione del Partito dei Lavoratori, la Corea del Nord aveva svelato al mondo il proprio nuovo gioiellino nucleare, l’ICBM Hwasong-16. Nella wish list di Kim c’è anche la volontà di allacciare ancora più strette le cinture con due vicini fondamentali: Cina e Russia. Mentre sui giornali numerosi articoli sui rapporti tra Repubblica popolare cinese e Corea del Nord sono praticamente all’ordine del giorno, lo stesso non si può dire per la Russia.

Negli ultimi anni tra Russia e Corea del Nord non sono mancati episodi sia di amore che di odio. Da una parte, ad esempio, tra il 2019 e il 2020 alcune imbarcazioni da pesca sono state al centro di diverse dispute e risentimenti da entrambe le parti. D’altro canto, invece, la Corea del Nord ha appoggiato l’annessione della Crimea e, in tempi di pandemia, Mosca è stata una delle prime ad allungare la mano a Pyongyang con il proprio vaccino Sputnik V. La questione del nucleare nordcoreano sembra adesso intrecciarsi con un avvicinamento tra Corea del Nord e Federazione Russa. Come si posiziona la Russia nel processo di denuclearizzazione che sembra essere arrivato ad un momento di stallo?

Le posizioni di Mosca sul nucleare nordcoreano

Spesso l’orientamento russo nei confronti della questione nucleare nordcoreana è stato definito come ambiguo. Per capire le radici della posizione russa bisognerebbe fare non uno, ma ben due passi indietro. Il primo per capire quale è l’atteggiamento della Federazione Russa nei confronti della denuclearizzazione in generale. Il secondo invece dovrebbe toccare i rapporti storici e attuali che intercorrono tra i due Paesi. Solo unendo questi due punti la visuale diventa subito più nitida.

Già nel 1990 l’Unione Sovietica riconobbe la Repubblica di Corea, azione che portò la Corea del Nord, allora allineata con i sovietici, alla minaccia di sviluppare un proprio programma nucleare. L’inizio degli anni ’90 fu caratterizzato dalla svolta atlantista della nuova Russia, che la portò ad avvicinarsi sempre di più alla Corea del Sud soprattutto in materia economica. Tuttavia, l’atlantismo russo si rivelò solo una breve parabola con la crisi nei Balcani e l’allargamento ad est della NATO. Verso la fine degli anni ’90, dunque, i rapporti con il Nord ripresero a gonfie vele e il nuovo secolo si aprì con la visita di Putin a Pyongyang.

La svolta Putin portò alla firma di un trattato di amicizia e cooperazione tra i due Paesi. Tuttavia, nel 2003, con l’uscita dal Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) da parte della Corea del Nord, la Russia iniziò ad esprimere forte preoccupazione e colse l’occasione per entrare nelle Six-Party Talks. Nonostante la pressione, in realtà, la narrativa predominante nella Federazione puntava il dito contro gli Stati Uniti, rei di aver compiuto il primo passo falso nei confronti della Corea del Nord sotto Bush. L’uscita di Pyongyang dal NPT fu percepita dalla Russia come un colpo basso. Le ambizioni nucleari nordcoreane andavano infatti ad erodere lo status privilegiato della Russia e delle altre quattro potenze nucleari riconosciute dal NPT.

Con il nuovo Pivot to Asia dello scorso decennio, la Russia ha deciso di guardarsi ad Est. Compito non facile, ma a maggior ragione necessario soprattutto dopo il 2014 e il deterioramento delle relazioni con l’Occidente. Il Cremlino ha così stretto nuovamente i rapporti con la Corea del Nord ed è entrato in un gioco sempre più complesso, riponendo al centro del discorso la questione nucleare.

Ufficialmente la Russia si è sempre mostrata contraria allo status nucleare del vicino coreano. Questa presa di posizione è stata esplicitata soprattutto con il supporto alle sanzioni approvate in seno alle Nazioni Unite. Ancor di più questo si è visto con delle risoluzioni approvate a livello nazionale. Nel 2016, infatti, la Banca Centrale della Federazione Russa aveva imposto una serie di limitazioni per le società nordcoreane. Mosca è favorevole quindi al disarmo nucleare della Corea del Nord pur non sentendosi nel mirino di Pyongyang, o almeno non direttamente. Viste attraverso la lente di ingrandimento russa, le capacità nucleari nordcoreane ad oggi non rappresentano una minaccia nei confronti della propria sicurezza nazionale.

Nonostante ciò, data la sua estensione, la Russia da sempre si preoccupa di proteggere i propri confini naturali (e non). Non a caso, a Mosca ci si interroga sull’eventualità in cui l’ennesima crisi nella penisola coreana possa facilmente strabordare nell’Estremo Oriente russo e piano piano andare in metastasi su tutto il suolo della Federazione.

Dietro la versione ufficiale, la Russia però usa sia il bastone che la carota nei confronti del vicino nordcoreano. Infatti, nonostante l’adesione alle sanzioni internazionali, Mosca ha cercato di aggirarle in diverse situazioni, in primis fornendo approvvigionamenti energetici. Questo perché il Cremlino preferirebbe fare una distinzione tra le sanzioni a scopo effettivamente punitivo e quelle che invece mettono in pericolo la già precaria situazione economica ed umanitaria della Corea del Nord. Uno degli obiettivi russi nella questione coreana è proprio quello di preservare anche una sorta di stabilità economica nell’area. Basti pensare che la Russia negli ultimi anni ha praticamente cancellato il debito nordcoreano nei propri confronti.

Un’altra questione scottante riguarda invece lo status dei lavoratori migranti, colpiti duramente dalla Risoluzione 2375 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo la risoluzione, gli stati membri dell’ONU dovrebbero rimpatriare tutti i lavoratori migranti nordcoreani. A più di tre anni dall’adozione, Mosca non è riuscita, forse volutamente, a rimpatriarli, motivo per cui il Dipartimento del Tesoro statunitense ha voluto colpire delle aziende russe con ulteriori sanzioni. La Federazione Russa, soprattutto nelle proprie regioni orientali, soffre di una grave carenza di forza lavoro, che viene continuamente rimpolpata dai vicini asiatici. Le sanzioni, dunque, non solo vanno a colpire la Corea del Nord, ma indirettamente minano anche i piani di Mosca per rinvigorire il proprio Estremo Oriente.


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C’è ancora posto per la Russia in un ipotetico accordo sul nucleare nordcoreano?

A quasi venti anni dalla creazione delle Six-Party Talks, viene spontaneo chiedersi se effettivamente la Russia potrà avere una qualche rilevanza in un ipotetico accordo sul nucleare nordcoreano. Per rispondere al quesito, è necessario partire da un presupposto: il Cremlino è deciso a tutti i costi nel perseguire i propri obiettivi di non proliferazione e non vuole assolutamente sentirsi da meno rispetto ad altre potenze nella questione del disarmo. Inoltre, a detta delle élite russe, ancora oggi l’unica via contemplata per uscire da questo tunnel è quella diplomatica.

Sebbene sarebbe utile capire meglio quale sarà l’atteggiamento statunitensesotto la nuova Amministrazione Biden, secondo alcuni esperti le probabilità per la Russia di avere un peso specifico in questa faccenda potrebbero diminuire con il passare del tempo. Se prima del 2014 la Russia aveva ancora una chance di mediare tra Stati Uniti, Corea del Sud e Corea del Nord, questa sembra essere svanita insieme agli eventi in Ucraina e al deterioramento dei rapporti con l’Occidente. Inoltre, sebbene Pyongyang si fidi probabilmente più di Mosca che di Pechino, la Repubblica Popolare Cinese avrebbe più possibilità di mettere sotto pressione la Corea del Nord attraverso strumenti economici.

Se Washington e Pyongyang dovessero dimostrarsi più inclini al dialogo, probabilmente gli Stati Uniti cercherebbero l’appoggio dei propri partner nell’Asia-Pacifico, come Corea del Sud e Giappone, strizzando forse anche un occhio alla vicina Cina. La Russia, dunque, potrebbe uscire sconfitta da questa nuova partita e a quel punto sarebbe costretta ad affrontare un dilemma: continuare a perseguire una politica autonoma che potrebbe non dare i frutti sperati o appoggiare l’approccio cinese. Sebbene Putin sembri essere profondamente convinto della necessità di tornare al tavolo delle trattative, il ruolo che Mosca giocherà (o meno) in questo dipende non solo dalla sua posizione interna, ma soprattutto da quella dei diversi attori coinvolti.