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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaGli Emirati Arabi Uniti nel Corno d’Africa: lo Scramble...

Gli Emirati Arabi Uniti nel Corno d’Africa: lo Scramble for Somalia

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Una matrice di calcolo di lungo periodo plasma le azioni degli Emirati Arabi Uniti nel territorio africano. Le città marittime del Golfo vantano storici legami commerciali con il Corno d’Africa, prima ancora che gli Emirati Arabi Uniti si unissero in uno Stato-nazione. Dal 2011, tuttavia, Abu Dhabi ha iniziato a considerare i paesi lungo la costa del Mar Rosso più che partner commerciali. I disequilibri generati dalle Primavere arabe, la crescente influenza regionale dell’Iran, la pirateria lungo le coste yemenite e somale e la guerra in Yemen, si sono combinate trasformando la stabilità del quadrante in un interesse strategico centrale. La crisi del Golfo del 2017, che ha visto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto contrapporsi al Qatar, ha spinto i leader di entrambi gli schieramenti a raddoppiare le loro alleanze, specie lungo il versante orientale dell’Africa. Da allora, gli Emirati Arabi Uniti hanno ancorato le relazioni diplomatiche e ampliato la loro portata, in particolare lungo il Mar Rosso.

La proiezione delle competizioni intra-Golfo nel Corno d’Africa

Il Corno d’Africa ha rappresentato e rappresenta tuttora un’area fondamentale per le mire espansionistiche dei principali leader del Golfo. Le rivolte arabe del 2011 hanno conferito al Mar Rosso un’importanza strategica vitale per gli Emirati Arabi Uniti, andando oltre i normali interessi economici, inducendo Abu Dhabi a vedere quel corridoio, così come luoghi apparentemente lontani come la Giordania e la Libia, come il proprio “quartiere”. L’avvento e l’espansione dell’Islam politico, che Abu Dhabi in particolare considera come una minaccia esistenziale, ha generato un crescente senso di instabilità e pericolo, innescando una politica estera più interventista da parte dei governi del Golfo, approccio spesso giustificato dalle istituzioni governative di Abu Dhabi invocando l’argomento sicurezza, secondo il quale gli Emirati non possono sentirsi realmente al sicuro se il proprio quartiere è in guerra. A partire dal 2018 questi, infatti, hanno iniziato ad espandere considerevolmente il loro ruolo nel Corno d’Africa, consolidando una presenza fondamentale nei territori.

Da alcuni anni l’espansionismo emiratino ha necessariamente dovuto proiettarsi all’esterno dei confini del Golfo, trovando un terreno fertile in Africa, assumendo un ruolo da protagonista, attraverso alleanze politiche, ingenti investimenti, accordi portuali e militari, espandendo la propria influenza nella regione. La prima manifestazione di tale approccio si è avuta nell’estate del 2018, quando l’Eritrea e l’Etiopia hanno annunciato il raggiungimento di un accordo di distensione a Gedda, interrompendo un conflitto ormai ventennale. In tale frangente, la diplomazia saudita ed emiratina è stata fondamentale; alla firma, infatti, il ruolo strategico dei due paesi era ben visibile, in virtù della presenza del Ministro degli Esteri emiratino, Sheikh Abdullah bin Zayed, del Re saudita Salman e del Principe ereditario, Mohammad bin Salman al Sa’ud. L’evento è stato un importante amplificatore, non solo delle intenzioni dei leader del Golfo ma della loro effettiva portata e capacità di influenza. Gli Emirati, ora al centro delle controversie in molti quadranti strategici, sembrano intenzionati a svolgere un ruolo di primo piano. 

Uno di questi quadranti è proprio il Corno d’Africa, nel quale gli Emirati Arabi esercitano la loro influenza attraverso le acque del Mar Rosso che, strategicamente parlando, rappresenta un crocevia indispensabile. Il modello di diversificazione economica degli Emirati Arabi Uniti si fonda sul suo ruolo di hub logistico e quartier generale regionale, sulla libertà di navigazione marittima, anche attraverso snodi strategici fondamentali, come Bab al-Mandab e lo Stretto di Hormuz, spesso descritti come punti di strozzatura, facilmente chiudibili alle petroliere e ad altre navi da carico. L’Africa è un teatro naturale per il commercio e le ambizioni logistiche delle principali aziende del Golfo; non stupisce che uno dei primi contratti all’estero del gigante della logistica DP World, con sede a Dubai, sia stato Gibuti, dove ha iniziato a sviluppare il porto di Doraleh nel 2006. D’altra parte, Dubai costituisce l’hub bancario di numerose aziende somale, ricreando dunque un modello di vasi comunicanti dalle coste orientali dell’Africa ai confini emiratini.

Sebbene l’impegno diplomatico e commerciale dei paesi del Golfo sia sempre stato considerevole e incessante, non sempre gli intenti hanno avuto lo stesso esito dell’accordo mediato tra Eritrea ed Etiopia. La competizione intra-Golfo colora il coinvolgimento degli Emirati in tutto il Corno. Il Qatar e la Turchia rappresentano i principali concorrenti nel territorio; nel corso della crisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), i paesi africani hanno sfruttato le dinamiche ostili per negoziare migliori accordi bilaterali, incrementando i rapporti commerciali proprio con la Turchia e il Qatar, sacrificando un approccio regionale compatto e omogeneo che avrebbe reso la regione alla pari del Golfo in fase negoziale. Questo gioco a somma zero ha sconvolto sia la politica interna dei diversi Stati che l’equilibrio di potere del quadrante. I danni che le rivalità esterne possono infliggere al Corno d’Africa sono stati chiariti in tutta la loro complessità in Somalia, dove l’attrito tra le potenze del Golfo, e a sua volta tra gli Emirati Arabi Uniti e il governo del Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, ha esacerbato le tensioni preesistenti su come il potere e le risorse statali vengano ripartite in maniera disomogenea tra la capitale e le regioni. La competizione in seno al GCC ed il conseguente embargo al Qatar hanno prodotto un’onda d’urto che ha investito il territorio somalo a partire dalla fine del 2017, e che tuttora produce drammatici effetti, aggravando la frizione, già esasperata, tra Mogadiscio e i leader regionali somali. 

L’insidioso scacchiere del Mar Rosso: lo Scramble for Somalia 

La Somalia è certamente il terreno per il quale gli Emirati Arabi Uniti hanno sviluppato una propensione strategica importante, ma anche quello nel quale hanno affrontato (e affrontano ancora) più complessità. Nel 2014, gli Emirati hanno intrapreso un proprio programma di addestramento e di guida per le truppe somale. Questo iniziò a dipanarsi in seguito al rifiuto di Mogadiscio di schierarsi nel blocco in corso del Qatar. In Somalia il Presidente Farmajo aveva assunto l’incarico solo pochi mesi prima dello scoppio della crisi del Golfo, ignaro delle intense pressioni saudite ed emiratine che avrebbe affrontato per indurre la Somalia ad interrompere i propri legami con Doha. Nonostante l’apparente e formale neutralità di Farmajo, alcuni rapporti governativi di Abu Dhabi lo indicavano come sostenitore e partner commerciale qatariota, inasprendo i rapporti con Mogadiscio.  Nell’aprile 2018, le autorità somale hanno sequestrato da un velivolo emiratino finanziamenti per un valore di 10 milioni di dollari, formalmente destinati a finanziare l’addestramento delle forze di sicurezza somale. L’episodio generò una forte sfiducia di Farmajo nei confronti degli Emirati Arabi Uniti, costringendo questi ultimi ad incrementare il sostegno alle regioni semi-autonome della Somalia, sacrificando così i rapporti con il governo centrale. Il programma includeva l’addestramento militare e di polizia e la costruzione di una base aerea nel porto somalo di Berbera, a pochi chilometri dalle coste dello Yemen, strategicamente vitale per cementare la sua influenza intorno al Mar Rosso. Contemporaneamente, Abu Dhabi ha ritirato alcuni funzionari da Mogadiscio, evacuato un campo di addestramento militare e chiuso un ospedale; la nuova politica emiratina in Somalia comprendeva anche il sostegno ai leader degli Stati federali e della Repubblica separatista del Somaliland, esacerbando le tensioni esistenti tra il governo centrale di Mogadiscio e le regioni, sfiorando lo scontro aperto. Da parte sua, il Presidente somalo Farmajo ha compensato le difficili relazioni con gli Emirati Arabi Uniti avvicinandosi al Qatar e alla Turchia. Nell’ultimo decennio, Doha ha investito 4 miliardi di dollari nel paese, raggiungendo di recente un accordo per la costruzione di un porto marittimo a Hobyo. Dall’altra parte, la Turchia ha incrementati i propri investimenti in Somalia, i più significativi attraverso Camp TURKSOM, la più grande base militare d’oltremare della Turchia situata proprio a Mogadiscio, sottolineando la sempre più crescente influenza di Ankara nella regione. Mentre le relazioni degli Emirati Arabi Uniti con il governo federale somalo si inasprivano, in Etiopia il nuovo Primo Ministro Abiy Ahmed propose nuove politiche economiche riformiste, richiedendo l’appoggio di Abu Dhabi. Entrambi i paesi avevano già iniziato a gettare le basi per legami più stretti alcuni anni fa. Nel marzo 2013 i due hanno convenuto di formare una commissione congiunta per discutere della cooperazione economica e politica. Nell’aprile 2018, la scelta da parte della coalizione di governo etiope di un nuovo e carismatico Primo Ministro, Abiy Ahmed, unita al desiderio di Abu Dhabi di un nuovo partner nel Corno d’Africa, ha catalizzato un allineamento più rapido. Mentre Abiy Ahmed parlava di privatizzazione e sviluppo per liberare il potenziale del paese più popoloso del Corno, gli Emirati Arabi Uniti videro un’opportunità strategica e di investimento. Tra i numerosi ostacoli alla crescita dell’Etiopia vi è senza dubbio la sua mancanza di accesso al mare e la conseguente dipendenza da Gibuti come unico sbocco per le sue esportazioni. I nuovi contratti portuali firmati dagli Emirati Arabi Uniti potrebbero essere utili e indispensabili in tal senso. Nel marzo 2018, la DP World ha annunciato che Addis Abeba avrebbe acquisito una quota del 19% nello sviluppo del porto di Berbera.

La mutevolezza del quadrante del Mar Rosso e dei suoi assetti geo-strategici è divenuta più complessa in ragione della crescente presenza della Cina, partner commerciale fondamentale in virtù degli investimenti finanziari e infrastrutturali nella regione. Quest’ultima ha inaugurato la sua prima base navale d’oltremare a Gibuti nel 2017 e da allora ha rafforzato il suo punto d’appoggio sul Mar Rosso, coinvolgendolo nella Chinese Belt and Road Initiative; ad oggi, la maggior parte degli investimenti esteri diretti a Gibuti proviene dal gigante asiatico. La Cina ha istituito una zona di libero scambio nel paese destinata a diventare la più grande dell’Africa e ha finanziato la costruzione della nuova ferrovia Addis Abeba-Gibuti, incrementando al contempo i suoi investimenti finanziari nella regione del Somaliland. La sicurezza della regione del Mar Rosso sta diventando sempre più complessa. Il consolidarsi di un’arena politica ed economica comune attraverso una delle rotte commerciali più preziose del mondo offre opportunità di sviluppo, da un lato, e notevoli rischi, dall’altro, rendendo l’impegno attivo da parte di potenze esterne sia proficuo che tossico. La nomina provvidenziale nel marzo 2021 di Abdullah Muhammad al-Naqbi, diplomatico di carriera emiratino, come Direttore dell’Ufficio Commerciale degli Emirati Arabi Uniti nel Somaliland, ha generato reazioni contrastanti a Mogadiscio e nel territorio governato da Muse Bihi Abdi, Presidente della regione dichiaratasi autonoma nel 1991. Per il governo centrale, il suo arrivo è parte di una strategia degli Emirati Arabi volta a destabilizzare la Somalia e minarne la sovranità, modus operandi già impiegato a più riprese dal paese del Golfo in diversi teatri. Il fine naturalmente, secondo Mogadiscio, è quello di accrescere la propria influenza politica tra i leader dell’opposizione somala al governo di Farmajo e coadiuvarla nelle prossime elezioni. Tale strategia non appare affatto casuale: gli assetti in Somalia, e quindi anche nell’intera regione del Corno d’Africa, potrebbero infatti modificarsi in maniera drastica in vista delle elezioni presidenziali somale. Il rischio di una guerra civile è stato momentaneamente scongiurato in virtù del passo indietro del Presidente federale, che ha acconsentito a ritirare il provvedimento di proroga incaricando il Primo Ministro Roble di condurre il paese verso le elezioni. Tra i politici che vi prenderanno parte vi sono anche i due ex Presidenti, Sharif Sheikh Ahmed e Hassan Sheikh Mohamud; questi, durante i rispettivi mandati (Sharif Sheikh dal 2009 al 2012 e Hassan Sheikh Mohamud dal 2012 al 2017), hanno dimostrato di intrattenere relazioni complicate con il Qatar, accusato a più riprese di sostenere al-Shabaab. Il successo elettorale potrebbe portare alla ridefinizione delle relazioni di Mogadiscio con gli Emirati a scapito delle partnership della Somalia con Turchia e Qatar, rendendo anche più probabile una rivalutazione del coinvolgimento somalo in Yemen su richiesta emiratina, rifiutato in prima istanza dal Presidente Farmajo.La neutralità di Farmajo al blocco del Qatar del 2017 ed il conseguente ritiro da parte di Abu Dhabi dei programmi di aiuto e cooperazione militare in Somalia nel maggio 2018, ha fossilizzato gli Emirati Arabi Uniti in una lotta nel territorio con Turchia e Qatar per l’influenza geopolitica. L’espansione degli investimenti a Berbera ha rafforzato la capacità degli Emirati di competere con il progetto del porto marittimo di Hobyo ad opera del Qatar e con il contratto di 14 anni del gruppo turco Albayrak per la gestione del porto di Mogadiscio. A breve termine, è improbabile che gli assetti strategici installati dagli EAU nel Somaliland possano produrre un impatto evolutivo positivo nello Scramble che si sta verificando nel Corno d’Africa. Come anticipato inizialmente, è possibile inquadrare le scelte degli Emirati Arabi Uniti in una strategia di lungo periodo, in particolar modo nel territorio somalo. Quel che è certo è la volontà emiratina di proiettare la loro crescente potenza e influenza al di fuori dei confini del Golfo, segnalando senza alcun timore l’ancoraggio di Abu Dhabi al Corno d’Africa e alla Somalia.

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