“Gli Accordi di Abramo, una speranza per il futuro”: spunti e riflessioni sul webinar della Fondazione Einaudi

Il primo febbraio, la Fondazione Luigi Einaudi ha organizzato un webinar intitolato “Gli Accordi di Abramo, una speranza per il futuro” a cui hanno partecipato, tra gli altri, gli Ambasciatori in Italia di Israele, Marocco, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. L’evento, moderato da Giulio Terzi e Fiamma Nirenstein, è stato il primo del suo genere in Italia e l’eterogeneità dei relatori ha dato alla conferenza un carattere regionale. Data la caratura istituzionale degli ospiti, abbiamo pensato che valesse la pena andare ad analizzare i temi e gli spunti usciti dal dibattito.

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Una visione comune di sicurezza

Gli Accordi di Abramo indicano le normalizzazioni diplomatiche fra Israele da una parte ed Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Marocco dall’altra, avvenute tra agosto e dicembre scorso grazie alla mediazione degli Stati Uniti. Grazie a questa intesa, Israele ha triplicato, nel giro di un semestre, il numero di paesi arabi con cui ha instaurato relazioni bilaterali, tanto che Giulio Terzi di Sant’Agata, ex Ministro degli Esteri della nostra Repubblica, ha voluto definirli come “il più rivelante sviluppo per la sicurezza, la pace e lo sviluppo regionale”. Così come emerso nel corso del dibattito, gli Accordi sono stati possibili poiché le parti in causa hanno riconosciuto che la cooperazione regionale non solo è possibile, ma necessaria, anche alla luce delle nuove sfide che minacciano la stabilità del Medio Oriente. Secondo l’ambasciatore israeliano in Italia, Dror Eydar, gli Stati arabi “moderati” hanno compreso che è nel loro stesso interesse cooperare con Israele per fronteggiare le emergenti minacce comuni, dato che lo Stato ebraico non viene percepito più come il maggior ostacolo alla stabilità regionale. Quest’ultimo, al contrario, è individuato nell’Iran, che attraverso la mezzaluna sciita (l’area di influenza iraniana che parte da Teheran, passa per Iraq, Siria e Yemen e termina in Libano) fomenta destabilizzazione. Nella visione di Reuven Azar, Consigliere per la politica estera del premier israeliano Benjamin Netanyahu l’obbiettivo degli accordi di normalizzazione era anche quello di creare un “asse dei moderati”, esteso dal Golfo persico e dal Mashreq fino al Marocco, che possa contenere i due fattori di instabilità pan-regionali: non solo la sfera di influenza iraniana a nord-est, ma anche l’ascesa dell’estremismo islamico nel Sahel.

L’approccio funzionalista

Se quindi la sicurezza viene percepita come fattore di propulsione nella firma degli Accordi, la sua definizione non deve esclusivamente riferirsi alla sicurezza nazionale dello Stato. Infatti, ogni speaker ha voluto sottolineare come la pandemia in corso sia stato un evento dirompente che ha influito sul decision-making dei singoli paesi nei confronti dei trattati di normalizzazione, e la definizione di security viene quindi estesa anche ad altri elementi fondamentali come l’approvvigionamento di risorse naturali, cibo, salute e ambiente. Nelle parole di Omar Obeid Mohamed Alhesan Alshamsi, Ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti in Italia, l’obbiettivo degli Accordi è anche quello di quello di “cercare opportunità di ricerca e sviluppo internazionale” in campi come “sanità, scienza, tecnologia, energia, acqua e cibo”. L’Ambasciatore emiratino ha voluto sottolineare come il prossimo Expo a Dubai sarà un ulteriore conferma della buona riuscita di questi accordi e ha ricordato come il volume di commercio fra Israele ed Emirati Arabi sia stato notevole, raggiungendo la cifra di 272 milioni di dollari in soli cinque mesi. Il fattore economico è quindi impossibile da trascurare nell’analizzare questo framework negoziale, basato quindi su un approccio funzionalista che mette in secondo piano la politica per basarsi soprattutto sull’esaltazione dei fattori di cooperazione socioeconomica che possano risultare in una “win-win situation”. Come notato dall’Ambasciatore del Bahrain in Italia, Naser M.Y. Al Belooshi, le divisioni ideologiche sono state il principale motivo per cui la pace in Medio Oriente è ancora lontana, ma la ricerca e l’esaltazione di elementi di “somiglianza e cooperazione” hanno finalmente permesso di superare fattori di attrito ideologici, che per l’Ambasciatore sono stati “imposti dalla politica”.

La questione palestinese

Nonostante gli Accordi di Abramo abbiano rappresentato l’apogeo della politica mediorientale dell’Amministrazione Trump, va ricordato che essi sono soltanto il prosieguo naturale del Peace to Prosperity Plan per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, ideato dal l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jared Kushner. Nonostante il Piano sia stato boicottato dai palestinesi, il fatto che gli Stati arabi abbiano comunque deciso di sedersi al tavolo con Israele e di stringere accordi con esso ha definitivamente scorporato il dossier del Processo di Pace in Medio Oriente (MEPP) dal soddisfacimento dei diritti palestinesi, e hanno avuto lo scopo di legittimare lo Stato ebraico agli occhi dei Paesi arabi come nuovo partner regionale. Ipotesi confermata dalle parole di Eydar, che definisce “obsoleto” il paradigma secondo il quale la risoluzione del conflitto israelo-palestinese sia il presupposto per la normalizzazione fra Israele e gli Stati arabi. L’Ambasciatore israeliano in Italia ha proseguito affermando che “questa concezione è legata alla maniera sbagliata in cui l’Europa e l’Occidente vedevano il Medio Oriente: cioè come blocco monolitico, come se non ci fosse un’individualità nazionale nei singoli paesi. Si scopre che è possibile promuovere la pace e la sicurezza con ogni singolo paese.” Tuttavia, all’interno della conferenza la questione palestinese è emersa chiaramente anche dalle parole dell’Ambasciatore marocchino in Italia, Youssef Balla, che ha puntualizzato come la ripresa dei rapporti con Israele rappresenti uno strumento di opportunità anche per la risoluzione del conflitto coi palestinesi. Balla ha affermato che “il Re Mohammed VI ha voluto ricordare al governo statunitense e israeliano i tre fondamentali della posizione marocchina sul processo di pace coi palestinesi: l’impegno per una soluzione a due stati; il principio del negoziato diretto, la preservazione del carattere arabo-islamico di Gerusalemme e la sua apertura multi-confessionale”. Anche l’Ambasciatore del Bahrein ha ricordato che gli Accordi di Abramo “si basano sull’accettazione dell’altro, al fine di raggiungere una soluzione globale per i palestinesi. Questa soluzione si basa su una soluzione a due stati secondo l’Iniziativa di Pace Araba del 2002.”


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La Posizione della nuova amministrazione statunitense e dell’Europa

Un ulteriore tema interessante affrontato nel dibattito è stato quello sulla postura dell’amministrazione Biden nei confronti degli Accordi di Abramo, e della posizione europea. Il Consigliere Reuven Azar ha detto di essere rimasto soddisfatto dalle recenti dichiarazioni di Antony Blinken, Segretario di Stato statunitense, che in una chiamata di qualche giorno fa con il Ministro degli Esteri israeliano Gabi Askhenazi ha applaudito gli Accordi di Abramo e ha affermato l’interesse degli Stati Uniti a proseguire su questo framework. Secondo Azar questo confermerebbe come il sostegno agli Accordi sia bipartisan negli Stati Uniti. Come scritto già nel nostro Report, c riguardo alle normalizzazioni è difficile immaginare un cambiamento di policy radicale, le quali, in definitiva, potrebbero rappresentare uno dei pochi punti di contatto tra l’amministrazione Trump e Biden. La questione più spinosa sarà vedere come la nuova amministrazione democratica intenda rapportarsi alla frattura del MEPP, cioè allo scorporamento del soddisfacimento dei diritti palestinesi dalla normalizzazione di Israele con gli Stati arabi. Riguardo alla posizione dell’UE, Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo dal 2017 al 2019, ha voluto evidenziare come l’Unione Europea abbia approvato un documento ufficiale in cui gli Accordi di Abramo vengono accolti positivamente. Infatti, il 20 gennaio, il Parlamento Europeo ha approvato, con 357 voti favorevoli, la Relazione Annuale sull’attuazione della CFSP (Politica estera e di sicurezza comune) in cui viene espresso che: “l’Unione Europea prende atto degli accordi di Abramo che hanno normalizzato le relazioni diplomatiche tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein; plaude, a tale riguardo, al ruolo svolto dagli Stati Uniti nel facilitare tali accordi; “. Secondo Tajani, questo rappresenta un “segnale forte e di sostegno che va sottolineato” e che “mette l’Europa finalmente nelle condizioni di seguire ciò che accade e di influire”.