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Giordano Merlicco, Una passione balcanica. Calcio e politica nell’ex Jugoslavia dall’era socialista ai giorni nostri, Besa, 2023

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Una passione balcanica, ultimo lavoro di Giordano Merlicco, è molto di più di quanto suggerisce il titolo. Il sottotitolo, Calcio e politica nell’ex Jugoslavia dall’era socialista ai giorni nostri, chiarisce meglio le idee, ma neanche esso rende appieno la densità dei contenuti di un volume che va ben al di là del racconto di una passione oscillante tra calcio e politica in un Paese che ormai non c’è più. È, a tutti gli effetti, un libro di Storia (la esse maiuscola non è un refuso). Il calcio è un pretesto per parlare di altro ma la grande differenza tra Una passione balcanica e altri testi analoghi è che il libro in questione affronta diversi piani: dalla storia alla società, dallo sport alle relazioni internazionali, dalla guerra alla geopolitica. Il tutto mantenendo una coerenza narrativa capace di guidare anche il lettore meno avvezzo a tematiche complesse. E proprio qui si trova il pregio decisivo. Molti (forse troppi) al giorno d’oggi si improvvisano scrittori scopiazzando storie e notizie di dubbia autenticità da blog e siti, rilanciando tutta una serie di luoghi comuni che diventano verità incontrovertibili per i lettori superficiali. Una passione balcanica ha il grande merito di smentire, capovolgere e precisare mezze verità o falsità intere. L’autore, però, non si limita a smentire scrittori improvvisati, mettendo in discussione alcuni miti fondativi degli Stati nati dal dissolvimento della Jugoslavia. 

Emblematica, a tal proposito, la trattazione della partita (mai giocata) del 13 maggio 1990 tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado. Su questa sfida, entrata nell’immaginario collettivo grazie alla fotografia che mostra Zvonimir Boban sferrare un calcio a un poliziotto, si è detto e scritto molto. Non sempre in maniera corretta. Attorno all’evento si è costruita buona parte della narrazione nazionalista croata. L’importanza di quel Dinamo Zagabria-Stella Rossa può essere riassunta nel primo capoverso del capitolo dedicato a quell’incontro.

«Non è stato affatto l’inizio della guerra, ma uno degli eventi che, quando la guerra era già iniziata, sono stati usati per imporre una nuova narrativa». Così il noto analista politico Žarko Puhovski ha riassunto il significato dell’incontro tra Dinamo e Stella Rossa del 1990, respingendo la versione ufficiale che lo eleva a primo atto della “guerra patriottica” condotta da Zagabria contro l’“aggressione granserba”, per usare i termini in voga in Croazia.

Gli scontri tra i gruppi ultrà delle due squadre (i Delije della Stella Rossa e i Bad Blue Boys della Dinamo) si verificarono al culmine di tensioni politiche in atto da tempo nel Paese. In base ai racconti tramandati, i serbi, giunti a Zagabria in duemila unità, attaccarono i croati che si difesero. Stando a questa ricostruzione dei fatti, gli incidenti furono pianificati in anticipo dai Delije che ebbero nella polizia una preziosa alleata. La versione croata attribuisce ai serbi la volontà di creare una situazione di emergenza finalizzata alla destabilizzazione del movimento nazionalista Hdz, fresco vincitore delle elezioni per il rinnovamento del parlamento croato. La versione serba, invece, imputa la responsabilità all’Hdz, che mirava così ad alimentare la contrapposizione interetnica per favorire i piani separatisti di Zagabria. Tra le due versioni è la seconda ad avere, dal punto di vista storico, maggiore veridicità poiché, nel giro di poco tempo, da parte del governo croato cominciò l’epurazione dalla pubblica amministrazione di funzionari e dipendenti (serbi e non) non allineati al nuovo corso inaugurato da Franjo Tuđman.

Si è detto e scritto molto sulla figura di Željko Ražnatović, meglio noto come Arkan, personaggio che in poco tempo si sarebbe distinto come capo della formazione paramilitare Guardia volontaria serba. Secondo la vulgata la Tigre Arkan, in qualità di capo della tifoseria, reclutò per le sue bande armate che andarono a combattere non tanto uomini appartenenti ai gruppi ultrà della Stella Rossa in generale, ma proprio tra quei duemila presenti a Zagabria nel maggio del ’90. Tesi che fece comodo anche allo stesso Arkan, il quale, in più di un’occasione, non mancò di sottolineare come furono proprio gli scontri tenutisi al Maksimir ad indurlo a formare la sua milizia. Tuttavia Ražnatović non era il capo degli ultrà della Stella Rossa ma una figura marginale nell’ambito del tifo biancorosso. A Zagabria, trovandosi sulla panchina della squadra di Belgrado, non partecipò neanche agli scontri. La sua formazione paramilitare fu creata a ottobre, sei mesi dopo gli incidenti del Maksimir.

Ciò rende decisamente inopportuno presentare la formazione paramilitare come una reincarnazione bellica dei Delije – scrive Merlicco –. Nonostante tutte queste contraddizioni, la stampa, soprattutto croata, continua ancora oggi d accreditare l’idea che nel maggio del 1990 i Delije abbiano agito sotto la guida di Arkan. Evidentemente ciò serve a consolidare la narrativa che attribuisce alla partita il ruolo di evento politico-sportivo che mandò in pezzi la Jugoslavia.

Per queste e per diverse altre ragioni Dinamo-Stella Rossa è stata elevata a vero e proprio mito di fondazione dello stato croato nato. Che la guerra patriottica sia iniziata proprio quel 13 maggio 1990, lo ribadisce anche un monumento sito nei dintorni del Maksimir. 

Posto a metà strada tra il 1989 (anno del crollo del Muro di Berlino) e il 1991 (anno dell’implosione dell’Unione Sovietica), il 1990 è stato un anno cruciale per la fine della Jugoslavia non soltanto per quanto avvenuto allo stadio di Zagabria. Dal punto di vista calcistico c’è stato un altro evento molto importante sul piano geopolitico: la prima partita della nazionale croata. La Croazia e gli Stati Uniti si affrontarono a Zagabria il 17 ottobre. I vertici del calcio internazionale consentirono alla nazionale balcanica di scendere in campo un anno prima della creazione dello Stato indipendente. Finanziatori dell’evento furono alcuni croati residenti negli USA o in altri Paesi occidentali, per lo più ustascia e collaborazionisti dei tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Il 17 ottobre 1990 fu un’altra data dal grande valore simbolico: contemporaneamente alla prima amichevole della Croazia si disputò a Simferopoli il ritorno della finale del Campionato europeo di calcio Under 21 tra l’Urss e la Jugoslavia.  

Il canto del cigno del calcio jugoslavo si consumò proprio in quella stagione: la prima dopo il Mondiale di Italia ’90. Al di là dei rimpianti per quello che poteva essere e non è stato (la reprezentacija di Ivica Osim uscì ai calci di rigore nei quarti di finale contro l’Argentina), proprio nel 90/91 venne scritta una pagina indelebile nella storia di tutto il calcio del mondo comunista: la vittoria della Coppa dei Campioni da parte della Stella Rossa. Un successo ottenuto ai rigori contro il Marsiglia dopo che tempi regolamentari e supplementari erano terminati sullo 0-0. L’unico precedente di una squadra dell’Est europeo nella massima competizione continentale riguardava un’altra stella: la Steaua Bucarest, nel 1986 impostasi ai rigori contro il Barcellona. Anche in quell’occasione tempi regolamentari e supplementari si conclusero sullo 0-0. 

Con la Stella Rossa campione d’Europa in carica e la nazionale Jugoslava qualificatasi agli Europei di Svezia del 1992 il calcio balcanico raggiunse il suo apice. La guerra era appena iniziata e la disgregazione della Jugoslavia doveva passare necessariamente anche attraverso lo sport. E così l’UEFA costrinse a far giocare in campo neutro tutte le partite dei campioni d’Europa in carica nonostante a Belgrado non si combattesse e non permise alla nazionale di disputare quegli Europei grazie a una qualificazione conquistata sul campo. In poche parole, l’UEFA si prestò a fare in ambito sportivo quanto un’Unione Europea fortemente condizionata dalla Germania appena riunificata e la NATO misero in atto negli anni successivi in ambito geopolitico e militare. 

Questi sono soltanto alcuni degli argomenti presenti in un libro che non si limita a trattare la conflittualità tra serbi e croati ma analizza a 360° la realtà calcistica jugoslava. La lettura di questo testo è fondamentale per comprendere perché di quell’esperienza storica fatta di convivenza tra popoli, religioni e culture non è ormai rimasto che uno sbiadito ricordo. E capire perché, in poco più di un decennio, gli auspici gridati all’unisono dal pubblico quando, durante la partita tra Hajduk Spalato e Stella Rossa del 4 maggio 1980, venne annunciata la morte di Tito, furono disattesi nella maniera più sanguinosa possibile.

Romano Lupi   

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