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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaGiordania, la corona in equilibrio

Giordania, la corona in equilibrio

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Se si chiudono gli occhi e si trasportano i deserti rossi di Petra tra i ghiacci del Mare del Nord, ci si potrebbe imbattere in un Amleto hashemita, un re invischiato nelle difficoltà di governo interne ed estere, e giustamente preoccupato da un fuoco amico più letale di quello avversario. Un regno tranquillo? No, piuttosto una nave da governare senza distrazioni, in un contesto in cui l’identità araba esiste come ricordo di una κοινὴ utile alla definizione di un nazionalismo che si accompagna alla religione quale elemento sociale portante.

La Giordania, nelle accezioni più generali, non rientra nel novero dei Paesi capaci di destare un’attenzione immediata: mai preconcetto è stato più fuorviante. Posizione geografica e storia hanno da sempre posto Amman al centro di un proscenio in cui politica ed evoluzione geostrategica procedono con rapidità repentina influendo sui connotati geopolitici dell’area. La Giordania, con il suo elevato tasso di alfabetizzazione ma con libertà civili e politiche non ancora pienamente garantite, è di fatto un hub strategico capace di porre in collegamento gli attori regionali, una funzione essenziale per offrire nuove opportunità ed acquisire l’indispensabile capitale di credibilità politica, non disgiunto dal rispetto che anche gli sciiti nutrono per la famiglia hashemita, peraltro nemmeno di origine giordana ma dell’Hijaz, regione dell’attuale Arabia Saudita.

Si tratta di riuscire a disegnare ed a condurre una strategia a lungo termine che massimizzi i vantaggi rappresentati dai suoi confini, proponendosi alle potenze egemoni quale soggetto in grado di assumere posizioni e mediazioni geopoliticamente valide: la Siria è ipotesi di impegno futuro ma concreto; il Golfo, specialmente gli EAU, è terreno di proiezione su cui intessere i rapporti con gli al Saud; l’alleanza con gli USA può diventare la chiave di volta per indurre i palestinesi alle trattative. La delicata e preziosa posizione di custode dei luoghi santi gerosolimitani, ambita da Arabia Saudita e Turchia, sta a dimostrare quanto Amman possa impegnarsi sul duplice fronte musulmano ed occidentale.
Nonostante l’arco di crisi, il Regno hashemita è finora riuscito a mantenere un equilibrio alchemico tra Riyadh, Mosca, Teheran e Washington, preservando la sua posizione geostrategica.

Sotto questo aspetto assume ancora maggior rilevanza come le relazioni tra Re Abdullah e gli USA, durante il mandato Trump, cui si sono associate quelle altrettanto aspre con il premier israeliano Netanyhau, si siano deteriorate fino a sfiorare il punto più profondo rappresentato dal sostegno offerto da Re Hussein a Saddam dopo l’invasione del Kuwait. Re Abdullah II nel prendere atto dei passi intrapresi verso l’indo pacifico già dall’Amministrazione Obama, si è dunque volto alla ricerca di alternative, anche parziali.
I risultati elettorali iracheni che hanno indicato volontà di indipendenza dall’Iran, hanno posto le basi per una collaborazione politico/economica egiziano-giordano-irachena, cui non è estranea la cooperazione in fieri tra anche con Siria e Libano, destinata ad assicurare elettricità e gas naturale, e tenendo conto del fatto che la Giordania detiene il 2% delle riserve d’uranio mondiali; Amman ha probabilmente fatto proprio il quadro per cui il presidente Assad rimarrà al suo posto, interprete di un processo di ricostruzione che porterà cospicui finanziamenti e dunque soggetto politico con cui riprendere i contatti.

Da considerare poi l’accordo del secolo, inasprito dalla firma degli accordi di Abramo, che depotenziando il ruolo regionale giordano, non ha lasciato ad Amman altra chance se non quella di un confronto diretto con l’Amministrazione repubblicana. Amman ha così mantenuto la posizione circa l’istituzione di due entità statuali distinte secondo le linee del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale dello Stato palestinese, una direzione peraltro funzionale alla preservazione della politica interna che non può disconoscere la difesa della causa della Palestina, confermata dalla garanzia prestata per il cessate il fuoco del maggio scorso, in occasione dell’operazione israeliana Guardian of the Walls. Amman teme che gli Accordi di Abramo inneschino un effetto domino capace di indebolirla lasciandole tuttavia oneri e doveri per effetto del contesto e per la folta rappresentanza di palestinesi – cittadini e rifugiati dalla West Bank –  su suolo giordano. Isola battuta dalle onde delle primavere arabe, la Giordania, definita come il più democratico dei regimi autoritari Mediorientali in cui il Parlamento bicamerale non esercita particolare influenza, ha individuato nelle crisi regionali possibili vulnerabilità capaci di minare la stabilità monarchica, a differenza di Ankara, che ha tentato di cavalcare il caos per rilanciare il desiderio mai sopito di estendere la sua influenza nell’area; una stabilità quasi impalpabile, in cui anche il tourbillon di governi diventa una forma di inalterabilità.

Da considerare i non facili rapporti con la Turchia, date la forte concorrenza commerciale anatolica e la contemporanea presenza saudita, circospetta nelle aperture verso il Bosforo. A ben vedere il compito di Re Abdallah, di cui forse ancora alcuni dubitano in quanto a capacità, non è stato e non è tutt’ora così facile: blindare l’establishment; immunizzare il Regno dall’azione dell’Isis; contenere gli effetti dell’impatto dell’ondata di rifugiati siriani visti come un pericolo per la penuria di occupazioni lavorative; aprire, sia pur moderatamente, alla società civile ma senza perdere l’indispensabile rapporto con i 60 leader delle tribù beduine e con le Forze Armate, le uniche entità in grado di garantire quella stabilità così avversata dalla Fratellanza Musulmana sostenuta dalla componente palestinese, quella classe dirigente a cui la monarchia garantisce lavoro, affari, e cariche parlamentari in cambio della fedeltà.

Ma il timore dei più rilevanti clan beduini è proprio quello di diventare minoranza entro i propri confini, che un giorno Hussein, figlio di Abdallah, non riesca a discernere la parte giordana paterna da quella palestinese ereditata dalla madre Rania. Dovrebbe far riflettere come la guardia reale giordana, fedele alla Corona, sia formata da ascari circassi non arabi presenti in Giordania da non più di 150 anni. Nonostante quanto detto da Mel Brooks, non è forse poi così bello (o facile) essere re. Con il rallentamento rivoluzionario e primaverile, ed il deflagrare delle crisi iraqena, yemenita e libica, al processo di democratizzazione giordano si è contrapposto un progressivo insorgere controrivoluzionario, determinato anche dall’ennesimo stravolgimento demografico interno: a seguito degli ultimi arrivi dei rifugiati da Siria e Iraq, i censimenti effettuati hanno certificato che circa un terzo dei residenti in Giordania non è di origine autoctona; aspetto questo che non può non far tornare alla memoria l’ondata migratoria palestinese del 1967, pietra angolare dei drammatici avvenimenti del settembre nero del 1970 che condussero Amman ad un passo dalla caduta della monarchia. Prima ed inevitabile vittima l’economia, peraltro asfittica per una drammatica carenza di risorse che obbliga ad importazioni particolarmente onerose e dipendente dagli aiuti esteri, obbligata a seguire il dettato di una politica fiscale che non può non considerare i precetti del FMI che hanno intaccato privilegi radicati; seconda vittima la sicurezza, insidiata dal jihadismo che ha prodotto un numero esorbitante di foreign fighters secondo solo alla Tunisia, che trova terreno fertile nelle città più povere come Zarqa, e che è stato oggetto di una strategia fondata più sul controllo che sulla repressione che ha permesso di compensare l’influenza esercitata dalla Fratellanza Musulmana secondo un paradigma più flessibile rispetto a quello adottato in Arabia Saudita e nel Golfo.

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