Giappone-Corea del Sud: la sfiducia reciproca e l’approccio di Biden

L’equilibrio all’interno della struttura di sicurezza retta dagli Stati Uniti in Asia è costantemente minacciato dall’annosa questione riguardante l’eredità storica condivisa dai due principali alleati della potenza a stelle e strisce nel Pacifico, Giappone e Corea del Sud.

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La complessità della situazione viene vista con preoccupazione da Washington, i cui obiettivi strategici, come il contenimento della Cina e la denuclearizzazione della Corea del Nord, dipendono fortemente dalla collaborazione e dall’allineamento tra i due vicini asiatici. Per questi motivi, la nuova amministrazione Biden dovrà necessariamente indirizzare i due Paesi verso una risoluzione pacifica che né Obama, né Trump sono riusciti ad ottenere. Tuttavia, gli interessi domestici legati alla memoria di entrambi i Paesi e le animosità che questi suscitano a livello diplomatico, limitano considerevolmente la capacità di manovra di Washington, la quale dovrà affidarsi in buona parte alla volontà dei suoi alleati.

Relazioni nippo-coreane: una questione di fiducia

L’andamento delle relazioni tra i due Paesi è strettamente legato dalla presenza o meno di una qualsiasi forma di fiducia reciproca costruita attraverso un fitto dialogo. Nel caso specifico di Corea del Sud e Giappone, la piena fiducia viene a mancare in seguito all’acuirsi del “problema della storia”, ovvero la complessa diatriba circa la commemorazione del passato imperiale giapponese durante la Guerra del Pacifico. Dalla fine della Guerra Fredda, la Corea del Sud, galvanizzata dai crescenti impulsi democratici e forte della rapida ascesa a potenza economica e militare in Asia, ha richiesto a gran voce scuse ufficiali da parte del Giappone, sia in termini diplomatici che economici.

Nonostante alcune forme di apertura da parte del Paese del Sol Levante, Seoul non ha mai ritenuto sufficienti gli sforzi giapponesi nel riconoscere il proprio passato, minati soprattutto dai malumori interni covati dai conservatori del Partito Liberal-Democratico, tendenzialmente nazionalisti e revisionisti in fatto di memoria storica. Sintomi di questi malumori sono le controverse visite da parte di esponenti del governo giapponese, tra cui l’ex Primo Ministro Abe Shinzo, al santuario shintoista di Yasukuni a Tokyo. Qui vengono commemorati circa due milioni e mezzo di caduti in battaglia, inclusi 14 criminali di guerra di Classe A condannati durante il Processo di Tokyo nel 1948. Inoltre, i continui scandali riguardanti i libri di storia circolanti nel sistema scolastico giapponese, aventi la tendenza a evitare argomenti quali lo sfruttamento delle comfort women e l’utilizzo dei lavori forzati nell’industria pesante durante la guerra, conservano tutt’ora un ruolo importante nello scontro tra i due vicini. A causa del revisionismo radicato nell’ala conservatrice giapponese, la Corea del Sud, soprattutto sotto il governo progressista di Moon Jae-In, vede l’arcipelago come un partner ipocrita, incapace di imparare dal proprio passato e nuovamente sull’orlo di una deriva militarista.

Diversamente dall’alleato coreano, il Giappone ritiene di aver adempiuto in maniera soddisfacente ai suoi doveri per quanto riguarda la propria memoria storica, sostenendo tale posizione con l’articolo II dell’Accordo sulla risoluzione dei problemi in materia di proprietà, richieste di risarcimento e cooperazione economica del 1965 e con la Dichiarazione Murayama del 1995. Le costanti pressioni coreane sfociate negli ultimi anni in pesanti ritorsioni economiche, boicottaggi e congelamento dei rapporti bilaterali, hanno rafforzato in Giappone l’idea di un vicino coreano ancora troppo legato al passato e riluttante nell’accettare una qualsiasi forma di pentimento. Di conseguenza, qualsiasi prova di rappacificamento da parte di Tokyo verrebbe interpretata dal Giappone stesso come destinata a fallire in partenza a causa dei forti sentimenti di rivalsa e della reticenza con cui Seoul intraprende il dialogo con il vicino.

L’amministrazione Biden tra due fuochi

Il circolo vizioso scaturito da questa reciproca mancanza di fiducia e costante pessimismo continua ad essere oggetto di preoccupazione per Washington. L’allarme scattato nel 2019 con lo scampato ritiro di Seoul dal GSOMIA (General Security of Military Information Agreement), un accordo di scambio di preziosa intelligence tra Giappone e Corea del Sud relativo alla Corea del Nord, rende necessaria l’adozione di misure volte a prevenire che i malumori tra Seoul e Tokyo compromettano la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi cittadini.

L’amministrazione Biden sarà dunque costretta a trovare un punto di equilibrio tra le due politiche abbracciate dai suoi due predecessori. Da una parte Obama spinse entrambi i paesi a reprimere i dissapori e creare un fronte comune contro la minaccia delle testate nucleari di Kim Jong-Un; dall’altra Trump scelse di non affrontare il problema, preferendo minacciare direttamente i suoi alleati con l’imposizione di un aumento dei costi di mantenimento condivisi delle truppe americane in Asia. Secondo gli esperti, l’America dovrebbe assumere un ruolo neutrale, rivestendo una funzione riconciliatrice che garantisca il dialogo tra le parti attraverso incontri multilaterali, dando voce alle vittime e sostenendo uno scambio pacifico basato sull’empatia con uno sguardo volto verso il futuro. A tal fine, Biden dovrebbe incoraggiare la Corea del Sud a dialogare apertamente con il vicino giapponese, sostituendo le richieste di compensazione con programmi educativi volti ad approfondire gli effetti delle politiche imperiali nipponiche ai danni dei coreani.

Assumendo tale posizione neutrale, Biden dovrà garantire l’assoluta equità tra le parti, impedendo che l’una si percepisca inferiore rispetto all’altra. Il successo della riconciliazione dipenderà in gran parte dalla volontà dei leader di Giappone e Corea del Sud nell’intraprendere un percorso di lungo periodo che implichi il mettere da parte le proprie rivendicazioni nazionalistiche per favorire una solida cooperazione. L’attuale bassa percentuale di consensi del governo di Suga Yoshihide in Giappone e il popolare sentimento antigiapponese in Corea, potrebbero ostacolare l’inizio di un eventuale processo di riavvicinamento. Per questi motivi, Biden e il suo team di esperti dovranno sperare principalmente nella volontà dei due alleati asiatici di costruire un rapporto di fiducia che sia duraturo e funzionale, ma che ad oggi risulta difficilmente raggiungibile.