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TematicheCina e Indo-PacificoGiappone: assalto diplomatico a Pyongyang

Giappone: assalto diplomatico a Pyongyang

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Un altro duro colpo ai negoziati multilaterali di Pechino, ai quali prendono parte dal 2003 oltre alle due Coree, la Cina, il Giappone, la Federazione Russa e gli Stati Uniti, che si prefiggono la «denuclearizzazione» della Penisola di Corea, – divisa geograficamente dal 38° parallelo che corre lungo la linea di demarcazione territoriale (DMZ) sempre più militarizzata dopo la guerra di Corea (1950 – 1953) -, è stato, di recente, inferto dal Giappone che ha gettato l’amo degli aiuti economici nelle acque antistanti alla costa orientale della Corea del Nord sperando che il regime di Pyongyang abboccasse, dopo le nuove sanzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’ultimo test nucleare (ris. n S/RES/2094 del 7 marzo 2013).  

Il Sol Levante ha un conto in sospeso con la Corea del Nord. Negli anni ‘70-’80 alcuni suoi cittadini furono rapiti dai nordcoreani per addestrare le loro spie. Inoltre dal 1998 l’esercito nordcoreano (Korean People’s Army) continua ad intimorire gli abitanti dell’arcipelago con continui lanci missilistici. Kim Jong-un, il leader del regime di Pyongyang, preferisce, infatti, seguire la strada della deterrenza nucleare (military first- policy) intrapresa dal padre Kim Jong-il (il Caro Leader) su suggerimento del nonno Kim Il-sung, il Grande ed Eterno Leader fondatore della Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord (DPRK) che ha già effettuato tre test nucleari dal 2006.

È accaduto, in realtà, che il governo di Tokyo ha tentato un nuovo «assalto diplomatico» al regime di Pyongyang con l’obiettivo di stabilire con esso, mediante la possibile soluzione del problema del rimpatrio dei cittadini giapponesi tuttora in mano ai nordcoreani, relazioni privilegiate. Ma Kim Jong-un, che non è un vero e proprio sprovveduto come è stato invece dipinto, un po’ improvvidamente, da alcuni studiosi di relazioni internazionali dopo la morte di Kim Jong-il nel dicembre del 2011, ha colto la palla al balzo per screditare il blocco diplomatico USA/Giappone/Corea del Sud che dovrebbe impedire alla Corea del Nord di entrare a far parte del club degli «stati nucleari».

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe, che ha già ricoperto in passato la stessa carica come presidente del partito liberal-democratico (LDP), è il promotore di questa nuova iniziativa diplomatica affidata ad uno dei suoi più abili consiglieri, Isao Iijima. Egli è tornato a governare il paese (dal 26 dicembre 2012) dopo aver scalzato Yoshihiko Noda che assieme al suo partito (Partito Democratico del Giappone) erano stati duramente criticati dagli avversari politici per aver gestito male la disputa territoriale con la Cina per il possesso delle isole Senkaku (Diaoyutai in cinese), rivendicate anche da Taiwan. L’acquisto da parte del governo di Tokyo delle isole contese da un privato cittadino giapponese ha alimentato in Cina, in realtà, una serie di proteste pubbliche antinipponiche.

Durante la sua precedente esperienza di governo (20 settembre 2006 – 26 settembre 2007), Abe sostenne una politica a favore di una maggiore autonomia difensiva militare senza sminuire, tuttavia, l’importanza del ROK/U.S. Mutual Security Agreement (1954) come deterrente nei confronti di stati nemici e per controbilanciare il peso dell’alleanza militare tra la Cina e la Corea del Nord legate dal 1961 da un trattato di amicizia, cooperazione ed assistenza reciproca (Sino-North Korean Treaty of Friendship, Cooperation, and Mutual Assistance).

Il nuovo «assalto diplomatico» al regime di Pyongyang è una chiara manifestazione della volontà del governo di Tokyo di rimarcare i propri margini di autonomia politica dagli Stati Uniti, alleato cui il Paese ha delegato la propria sicurezza nazionale all’indomani della seconda guerra mondiale. Inoltre Abe vorrebbe trasformare le forze di autodifesa giapponesi (Self-Defense Forces) in un esercito moderno in grado di intervenire militarmente in difesa di uno stato alleato. Potrebbe trattarsi di un escamotage per abrogare l’art. 9 della MacArthur’s Japanese Constitution, in vigore dal 3 maggio del 1947, che proibisce al Paese del Sol Levante di riarmarsi (“Aspiring sincerely to an international peace based on justice and order, the Japanese people forever renounce war as a sovereign right of the nation and the threat or use of force as means of settling international disputes…). Il Giappone appare, quindi, piuttosto irrequieto per le «ambizioni nucleari» della Corea del Nord, oltre per la crescita militare della Cina.

Altro elemento di debolezza del blocco diplomatico USA/Giappone/Corea del Sud è costituito dalla evidente fragilità delle relazioni tra gli ultimi due. Il retaggio storico della colonizzazione giapponese della Penisola di Corea (1905-1945) continua, infatti, ad essere il principale motivo di attrito tra i due paesi. Ad aggiungere nuove tensioni alle relazioni nippo-sudcoreane è inoltre la controversia territoriale per la sovranità sulle isole Dokdo (Takeshima, in giapponese). Quando l’ex presidente sudcoreano Lee Myung-bak visitò lo scorso agosto queste piccolissime isole, che si trovano nel Mar del Giappone e i cui fondali marini che le circondano custodiscono con ogni probabilità ricchi di giacimenti di gas naturale, il governo di Tokyo, che le considera parte integrante ed inalienabile del territorio giapponese, in segno di protesta richiamò immediatamente il suo ambasciatore dalla capitale sudcoreana.

Il blocco diplomatico USA/Giappone/Corea del Sud cerca di far leva sul peso economico-politico che la Cina ha sul regime di Pyongyang. Ma il Paese del Centro considera la tradizionale amicizia con la Corea del Nord un efficace deterrente «nucleare» contro una nuova invasione militare giapponese dopo quella del 1937. La Cina, pertanto, protegge militarmente il suo antico alleato dopo lo smembramento dell’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) nel 1991. L’affermazione di Mao Zedong che «la Cina e la Corea del Nord sono vicine come i denti alle labbra» simboleggia la natura delle relazioni tra i due paesi. E sebbene Pechino sia irritata per l’ultimo test nucleare della Corea del Nord, che con la sua military first-policy rischia di destabilizzare l’economia del Nord-Est asiatico, le sue relazioni con il regime di Pyongyang restano amichevoli e stabili.

Mentre la Federazione Russa cerca di dirimere con gli Stati Uniti la controversia legata allo scudo missilistico europeo, -il presidente americano Barack Obama incontrerà il collega russo Vladimir Putin prima del summit del G20, – che si terrà dal 2 al 5 settembre prossimo a San Pietroburgo (Federazione Russa) -, il Paese del Sol Levante ha provato ad «avvicinare» (approcher) il leader nordcoreano Kim Jong-un, ma senza successo. Ciò testimonia la difficoltà di creare un fronte diplomatico coeso e determinato per ottenere lo smantellamento completo, verificabile ed irreversibile (CVID) del programma nucleare della Corea del Nord.
 

 

  

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