Giappone: Abe e l’Abenomics alla prova del confronto internazionale
Verso la fine di dicembre, conclusa l’esperienza di governo del partito democratico, il liberale Shinzo Abe è stato rieletto primo ministro del Giappone. Dipinto quasi in tutto il mondo come un nazionalista conservatore, Abe sta tuttavia destando clamore per la sua politica economica che si pone in netta controtendenza rispetto alla linea seguita da altri Paesi occidentali.

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L’economia, la finanza e lo sviluppo delle infrastrutture

Le “tre frecce” nella faretra di Abe sono stimolo fiscale, svalutazione competitiva e riforme strutturali, per uscire dalla recessione aumentando i consumi e le esportazioni. Ciò da un lato ha fatto gridare allo scandalo il FMI, preoccupato dall’innalzamento del debito pubblico che ha raggiunto il 245% del PIL, dall’altro ha incontrato il favore dei premi Nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman. Ma, novità fra le novità, cade anche il dogma del “divorzio” della banca centrale, obbligata a “tornare al tetto coniugale” con politiche monetarie accomodanti, poiché Abe ha sostenuto la candidatura a governatore del suo favorito Haruhiko Kuroda lasciando intendere che in caso contrario avrebbe riportato la banca centrale sotto il controllo del governo cambiando la legislazione. Quindi la banca centrale sta sostenendo le politiche espansive con un piano illimitato di acquisti e perseguendo l’obiettivo di far salire l’inflazione al 2%. 

I risultati non si sono fatti attendere, e sono stati molto incoraggianti: dopo il pacchetto di stimoli fiscali pari a 109 miliardi di euro, varato in gennaio, il PIL è cresciuto dello 0,9 sul periodo precedente (+3,5% sul primo trimestre 2012). La spesa per consumi è in ripresa, registrando anch’essa un +0.9%, e si prevede che con il prossimo pacchetto di interventi da 76 miliardi di euro la crescita raggiungerà il 2,5%, considerato il valore potenziale del lungo periodo. Il necessario complemento per far riprendere gli investimenti privati di un’industria fortemente internazionale come quella giapponese è un intervento dal lato dei costi, in particolare quelli energetici. Infatti, messe in manutenzione le 54 centrali nucleari dopo il disastro di Fukushima, il Giappone si è affidato sui combustibili fossili – importati a caro prezzo – e solo in parte sulle rinnovabili. Ciò ha avuto riflessi molto negativi sulle bollette delle famiglie e delle imprese, che i fornitori di energia hanno dovuto aumentare del 20% per recuperare parte dei maggiori costi. La situazione non è più compatibile con la scelta inflazionista, che farà rincarare le importazioni. In sostanza, se si vuole ridare respiro alle imprese, la via passa anche per l’energia a basso costo, ed in merito la scelta di Abe è chiara: tornare al nucleare, sconfessando le scelte fatte dal precedente partito democratico.

La cooperazione internazionale

La politica estera di Abe è una diretta proiezione del programma di riforme strutturali interne, cercando di garantire negli anni a venire la stabile presenza del Giappone in tutte le principali aree di libero scambio del Pacifico e dell’Indiano per dare così una solida base di continuità politica agli investimenti delle imprese giapponesi nell’area. I legami più consistenti, dal punto di vista della dimensione economica e del peso politico, sembrano essere quelli che legano a doppio filo il Giappone all’India e agli USA nell’ambito dell’ASEAN, della Trans-Pacific Partnership (TPP) e del Corridoio Indo-Pacifico. In particolare, il Giappone sembra farsi forte del suo tradizionale ruolo di avamposto statunitense nella sponda occidentale per muovere grandi masse di investimenti e sfruttare così le sinergie con gli Stati Uniti, implementando programmi congiunti di cooperazione per lo sviluppo e la sicurezza degli altri Paesi dell’area.

I negoziati per l’espansione a gran parte del Pacifico della vecchia P4 (Brunei, Cile, Nuova Zelanda e Singapore) sono in grande fermento: si è giunti in maggio al diciassettesimo ciclo negoziale, che vede gli Stati Uniti in prima linea per la creazione di un’area che dovrebbe rappresentare il 61% delle loro esportazioni. In tutto questo, l’ingresso del Giappone nella TPP sarebbe cruciale sia di per sé, sia per accrescere i benefici dell’accordo nei confronti degli Stati firmatari e la forza di attrazione verso le altre economie della regione (l’area raggiungerebbe il 40% del PIL mondiale, 27 trilioni di dollari, due volte l’UE), sia per gli Stati Uniti stessi. Infatti, il Giappone è il secondo investitore negli Stati Uniti dopo il Regno Unito, con circa 290 milioni di dollari, ed ha creato 388.000 posti di lavoro nel solo settore delle autovetture; per questo motivo, molti statunitensi ritengono che i benefici che il loro Paese otterrebbe dalla TPP sarebbero di gran lunga amplificati se si riuscisse ad includere anche il Giappone, che aumenterebbe i suoi investimenti negli Stati Uniti dai quali importerebbe al tempo stesso una maggiore quantità di prodotti agricoli. Non c’è quindi da sorprendersi se la diplomazia statunitense si stia adoperando perché al prossimo ciclo negoziale sia presente anche un delegato giapponese, ma forse potrà destare curiosità il fatto che circa settanta imprese di commercio di prodotti agricoli abbiano scritto una lettera al presidente Obama per chiedergli di sostenere l’ingresso del Giappone nella TPP.

Nel corso di un dialogo informale tenuto in maggio, i delegati indiani, giapponesi e statunitensi hanno confermato che i tre Paesi hanno un comune interesse nel definire un’architettura istituzionale di regole condivise per la stabilità dell’Asia.

A tal proposito, dovrebbe avere un grande peso, soprattutto per gli interessi statunitensi nell’area, lo sviluppo del Corridoio Indo-Pacifico, in cui garantire una circolazione dei beni libera e sicura sia dai pirati sia dalle dispute fra Stati, che dovranno trovare nella diplomazia il canale principale di risoluzione. Il corridoio è altresì essenziale ad aumentare l’inclusione delle zone interessate, su tutte Pakistan ed Afghanistan, per portarvi la stabilità economica e la pace necessarie allo sviluppo. In questa sede, diverse conferme sono venute all’operato di Abe: la politica economica è stata accolta con grande ottimismo; ma anche la politica energetica è stata apprezzata, per la scelta di riattivare le centrali nucleari che permetterà una cooperazione internazionale in materia di usi civili dell’energia atomica, come già accade per progetti giapponesi in Turchia e negli Emirati.

Proprio l’India si sta rivelando un poderoso magnete per gli investimenti del Giappone, che sta dando supporto tecnico in numerose grandi opere di interesse nazionale, come ferrovie ad alta velocità, fabbriche di automobili e sviluppo della rete informatica; la collaborazione più consistente, tuttavia, è il progetto del Delhi – Mumbai Industrial Corridor (DMIC), l’immenso programma infrastrutturale indiano, scritto a quattro mani con il Giappone, che si pone l’obiettivo di sviluppare nuove città industriali come smart cities ed attirare tecnologie di nuova generazione nei settori delle infrastrutture per ampliare la capacità produttiva, facendone così un motore per lo sviluppo delle città e dell’occupazione. Per dare un’idea della posta in gioco, soltanto nella prima fase sono previste sette nuove città industriali. L’intensificarsi dei rapporti con la “vecchia” ASEAN è stato espressamente indicato come uno dei canali preferenziali per la ripresa economica già all’indomani del disastro di Fukushima: anche in seno all’ASEAN sono in cantiere numerosi progetti di espansione per includere Australia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda in quella che dovrebbe diventare la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un’area di libero scambio da 3 miliardi di abitanti e 17 trilioni di dollari di PIL consolidato, il 30% del PIL mondiale. Gli sforzi in questa direzione hanno portato Abe perfino nel Myanmar, che non vedeva un uomo di Stato giapponese dal 1977: sono stati cancellati 1,8 milioni del debito birmano e promessi consistenti investimenti nella zona economica speciale del porto di Thilawa. Verso il resto dell’ASEAN l’impegno non è da meno: sono stati intensificati gli acquisti dei titoli degli Stati membri, agevolando gli investimenti nelle valute locali da parte delle imprese giapponesi, che così hanno impiantato fabbriche, vinto commesse e rilevato attività anche in Paesi storicamente poco amici, come il Vietnam o le Filippine.

Questo comportamento in realtà continua una storica tradizione di aiuti pubblici allo sviluppo inviati agli ex tributari dell’impero giapponese come riparazione dei danni di guerra; stavolta, tuttavia, è finito sotto la lente dell’OCSE, che accusa il Giappone di usarlo come uno strumento di profitto. Sotto accusa sarebbe non tanto la concessione di finanziamenti per pagare le infrastrutture costruite dalle aziende giapponesi – del resto giustificabile sotto il punto di vista del vantaggio tecnologico – quanto il ritorno che il Giappone ed altri nomi eccellenti come Francia e Germania avrebbero avuto in termini di interesse corrisposto dai beneficiari, che eccederebbe di gran lunga l’ammontare dei finanziamenti concessi. La politica estera del nuovo governo non disdegna neanche la lontana Africa: in giugno, Abe ha annunciato un piano quinquennale di investimenti di 100 miliardi di yen per stabilizzare la regione del Sahel, intervenendo sullo Stato sociale e la formazione tecnica per migliorare le condizioni di vita e le capacità lavorative delle persone, in un contesto che vede una forte ed improvvisa crescita (4,7% nel 2012) accompagnarsi ad altrettanto marcate differenze nel tenore di vita, in assenza di controllo su crescita della popolazione, inurbamento ed impatti sull’ambiente. È una realtà che richiede grossi investimenti, una buona occasione per non perdere il treno dello sviluppo africano cui diversi Paesi stanno guardando con attenzione, tant’è che i flussi di investimenti privati hanno superato gli aiuti pubblici allo sviluppo. In particolare, gli aiuti promessi dal Giappone prevedono anche l’addestramento di 2000 soldati africani in tecniche di sicurezza ed antiterrorismo, per evitare il ripetersi di episodi come l’attacco agli impianti in Algeria, in cui sono stati uccisi dieci lavoratori giapponesi.

Le tensioni internazionali

È interessante notare come le dispute territoriali per le isole circostanti il Giappone possano fungere da cartina tornasole dei rapporti di forza con le potenze confinanti: finché non vi si era indicata la presenza di possibili giacimenti di petrolio e gas naturale, e soprattutto finché la Cina non aveva iniziato ad avvertire la necessità di consolidare la propria presenza nei mari antistanti, la questione della sovranità giapponese sulle Senkaku era stata abbastanza pacifica. Del pari, quando negli anni ’90 la Russia post-sovietica aveva bisogno di investimenti per progetti energetici nella parte orientale, la questione delle isole Curili (sottratte da Stalin al Giappone prima della fine della guerra, il motivo per cui i due Paesi non hanno mai firmato un trattato di pace) era rimasta in secondo piano. Tuttavia, i recenti sviluppi delle dinamiche economiche e geopolitiche nel Pacifico occidentale hanno riaperto queste dispute, in cui il Giappone sta tentando di rinegoziare la propria posizione nell’equilibrio regionale.

Due anni fa, la situazione del Giappone era assai sfavorevole: crediti in sofferenza sull’onda della crisi internazionale, frequenti cambi di governo, tensioni con gli Stati Uniti per lo spostamento della base di Okinawa; così la Russia di Medvedev, vuoi per la crescente importanza della regione, vuoi per accontentare i propri “falchi”, decise di ricostruire il suo comando militare per l’Estremo Oriente portandovi sistemi antiaerei, navi d’assalto, aerei da caccia e bombardieri, elargendo inoltre aiuti economici alle amministrazioni locali. La notizia ovviamente non fu ben accolta dal Giappone, ma in quel momento non era in grado di dare una risposta immediata. Che sembra invece essere arrivata proprio con Abe, poiché quest’anno il Giappone ha istituito la “Giornata dei Territori del Nord” in commemorazione del trattato russo-giapponese di Shimoda (7 febbraio 1855), che riconosceva al Giappone la sovranità sulle isole; la risposta russa è stata, due giorni prima della ricorrenza, il lancio di un’operazione militare congiunta su larga scala in tutta l’area.
Negli ultimi mesi, invece, la situazione sembra essere ad una nuova svolta, proprio per opera di Abe, che in maggio è andato in visita da Putin per discutere sulla possibilità di siglare dopo oltre 60 anni il trattato di pace; ancora una volta, sul piatto c’è la possibilità di avviare una cooperazione per lo sfruttamento ed il transito delle risorse energetiche nell’area. Il Giappone nel 2012 è stato la seconda controparte commerciale della Russia in Asia dopo la Cina, con una crescita del fatturato del 5,3% (32 miliardi di dollari) ed investimenti cumulati per un totale di 10,7 miliardi di dollari. Allo stato attuale, necessita di aumentare la propria capacità di approvvigionamento di gas naturale, almeno finché non si sarà deciso che cosa fare delle centrali nucleari. Dal canto suo, la Russia necessita di nuovi acquirenti per il proprio gas, per contenere i danni che potrebbero venirle dalla shale gas revolution americana, e di forti investimenti per lo sfruttamento delle risorse nel proprio Estremo Oriente. Il primo passo per la nuova cooperazione prevede l’investimento da parte di Gazprom di un miliardo di dollari per un rigassificatore da 15 milioni di tonnellate l’anno sulle coste del Giappone; allo stesso tempo, è prevista una partecipazione di imprese giapponesi nella stesa di un cavo da 500 kV nel tratto Sakhalin-Khabarovsk-Giappone. Comune ai due Paesi sembra essere l’intenzione di bilanciare l’ascesa della Cina nella regione, anche se la Russia continua ad intrattenere ottime relazioni con quest’ultima.

La linea dura di Abe, i suoi richiami al nazionalismo ed i “colpi di testa” di alcuni dei suoi ministri stanno compromettendo i rapporti con la Cina ma anche con la Corea del Sud. Già in aprile, un vertice sudcoreano-giapponese era saltato per la visita del vice premier del Giappone Taro Aso al sacrario di Yasukuni, dove riposano due milioni di soldati giapponesi morti durante la II Guerra Mondiale, assieme a quattordici criminali di guerra. Come se non bastasse, in maggio è giunta la notizia a sorpresa di un tentativo di dialogo da parte di Abe con la Corea del Nord per risolvere la questione degli ostaggi giapponesi. Sempre in maggio, per la prima volta in tredici anni di collaborazione ravvicinata, i vice ministri cinese e sudcoreano hanno disertato, a loro dire per motivi interni, un vertice dell’ASEAN cui era presente anche il vice ministro giapponese, ma sembra che ciò sia dovuto alle dispute sulle isole Takeshima/Dokdo (con le due Coree) e le Senkaku/Diaoyu (con la Cina). Non che le risposte del governo nipponico abbiano tentato di placare gli animi: Abe poco dopo l’episodio ha dichiarato che «Cina e Giappone non hanno mai intrattenuto relazioni pacifiche», mentre l’ADB (Asian Developement Bank) lo invitava alla cautela per non turbare i mercati finanziari – e danneggiare in ultima istanza gli investitori giapponesi, che si erano trovati di fronte ad un boicottaggio delle loro merci.

La questione delle Senkaku/Diaoyu è la più delicata, non perché Cina o Giappone abbiano l’intenzione di scatenare una guerra per esse, ma per la situazione nel complesso, che è il risultato di una serie di piccole provocazioni successive – l’ultima è di settembre, quando il governo giapponese ha ufficializzato l’acquisto delle isole da parte dei proprietari, privati cittadini. Le forze militari dei due Paesi sono in costante stato di tensione, sì che il rischio di errori è alto e preoccupa non poco gli Stati Uniti, che, pur evitando di pronunciarsi sulla questione territoriale, hanno precisato che il loro obbligo di intervento in difesa del Giappone copre anche le isole Senkaku. In una situazione del genere, anche un piccolo errore potrebbe avere conseguenze imprevedibili.

Sul fronte della politica interna, un cavallo di battaglia del governo Abe è la revisione costituzionale in senso “militarista”, che, viste le tensioni con i vicini, potrebbe incontrare il favore dell’opinione pubblica tendenzialmente pacifista, raccogliendo consensi anche all’esterno del bacino elettorale del partito liberale. Il grosso della questione si gioca sulla modifica, o la reinterpretazione, dell’articolo 9 – che al momento prevede che il Giappone non possa avere un esercito ma solo una forza di autodifesa – estendendo il concetto di autodifesa anche agli alleati per giustificare eventuali interventi in loro aiuto. Tuttavia, il clima favorevole potrebbe aprire la strada ad altre ben più significative restrizioni della libertà individuale per motivi di ordine pubblico, al ripristino dell’imperatore come capo di Stato ed alla riforma dei programmi di storia per cancellare od edulcorare lo studio delle aggressioni giapponesi nel Pacifico prima della II Guerra Mondiale.

Conclusioni

Il nomignolo Abenomics è carico di significato più di quanto non si pensi, poiché promuove Abe ad inventore di quella che in realtà è una semplice politica economica espansiva ma che ormai alle nostre orecchie suona come un complesso di parole dimenticate, testimoniando quanto decenni di mantra sulla spesa pubblica come malum in se abbiano disabituato l’Occidente ad un vero pluralismo nel pensiero economico. Ma forse il clamore suscitato dal modello Abenomics è eccessivo: come si è visto, i provvedimenti presi sono ben collaudati nella storia economica occidentale, ma il fattore cruciale che difficilmente ne farà un modello esportabile è dato dalle ridotte dimensioni del Giappone, che gli permettono di prendere il contesto come dato; una serie di interventi del genere in un’area come gli USA, l’UE o la Cina avrebbe effetti destabilizzanti sull’intera economia mondiale e retroazioni difficilmente prevedibili, sia dal punto di vista economico sia politico.

La linea di “nazionalismo civico” in contrapposizione al “nazionalismo etnico” – così è stata definita dal professor Doak della Georgetown University – sembra produrre, in un modo o nell’altro, i suoi frutti sul piano internazionale, in quanto al “nazionalismo” della visita al sacrario di Yasukuni, del revisionismo sui libri di scuola, della nuova Festa del ripristino della sovranità per commemorare la fine dell’occupazione americana, si affianchino proposte volte a rilanciare il Giappone come una forza di sviluppo economico inclusivo e pan-asiatico. Per dirla con le parole dello stesso Abe, «Quando delineiamo i temi che il Giappone sta affrontando, non solo il problema degli ostaggi nordcoreani, ma anche le questioni territoriali, le relazioni fra Giappone e Stati Uniti oppure tematiche economiche come la TPP, io credo che abbiano tutti la stessa radice.

Non è forse questo il prezzo che abbiamo pagato per aver goduto della prosperità economica mentre rimandavamo questi problemi al futuro, senza una chiara coscienza che la vita e la ricchezza della nazione civica giapponese ed il territorio del Giappone devono essere protetti dal governo giapponese stesso? Davvero, “scappare dal dopoguerra” è ancora il tema più importante per il Giappone, proprio come lo era cinque anni fa quando ero primo ministro. Durante le ultime elezioni politiche, il LDP ha lanciato lo slogan Riprendiamoci il Giappone. Questo non significava solo riprenderci il Giappone dal governo del partito democratico. Mi sento di andare oltre, e dire che siamo in una battaglia per far riprendere il Giappone dalla storia postbellica per mano dello stesso popolo giapponese.»