Le crisi europee, il ruolo dell’UE e la difesa dell’interesse nazionale dell’Italia: Gianfranco Fini a colloquio con Geopolitica.info

Geopolitica.info ha intervistato Gianfranco Fini, Presidente dell’associazione Liberadestra, ex Ministro degli Esteri e Presidente emerito della Camera dei Deputati, conversando ad ampio raggio sulle crisi che circondando l’Europa, il ruolo dell’Unione Europea, l’interesse nazionale e le prerogative della politica estera italiana.

Le crisi europee, il ruolo dell’UE e la difesa dell’interesse nazionale dell’Italia: Gianfranco Fini a colloquio con Geopolitica.info - GEOPOLITICA.info

Presidente, seguendo la cronaca politica italiana abbiamo l’impressione che i cittadini italiani, diversamente dagli osservatori internazionali, non riescano a percepire quali sono i capisaldi della nostra politica estera. Ci può dire qual è la sua definizione di interesse nazionale e quali sono secondo lei le linee programmatiche per una crescita della consapevolezza di tale concetto?

La difesa dell’interesse nazionale nell’epoca della globalizzazione presuppone la piena consapevolezza che un paese come il nostro deve avere un ruolo attivo in primo luogo all’interno delle organizzazioni internazionali, e sovranazionali, in primis l’Unione Europea. E’ infatti in quelle sedi, assai più che nel rapporto bilaterale con gli altri Stati, che è possibile affrontare positivamente le questioni che incidono sul presente e soprattutto sul futuro degli italiani. La globalizzazione porta con sè rischi e opportunità comuni ad intere aree geopolitiche, non solo per i singoli stati nazionali. Ne consegue che la nostra politica estera deve individuare le macro aree in cui essere protagonisti al fine di ottimizzare in sede multilaterale la sua azione: al primo posto vi è il Mediterraneo.

L’Unione Europea vive oggi una serie di crisi geopolitiche di tale gravità da comprometterne la tenuta. Dalla fine del momento bipolare in avanti mai il progetto della “casa comune” si era trovato a fronteggiare contemporaneamente molteplici situazioni di conflitto (sia militare che socio-politico) ai propri confini: dall’Ucraina alla Libia, dalla FYROM alla Turchia, l’Unione Europa appare sempre più una “fortezza Europa” chiusa su se stessa e sempre meno capace di “affermare la sua identità sulla scena internazionale, segnatamente mediante l’attuazione di una politica estera e di sicurezza comune”, come recita il Trattato di Maastricht. Qual è la sua lettura geopolitica degli eventi in corso?

L’UE è al bivio: o riesce davvero, specie nella politica estera e di sicurezza (ma non solo) ad assumere “una sua identità sulla scena internazionale” oppure rischia di regredire, se non di dissolversi. Viene oggi al pettine il nodo rappresentato dal fallimento del tentativo di redigere una sorta di Costituzione europea: la Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing approvò un testo ma il referendum francese e olandese lo bocciarono. Da allora il pilastro dell’architettura istituzionale dell’UE è la riunione dei Capi di stato e di governo  assai più che la Commissione o il Parlamento di Strasburgo. Chi sia mister o lady PESC non importa: oggi la Mogherini, come ieri  la  Ashton, è a capo di un “ministero” che di fatto non esiste. Nè ci sono segnali confortanti circa la volontà di porre rimedio alla situazione; ed è paradossale che tutti si interroghino sulle conseguenze per l’UE della possibile uscita della Grecia dall’eurozona e quasi nessuno rifletta sul rischio ancora maggiore che le istituzioni europee corrono, in termini di credibilità, se continueremo ad essere inesistenti ogni volta che c’è una crisi politico militare ai suoi confini.

Lo stallo dei negoziati di adesione all’UE con la Turchia, il fallimento del Processo di Barcellona per il dialogo con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, l’irrilevanza del Partenariato Orientale. Viceversa, assistiamo a ottime relazioni dell’UE con la Repubblica Popolare Cinese, il Brasile e altre economie emergenti importanti ma lontane. Ora, possiamo chiederci provocatoriamente se proprio l’Unione Europea, fondata sui principi di collaborazione, dialogo e mantenimento della pace, non sia diventata in realtà un agente destabilizzatore?

Diciamo che l’UE è divenuta presbite: vede bene ciò che è lontano ma è miope, quasi cieca, quando si tratta di ”leggere” ciò che le è più vicino. La incapacità di sviluppare una politica estera e di difesa comune nella sua area geografica e di influenza ha fatto si che l’UE guardasse altrove, sia perché nessuno chiede a Bruxelles di esercitare un ruolo nel “mantenimento della pace” in Cina o Brasile sia perché gli interessi nazionali dei paesi UE tendono a convergere e non a contrapporsi quando si relazionano a macro realtà continentali.

“Povera Germania, troppo grande per l’Europa, troppo piccola per il mondo”. Le parole di Henry Kissinger risultano quanto mai attuali. Quali sono le chiavi per un dialogo proattivo con una Berlino che vive quasi un “momento unipolare”, leader europeo suo malgrado e affiancata da una Francia indebolita?

Aldilà della disputa ricorrente tra chi sostiene che Berlino vive “un momento unipolare” per  sua precisa scelta e volontà e chi pensa che sia costretta a viverlo per il venir meno dei partners ( la stessa Francia è ondivaga al riguardo), credo che un paese come il nostro possa e debba fare di più nel rapporto con la Repubblica federale tedesca. Ad esempio sostenere il tentativo di rafforzare il governo dell’euro zona tramite  politiche economiche e fiscali quanto più omogenee possibili da parte dei paesi che hanno rinunciato alla sovranità monetaria. L’Europa a due velocità è già una realtà di fatto non è più una prospettiva sgradita. Se è quasi inevitabile, pena l’esplosione dell’Unione, che sorga un “ direttorio” Roma deve farne parte proprio nell’ottica di come meglio tutelare il nostro legittimo interesse nazionale. E’ altresì ovvio che ciò comporta  politiche economiche e sociali tutt’altro che facili da adottare sul piano interno, ma questo è un altro discorso.

Il nostro Ministero degli Esteri qualifica come “relazioni privilegiate” i rapporti con la Russia, un “ partenariato strategico basato su interdipendenza e interessi comuni”. Nella fase attuale, quali sono secondo lei gli interessi comuni tra i due Paesi e come giudica nel merito la linea tenuta dalla Farnesina riguardo il dossier Ucraina? Se le sanzioni risultano utili – se non necessarie – nel caso di Paesi quali Bielorussia, Iran e Corea del Nord, lo stesso può dirsi nel caso di Mosca?

La nostra posizione verso Mosca dopo l’invasione militare della Crimea era inevitabile alla luce del “ fronte della fermezza” che univa Washington e Londra a Parigi, Berlino e Varsavia. Avessimo privilegiato il nostro interesse, specie in materia di approvvigionamento  energetico, rispetto al dovere morale di sanzionare   una invasione con i carri armati ( perché di questo si è trattato) avremmo tradito la ragione stessa della nostra collocazione nell’ambito occidentale ed europeista. Ciò detto, oggi si tratta soprattutto di contribuire a definire una posizione comune dell’UE non solo rispetto a Putin ma anche  rispetto al rischio, sempre più reale, del ritorno di una contrapposizione strategica e di fondo tra Mosca e Washington. E in questo contesto, molto più ampio delle sanzioni economiche, che occorre muoversi come ha lucidamente esortato a fare qualche giorno fa il presidente Mattarella. E l’Italia deve essere attiva in sede europea perché ciò avvenga.

Presidente, soffermiamoci sulla sponda sud del Mediterraneo. Dapprima il Processo di Barcellona, in seguito l’iniziativa incolore dell’Unione per il Mediterraneo a guida francese, l’intervento franco-inglese in Libia coperto dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza n.1973, la spinta alla rivoluzione in Tunisia. Eliminando Gheddafi e Ben Ali i francesi, con l’assenso anglo-americano e il non intervento tedesco, hanno di fatto chiuso i conti con i due dittatori e imposto nuovamente la propria influenza in Nordafrica. Cosa non ha funzionato nella politica estera italiana?

Forse l’intervento anglofrancese contro Gheddafi, fortemente voluto da Parigi per affermare il proprio ruolo nel Nord Africa, non sarebbe stato possibile se tutto l’Occidente avesse tratto insegnamento dalla guerra in Irak e non avesse travisato la realtà in occasione della cosiddetta  primavera araba, ed in specie della caduta di Mubarak. Eliminare un dittatore non significa, specie nel mondo arabo mussulmano, instaurare automaticamente una democrazia, perché questa o sorge dal basso, dalla società, oppure rischia di morire nella culla, soffocata da tribalismi e integralismi. Può essere “politicamente poco corretto “ affermarlo, ma personalmente non ho dubbi nel dire che se in Egitto non ci fosse stato il colpo di stato militare dopo la vittoria  di Morsi, oggi quel paese sarebbe ridotto come la Libia o nella ipotesi migliore non sarebbe di certo in prima fila contro i tagliagole dell’ISIS… E’ risaputo che il governo Berlusconi subì l’intervento militare a Tripoli e non ebbe alcun ruolo nel promuoverlo, anzi. Si può obbiettare che non fece nulla per impedirlo, ma è purtroppo vero che nessuno poteva fare nulla contro quello che sembrava il… vento della storia.

La conseguenza più evidente delle dinamiche nordafricane è la ripresa dei flussi migratori. Quali sono le soluzioni di politica interna che il nostro Paese dovrebbe intraprendere? E’ opportuno rimettere mano alla legislazione sul tema  – la legge Bossi-Fini è ancora attuale? Le proposte in discussione in sede comunitaria la convincono?

L’esodo biblico di centinaia di migliaia di migranti verso L’Europa, e quindi in primo luogo verso  l’Italia, riguarda in maggioranza uomini e donne che provenendo da aree ( Libia, Siria, Corno d’Africa, Africa Subsahariana) in cui sono in corso guerre e carestie chiedono il diritto d’asilo per ragioni umanitarie. La legge Bossi Fini regola   la presenza in Italia del migrante che viene da noi per lavorare (permesso di soggiorno subordinato al contratto di lavoro)   e non è applicabile ai richiedenti asilo, ai profughi. Inoltre è ormai risaputo che il Trattato di Dublino II ( il richiedente asilo deve rimanere nel paese UE che per primo lo accoglie e lo identifica) alimenta egoismi nazionali di molti paesi dell’Unione che non vogliono farsi carico di un dovere di solidarietà che oggi grava in particolare sulle spalle dell’Italia. Sulla tragedia della immigrazione di massa l’UE sta perdendo ogni residua credibilità, balbetta e fugge di fronte alle sue responsabilità. Ma va anche detto che purtroppo la politica italiana sempre in campagna elettorale e incapace di coesione anche di fronte alle emergenze più gravi, si mostra inadeguata. Il nostro interesse nazionale avrebbe voluto che fossero  tutte le nostre istituzioni a sostenere gli sforzi del governo a Bruxelles per  1) condurre operazioni di polizia internazionale contro gli scafisti   2) allestire centri di raccolta in Africa dove riconoscere agli aventi diritto lo status di rifugiato  3) distribuirli  proporzionalmente nei paesi dell’Unione.  Purtroppo sappiamo che così non è stato e non è.