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TematicheEuropaGermania: tra crisi industriale e transizione energetica

Germania: tra crisi industriale e transizione energetica

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Il paese mitteleuropeo, perno economico e finanziario dell’UE, per la prima volta dagli anni ‘90 si trova in mezzo ad una crisi economica, tanto da richiamare l’appellativo di “malato d’Europa”, termine usato dopo la riunificazione tedesca per esprimere il ristagno economico che Berlino dovette affrontare per rivitalizzare la  Bundesrepublik. Da quel momento storico la Germania ha raggiunto vette di benessere e di potenza economica che per due decenni hanno rappresentato il modello e il traino per i paesi dell’UE e non. Per capire la situazione in cui si trova oggi è necessario analizzare sia le politiche passate che il presente, che vede una convergenza di più fattori agire sul suo sistema paese.

Introduzione storica: l’Ostpolitik e l’Energiewende

Uno degli eventi più rilevanti a livello storico che più impatta sull’attuale rallentamento economico tedesco riguarda la scelta “geopolitica” del cancelliere della Repubblica federale tedesca Willy Brandt, che negli anni ‘70 iniziò un processo di normalizzazione e poi rafforzamento dei legami con i paesi del blocco orientale. Con l’uscita di scena dell’URSS, anche la neonata Federazione russa poté beneficiare di questa relazione privilegiata. Nei fatti, l’inizio di questa relazione di “vicinanza” permise l’intessitura di solidissimi rapporti commerciali di cui entrambi i paesi beneficiarono, scambiando abbondanti ed economiche materie prime con tecnologie e manufatti. La Repubblica federale tedesca, poi Germania, ha dunque potuto accedere a forniture di combustibili fossili di cui la più importante era il Gas naturale, a prezzi competitivi rispetto a quelli degli altri paesi occidentali. In questo modo ha potuto alimentare lo sviluppo e il rafforzamento della componente manifatturiera e pesante della sua industria, creando dei vincoli economici e infrastrutturali (gasdotti) molto importanti con la Russia, legami che si sono parzialmente interrotti con l’invasione russa dell’Ucraina, interrompendo un pluridecennale e proficuo rapporto.

L’altro elemento da considerare riguarda invece la politica interna ed è legato ad un cambiamento delle politiche energetiche (Energiewende), riassumibile in un maggior uso di energie rinnovabili ed il phase-out dall’energia nucleare. Anche in questo caso, le motivazioni di questo cambiamento hanno le radici negli anni ‘70, durante i quali si sviluppò un un forte movimento ambientalista antinucleare globalizzato. Il disastro di Chernobyl nel 1986, contribuì ad aumentare l’opposizione interna al programma nucleare tedesco, di fatto arrestandone lo sviluppo per quanto riguarda la costruzione di nuove e più moderne centrali. Nel 1998 con la vittoria della coalizione composta dall’ SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands ) e i “verdi”, vede per la prima volta un partito a forte matrice ambientalista al governo, che come principali obiettivi aveva l’uscita dal nucleare e lo sviluppo delle rinnovabili. Gli effetti si concretizzano due anni dopo, con l’approvazione di un programma di limitazione alla vita operativa delle centrali, entrato in vigore nel 2002 e dell’incentivo delle energie rinnovabili come sostituzione ai combustibili fossili. Anche se inizialmente la stessa  Angela Merkel riteneva il nucleare come importante accompagnamento verso la transizione energetica, tanto da includerlo nel suo Energiekonzept, ambizioso programma di raggiungimento di target a protezione del clima, l’effettiva decisione di chiusura delle centrali nucleari fu presa nel 2011 dalla cancelliera Merkel sull’onda dell’incidente alla centrale giapponese di Fukushima.

La congiuntura negativa

Gli eventi sviluppatisi con l’inizio dell’invasione russa in Ucraina nel febbraio 2022 sono cosa nota ma uniti agli effetti ancora in corso di un triennio di Pandemia di Covid-19 e l’inasprimento delle relazioni tra Cina e USA, hanno creato le condizioni per la “tempesta perfetta” sull’economia tedesca. Questa “policrisi” si è sviluppata da un lato con le nuove politiche ambientali promosse dall’UE attraverso il green deal, che mirano a decarbonizzare molti dei settori più inefficienti e inquinanti, dall’altro l’impatto del Covid-19 su consumi e supply-chain globali, entrambi rallentati con importanti impatti sull’economia mondiale. La massiccia restrizione dei flussi globali di prodotti semilavorati e materie prime, in particolare quelle provenienti dalla Cina, ha comportato un rialzo importante nel costo medio di moltissimi prodotti, mettendo alla luce una forte esposizione dei paesi europei rispetto agli approvvigionamenti esteri. Lo scoppio della crisi Ucraina e la conseguente crisi nelle relazioni tra Russia e paesi NATO ha ulteriormente inasprito i problemi legati alle forniture di materie prime, sia quelle “tradizionali”, come i combustibili fossili, che quelle “nuove”, utilizzate per la transizione energetica promossa da Bruxelles. La perdita di approvvigionamenti stabili e sicuri è dunque un primo importante fattore che impatta l’economia tedesca, in particolare nei settori dell’automotive, meccanico ed elettrico, dove la mancanza di componenti e materia prima nei periodi più acuti aveva colpito tra il 30 e il 50% delle aziende. Ad esempio il comparto automobilistico, da sempre pilastro dell’industria di Berlino, ha sofferto una riduzione della produzione del 35% nel biennio 2020–2022 rispetto al biennio precedente a causa della combinazione di mancanza di componenti e di cambiamento strategico della produzione verso i veicoli elettrici. 

Le industrie ad alti consumi energetici, come le acciaierie e il settore chimico, hanno subìto maggiormente il contraccolpo della perdita dell’economico gas russo, tanto da fare appello direttamente al governo per tamponare gli elevati costi energetici, soprattutto per quanto riguarda la produzione elettrica. A questo proposito è significativa la dichiarazione del CEO della BASF, Martin Brudermüller, che alla notizia del distacco tedesco dal gas russo dichiarò: Vogliamo consapevolmente distruggere la nostra intera economia?”. Il cospicuo aumento del prezzo di elettricità e gas ha spinto il governo Scholz ad approvare una serie di misure per fronteggiare la crisi. Recentemente è stato approvato un piano di sussidi statali per contenere i costi energetici crescenti per l’industria che costerà circa 12 miliardi di euro l’anno. Inoltre, nonostante sia uno dei paesi europei con maggior diffusione delle energie rinnovabili nel suo mix energetico, la contemporanea e definitiva dismissione degli ultimi impianti nucleari ha provocato un ammanco che è stato coperto con un aumento dei consumi di carbone, risorsa ben presente nel sottosuolo tedesco. Emblematica in questo senso la dichiarazione del ministro delle finanze Christian Lindner che afferma che fino a quando non vi sarà certezza di un abbassamento dei costi dell’energia, le centrali a carbone saranno fondamentali anche oltre il 2030. Un ulteriore elemento sono gli attuali problemi che affronta il sistema economico nel suo complesso nel processo di decarbonizzazione, con enormi progetti di parchi eolici bisognosi di aiuti governativi e una costosa gestione della rete elettrica nei momenti di eccesso di produzione delle rinnovabili. Non sorprendentemente, l’effetto combinato di alti prezzi di produzione, tempi logistici allungati e maggiori costi per gli approvvigionamenti hanno portato la Germania in una leggera recessione, unico dei grandi paesi europei il cui PIL è sceso nel 2023.

Conseguenze 

Le scelte di abbandonare il nucleare e di incrementare massicciamente il peso delle rinnovabili nel mix energetico tedesco sono state elaborate quando l’accesso a fonti stabili ed economiche di combustibili, in particolare il gas, era garantito. In questo momento manca quindi un elemento fondamentale per il progetto di transizione che la Germania stava implementando. Un eventuale ridimensionamento del sistema economico tedesco comporterebbe una crisi generalizzata delle economie dell’eurozona e avrebbe risvolti di difficile previsione. La stabilità globale e la capacità di reinventare i propri apparati produttivi saranno i due elementi chiave per Berlino per superare questa crisi, senza perdere di vista il concetto di sostenibilità, sempre più fondante di molte delle politiche europee e teoricamente anche tedesche. 

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