Germania: la solitudine dei numeri uno
La crisi economica che attanaglia l’intera Europa, seppur in misura variabile a seconda dei singoli contesti nazionali, non sembra dare tregua, né si intravedono spiragli di ripresa, almeno nel breve termine. Al contrario, gli indicatori della brusca frenata dell’economia sono sempre più negativi, in particolare quelli che destano maggior preoccupazione nei cittadini: disoccupazione montante, redditi abbattuti, impossibilità di risparmiare. La povertà, sino ad oggi un lontano ricordo in buona parte dei Paesi europei, si riaffaccia in modo preoccupante non solo per le fasce sociali tradizionalmente più esposte a tale pericolo, ma anche per quei ceti medi che se ne ritenevano, sino a pochi anni or sono, sostanzialmente esenti.

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Ad aggravare un quadro già di per sé così critico ha contribuito l’impostazione politico-economica adottata sinora nel Vecchio Continente su impulso delle istituzioni comunitarie, che hanno assecondato gli orientamenti del governo tedesco. La Commissione Europea, pur con qualche distinguo, ha subito in modo evidente il condizionamento di Berlino, complice la connivenza di Parigi all’epoca di Nicolas Sarkozy all’Eliseo. Giunto al potere Hollande, la musica non è cambiata: visti gli scricchioli dell’asse franco-tedesco, la Cancelliera tedesca ha saputo circondarsi di nuovi alleati, tra cui la Gran Bretagna -da sempre euroscettica-, l’Olanda e la Finlandia.Proseguendo lungo la rotta intrapresa, nonostante i visibili segnali dell’esigenza di una virata.

L’obiettivo tedesco è quello di rafforzare il senso di responsabilità dei Paesi membri dell’Ue sui quali grava il fardello di un deficit di bilancio insostenibile, che faticano a finanziarsi sui mercati per effetto dei frequenti –e non sempre comprensibili- declassamenti subiti per mano delle agenzie di rating. Ciò ha condotto alcuni Stati dell’Europa meridionale a barattare il sostegno finanziario ottenuto dai partner continentali con interventi molto severi in materia di contenimento della spesa pubblica. In altri e più concreti termini, la scure si è abbattuta sui servizi sociali, sulla sanità, sull’istruzione, sugli stipendi dei dipendenti pubblici e sulle pensioni, generando un clima di crescente malcontento sociale. Malcontento sociale canalizzato attraverso la violenza in alcuni casi ed il voto di protesta in altri. Molti Paesi europei stanno sperimentando l’emersione di forze politiche apparentemente antisistema, collocate sia all’estrema destra sia all’estrema sinistra, che mettono in discussione la programmazione macroeconomica adottata dai rispettivi governi su indicazione (o imposizione, secondo i suoi detrattori) della Commissione Europea. Non solo: sono sempre di più i grandi partiti che indicano il superamento dell’austerità quale elemento caratterizzante del proprio programma elettorale. Sarebbe riduttivo racchiudere tali obiettivi sotto l’ombrello del cosiddetto “populismo”, laddove, invece, questi programmi non fanno che raccogliere il grido di dolore e di allarme che proviene da fasce sempre più ampie della popolazione.

Per converso, le consultazioni tenutesi in alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, hanno evidenziato lo scarso appeal del rigorismo presso l’elettorato: gli schieramenti che dell’austerità hanno fatto una bandiera sono stati puniti nelle urne, rei, agli occhi di molti, di aver esacerbato una situazione già negativa. Se l’austerità porta il sigillo dell’esecutivo di Berlino, ai tedeschi non piace di certo essere additati quali aguzzini di mezza Europa.Tra cartelli in cui Angela Merkel è ritratta coi famigerati “baffetti” e roghi di bandiere tedesche, il già scarso soft power a disposizione della Germania si assottiglia di giorno in giorno. Paradossalmente, anche nel Paese dall’economia più dinamica del continente si manifestano le prime tendenze euroscettiche, forse non casualmente proprio in concomitanza con gli inattesi segnali di rallentamento della crescita del Pil. Alternativa per la Germania, accreditato dai più recenti sondaggi di un lusinghiero 5% (al di sopra della soglia di sbarramento), si propone di abbandonare la moneta unica per ritornare al marco, adducendo che ciò non decreterebbe la morte dell’Unione Europea, come invece sostenuto dai corifei dei salvataggi dei Paesi in crisi.

Il messaggio del neonato partito, sorto da una costola della formazione di governo –la Cdu, centrodestra, dalle cui file proviene Angela Merkel-, fa breccia nell’elettorato tedesco, refrattario ad addossarsi gli ingenti oneri derivanti dal sostegno offerto ai Paesi in crisi. Semplicisticamente, i “salvataggi” di Portogallo, Grecia e Cipro altro non sono che un conto pagato dai tedeschi per cene consumate da altri, sposando l’interpretazione invalsa nell’opinione pubblica di Berlino e dintorni. Va da sé che questa lettura mal si concilia con altri dati di cui tenere conto, quali i costi di finanziamento sui mercati internazionali, arrivati per lo Stato tedesco a livelli negativi, procurando un risparmio più che apprezzabile. In questo quadro, a suggellare il possibile nuovo corso intrapreso dalla Commissione sono giunte le parole del Presidente Barroso, rimbalzate sui media del mondo intero quale iniziale punto di scostamento tra Berlino e l’esecutivo europeo:“Pur convinto che questa politica sia fondamentalmente giusta, credo abbia raggiunto i suoi limiti”, ha dichiarato l’ex premier portoghese. Nessun dubbio sull’utilità e sulle finalità del rigore, secondo Barroso. Semmai, la presa d’atto della sua attuale indigeribilità. Data la contingenza economica, contrarre la spesa pubblica in modo tranciante e indifferibile non appare più una soluzione praticabile.

Da più parti, si sostiene la necessità di adottare politiche anticicliche, stimolando la ripresa attraverso l’incentivo alla domanda pubblica e sostenendo, seppur indirettamente, i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. L’inflessibile Olli Rehn, Commissario Europeo agli affari economici, grande fustigatore dei Paesi indebitati, si è accodato alle dichiarazioni di Barroso, lasciando trapelare un prossimo superamento della trincea rigorista nella quale le istituzioni si sono asserragliate da più d’un biennio. Pur temperando la propria apertura col richiamo al nesso di causa effetto tra alto indebitamento ed assenza di crescita, anche il rigorista par excellence sembra aver colto il segno dei tempi. Non resta che il governo di Berlino, fiancheggiato da una sparuta minoranza di esecutivi europei, a pretendere sacrifici insostenibili per i cittadini europei.