A più di sei mesi dalle elezioni parlamentari, la Georgia si trova sospesa tra il consolidamento del governo in carica e le crescenti proteste di una popolazione che guarda all’Europa. Tra tensioni interne e pressioni estere il futuro del paese dipende dall’equilibrio tra stabilità politica, aspirazioni democratiche e relazioni internazionali sempre più complesse.
Le elezioni parlamentari di ottobre 2024, preannunciate come estremamente divisive, e i più recenti sviluppi politici, sia a livello nazionale che internazionale, confermano la profonda crisi della Georgia, riflesso delle sue radicate divisioni storiche e sociali. La vittoria del partito di governo uscente, Sogno Georgiano, al potere dal 2012 e riconfermato con il 54% dei voti la quarta legislatura consecutiva, ha suscitato forte dissenso a livello mondiale e, soprattutto, un malcontento diffuso in tutto il paese.
L’ampia mobilitazione, che ha investito soprattutto i grandi centri urbani di Tbilisi e Batumi, rappresenta la più grande protesta popolare dai tempi della Rivoluzione delle Rose del 2003. Analogamente alla rivoluzione “colorata” di un ventennio fa, che ha definitivamente posto fine al retaggio di Tbilisi con l’Unione Sovietica, gli ultimi mesi hanno visto migliaia di manifestanti riempire via Rustaveli e protestare di fronte al parlamento, chiedendo un futuro più democratico. Il paese appare oggi profondamente polarizzato: da un lato una società civile estremamente europeista; dall’altro, un governo che, anziché rafforzare i legami con l’Occidente, ha mostrato una progressiva inclinazione verso Mosca.
Questa forte ambivalenza politica da parte del partito di governo “Sogno Georgiano” è emersa con evidenza nel susseguirsi di eventi che hanno segnato la recente storia politica di Tbilisi.Il 14 dicembre 2023, la Georgia ha ottenuto, insieme a Moldavia ed Ucraina, lo status di paese candidato all’adesione all’Unione Europea, generando tra i cittadini ed i sostenitori dell’integrazione europea una forte speranza in un futuro più democratico e vicino a Bruxelles. Tuttavia, questa iniziale fiducia si è presto scontrata con la realtà di un governo che, nel tempo, ha assunto posizioni sempre più euroscettiche e riluttanti a un effettivo avvicinamento all’Occidente. Le sue scelte politiche recenti sembrano infatti tracciare un percorso opposto alle aspirazioni di una larga parte della società georgiana, alimentando tensioni interne e interrogativi sul futuro politico del paese.
Una Crisi con profonde radici storico-politiche
L’attuale crisi politico-sociale della Georgia si inserisce in un contesto geopolitico e storico ben più ampio e complesso. La frattura che divide il paese riflette appieno la travagliata storia della Repubblica di Sakartvelo, una nazione da sempre sospesa tra l’aspirazione verso l’Occidente e il profondo e persistente legame storico con la Russia. La sua posizione geografica ne evidenzia il ruolo strategico: situata al crocevia tra Europa ed Asia, con un importante accesso al Mar Nero la Georgia rappresenta, da sempre, una pedina cruciale per la stabilità del Caucaso oltre ad essere un transito cruciale per i corridoi energetici e le rotte commerciali tra Oriente ed Occidente.
Proprio questa rilevanza geopolitica ha reso a lungo Tbilisi oggetto di una continua contesa tra Mosca e le potenze occidentali. Storicamente, infatti, il Cremlino ha sempre considerato Tbilisi come parte integrante della sua sfera di influenza strategica, percependo, di conseguenza, la sua possibile adesione alla NATO e all’Unione Europea come una seria e diretta minaccia al suo secolare controllo sul Caucaso. Allo stesso tempo, per Tbilisi, l’integrazione economica e politica con l’Occidente è stata a lungo vista come una necessità per bilanciare la propria politica estera e trarre vantaggio dalla sua posizione strategica.
Sebbene i recenti sviluppi politici abbiano fortemente rallentato il processo di integrazione tra Georgia, Unione Europea e NATO, l’ultimo ventennio ha visto altresì un progressivo irrigidimento delle relazioni tra Tbilisi e Mosca. I rapporti bilaterali, infatti, ufficialmente interrotti dal 2008, sono stati ulteriormente compromessi dalla questione delle regioni separatiste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Il pesante intervento militare russo, nella guerra del 2008 ha segnato un punto di svolta cruciale: l’invio di truppe e risorse a sostegno di Sukhumi e Tskhinvali è stato infatti accompagnato dal riconoscimento unilaterale, da parte del Cremlino, dell’indipendenza delle due repubbliche “de facto”. Questa mossa politica ha trasformato sia l’Abkhazia che l’Ossezia del Sud in due ferite aperte per la Georgia, non solo per la loro rilevanza territoriale (metà della costa Georgiana che affaccia sul Mar Nero si trova in Abkhazia), ma anche per il simbolo tangibile della presenza e dell’influenza della Russia nel Caucaso meridionale. Molti studiosi sottolineano come Mosca continui a sfruttare queste crisi regionali e il suo controllo militare e – presumibilmente, anche politico – su Abkhazia e Ossezia del Sud per ostacolare il percorso di integrazione della Georgia con l’Occidente.
Ambizioni Democratiche e Ombre Autoritarie
Nonostante queste sfide interne e pressioni esterne, la società civile della Georgia ha mantenuto viva, nell’ultimo decennio, la sua ambizione europea. Questo desiderio, inizialmente formalizzato con la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea nel 2014 e successivamente rafforzato dall’ottenimento dello status di candidato all’adesione nel 2023 insieme ad Ucraina e Moldavia, appare oggi sempre più difficile da realizzare.
L’esito elettorale di ottobre 2024, che ha riconfermato il mandato al partito Sogno Georgiano, ha segnato un’ulteriore e profonda deriva autoritaria del governo e, di conseguenza, dell’intero paese. A confermare questa tendenza vi sono, in ordine temporale, l’approvazione nella scorsa primavera della controversa “legge sugli agenti stranieri” e la più recente decisione da parte del primo ministro di sospendere i negoziati per l’adesione all’UE. Ispirata in forma e contenuto a quella in vigore nella Federazione Russa, la legge sugli agenti esteri, non solo avvicina ideologicamente ancora di più Tbilisi a Mosca, ma costituisce anche un serio ostacolo alla democrazia, limitando in modo sostanziale la presenza di organizzazioni internazionali e media indipendenti.
Il progressivo cambiamento da parte del partito di governo, per anni presentatosi come un partito di centro-sinistra e favorevole ad un’economia liberale, rischia di isolare ulteriormente Tbilisi e apre ulteriori interrogativi sul complesso equilibrio geopolitico della regione. L’invasione russa dell’Ucraina ha rafforzato l’evidenza in merito all’importanza dell’”estero vicino” per Mosca, sottolineando al contempo la necessità per l’Occidente di sostenere i paesi in transizione democratica come la Georgia. Tuttavia, le crisi irrisolte nelle repubbliche “de facto” dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud complicano ancora di più un quadro regionale segnato da ambizioni competitive e contrastanti.
In particolare, le recenti elezioni avvenute in Abkhazia, concluse il 1° marzo, hanno visto la vittoria del candidato filorusso Badra Gunba, che con il 55% dei voti ha prevalso sull’ex “de facto” ministro degli esteri Ardzinba. Questa vittoria, accolta con pareri contrastanti sia a Sukhumi che a Tbilisi, è stata accompagnata da una serie di crisi politiche culminate nella decisione da parte del governo “de facto” dell’Abkhazia di riaprire (attraverso grossi finanziamenti russi) l’aeroporto di Sukhumi, chiuso da oltre trent’anni. L’inaugurazione del primo volo diretto a Mosca segna un momento simbolico: per il Cremlino, che mai si era spinto a sfidare così apertamente la sovranità georgiana, si tratta di una dichiarazione di intenti, un segnale chiaro della volontà di rafforzare la propria influenza nella regione.
Un futuro appeso ad un filo: la Georgia tra Nato, Unione Europea e Russia.
Il futuro politico di Tbilisi appare dunque più che mai incerto, scosse da forti crisi interne e altrettanto crescenti pressioni esterne. L’ambizione di un ingresso nella NATO e nell’Unione Europea, sebbene condivisa da una larga fetta della popolazione, appare sempre più un miraggio, mentre la minaccia di un possibile conflitto con la Russia ha spinto il governo georgiano a mantenere una posizione sempre più ambigua e neutrale nei confronti dell’Alleanza Atlantica. Il progressivo distaccamento dai processi di integrazione con l’Occidente, unito alle crescenti violazioni in materia di rispetto della libertà di espressione e dei diritti umani ha portato la comunità internazionale, – in particolare gli Stati membri dell’UE e della NATO – a ridurre drasticamente i rapporti con Tbilisi.
Paesi come il Regno Unito, la Svezia e la Germania hanno sospeso tutti i progetti di cooperazione con la Georgia e, se fino a ottobre 2024 il riconoscimento reciproco tra Sogno Georgiano, l’Unione Europea e gli Stati Uniti sembrava indiscusso, oggi questo equilibrio appare tutt’altro che scontato. A dimostrarlo è anche la recente decisione di Bruxelles di bloccare numerosi passaporti diplomatici in possesso di politici georgiani. La “zona grigia” diplomatica in cui si trova ora il paese, accentuata dalle sanzioni imposte a membri di Sogno Georgiano, rischia di isolare definitivamente Tbilisi dal contesto internazionale.
La crisi della Georgia non può essere quindi analizzata e ridotta solo attraverso la lente delle divisioni interne: il paese si trova oggi a un crocevia internazionale in cui le scelte politiche interne si intrecciano inevitabilmente con le dinamiche regionali e globali. Da un lato, le riforme democratiche e le aspirazioni europeiste rimangono un obiettivo condiviso da una parte significativa della società; dall’altro le politiche adottate dal governo, per quanto possano essere interpretate come una risposta pragmatica alle pressioni esterne, sollevano interrogativi sul percorso futuro della Georgia verso una piena partecipazione nel contesto internazionale.
In un panorama globale segnato dalla crescente competizione tra Occidente, Mosca, e potenze emergenti, il futuro della Georgia dipenderà non solo dalla capacità di mediare e gestire queste influenze contrastanti, ma anche dalla volontà delle sue forze politiche a collaborare per riforme che garantiscano stabilità e credibilità sul palcoscenico internazionale.

