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NewsI nuovi appunti di geopolitica liberale. Xi Jinping d’Arabia

I nuovi appunti di geopolitica liberale. Xi Jinping d’Arabia

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Il mondo guarda, con timore e paura, alla crisi ucraina e ai rischi di un conflitto militare ad oriente dell’Europa che coinvolga due grandi e potenti nazioni dotate di poderosi arsenali nucleari, Stati Uniti e Federazione russa. Intanto il presidente cinese Xi Jinping, all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Pechino, riceve, con tutti gli onori, l’amico russo Vladimir Putin. Suggellando ulteriormente la cooperazione, la quasi-alleanza sino-russa che ha dato vita ormai ad uno “spazio geopolitico-capitalistico” integrato nel cuore della Terra. Ovvero a quella Eurasia che i geopolitici classici, da Mackinder a Manon hanno visto sempre come il maggior pericolo per gli interessi e il potere mondiale della ‘potenza marittima’ più importante.

Oggi siamo in un mondo molto molto diverso da quello ipotizzato dalla geopolitica classica dei rapporti e delle politiche di potenza. L’Eurasia di oggi, a co-leadership sino-russa, non si presenta con un “blocco strategico” continentale separato, isolato e contrapposto alle potenze marittime. L’odierno spazio euroasiatico non è neppure un rigido sistema geo-strategico, bensì è uno “spazio geopolitico-capitalistico” integrato e multiforme: che ricomprende in primissimo luogo la Cina, la Russia ed anche l’Iran, nel quale l’India e il Pakistan potrebbero avere un ruolo importantissimo. Un punto comunque è chiaro, al di là dei postulati della geopolitica classica: la sua formazione e la sua ascesa (che i propagandisti di un certo mondo definiscono come formazione e ascesa del modello del capitalismo autoritario, confondendo capra e cavoli: confondendo cioè un capitalismo industriale manifatturiero tecnologico molto complesso, piuttosto contraddittorio e comunque variegatissimo, come quello cinese, con un capitalismo di mera rendita energetica e mineraria come quello russo; insomma di fatto credendo alla propria propaganda un po’ rozza) sfida gli assetti già pericolanti dell’ordine geopolitico-strategico e capitalistico ad egemonia americana e del dollaro. 

Per questo motivo, è molto interessante capire ciò che sta combinando questo spazio euroasiatico in una regione vitale del mondo, in un tempo vicinissimo gestita dal predominio geo-strategico degli Stati Uniti, e comunque cuore e centro dell’economia energetica mondiale fondata sul petrolio e sui combustibili fossili. Parliamo ovviamente di Medio Oriente, o meglio dell’ex Medio Oriente. Dove stanno accadendo molti fatti interessantissimi mentre il mondo e l’opinione pubblica della stampa americana guarda all’Ucraina e mentre Xi Jinping riceve Vladimir Putin in una Pechino dimenticata da Joe Biden e Kamala Harris. 

Che accade, dunque, in quel Medio Oriente che prese forma come regione sulla via delle Indie, quindi vitale per l’Impero britannico, fra Ottocento e Novecento con il collasso dell’Impero ottomano e la crescita delle potenze coloniali europee, Regno Unito e Francia in particolare? 

A Shanghai c’è un importante campus che assomiglia alle università anglosassoni per organizzazione e luoghi: è la Fudan University. Nei giorni scorsi, il ‘Green Finance and Development Center’ della Fudan ha pubblicato un paper sugli investimenti e i progetti della Via della seta cinese, la Belt and Road Initiative, BRI, subito ripreso da alcuni media internazionali, il South China Morning Post di Hong Kong e l’agenzia inglese Reuters. Il paper cinese è ricco di dati e numeri. Gli investimenti della BRI nel 2021sono assommati a oltre 59 miliardi di dollari, di fronte agli oltre 60 miliardi dell’anno precedente. Pakistan e Russia sono i primi paesi interessati ai progetti cinesi. Ma anche Serbia e Indonesia sono al top della lista. Al terzo posto c’è però un paese importante del Medio Oriente, l’Iraq. Il paese protagonista della guerra di George Bush junior e dei neocons repubblicani: come è noto dopo la guerra irachena, gli Stati Uniti nelle loro varie amministrazioni, hanno poi variamente sostenuto anche il rovesciamento dei regimi autoritari in Siria e in Libia, tutti storici nemici di Washington. Siria e Libia sono tuttora paesi distrutti; l’Iraq ha riconquistato un posto relativamente stabile. Grazie anche al ruolo che in esso ha giocato e sta giocando l’Iran degli ayatollah. Il che è quanto mai ‘sarcastico’, poichè è ben noto che i neocons repubblicani (e non solo) vedevano la guerra irachena solo come il primo atto di un conflitto che avrebbe dovuto riportare gli Stati Uniti al controllo dell’Iran. Con la guerra e/i con il ‘cambio di regime’. Sappiamo come è andata a finire: a Teheran nonostante gli, enormi, problemi sociali e le grosse contraddizioni, la Repubblica Islamica rimane al potere (forse proprio grazie al nazionalismo che può usare contro le ‘pressioni’ americane): la cosa ‘sarcastica’, l’’astuzia della storia’ è che l’Iraq a sua volta è relativamente stabile (e sicuramente ben più stabile di Siria e Libia) proprio grazie all’influenza iraniana.

Dunque, sotto l’ombrello di quella relativa stabilità, Cina e Iraq stanno approfondendo i legami e le relazioni reciproche. Con reciproco interesse, come si evince dai numeri del paper cinese. La Cina sta investendo nel paese mesopotamico ben 10 miliardi e mezzo di dollari per infrastrutture di tutti i tipi compresi gli impianti petroliferi, 5 miliardi per l’impianto nella provincia di Karbala. Non solo: le compagnie petrolifere cinesi hanno un ampio ruolo nell’industria energetica irachena. Ad esempio la Sinopec Shandong Petroleum company sfrutta il campo di gas di Mansurjia vicino al confine iraniano, assieme alla compagnia di stato irachena Midland Oil company. E l’Iraq come è noto ha immense riserve sia di petrolio (di ottima qualità, la qualità Kirkuk per l’appunto) e di gas tanto da farne una potenziale alternativa ai campi petroliferi giganti sauditi. Ma i progetti iracheni finanziati dalla Via della seta cinese riguardano non solo il petrolio, ma pure gli aeroporti, i trasporti e i progetti per l’energia solare.

Cina e Iraq dunque sempre più amici e collegati fra di loro. Bagdad non è affatto l’unico paese del Medio Oriente in questa situazione. Andiamo a Riad. Lo scorso 27 gennaio, i ministri della difesa di Cina ed Arabia Saudita si sono visti video. Hanno confermato i legami anche per la difesa fra i due paesi. Si chiama, secondo il South China Morning Post, ‘cooperazione pratica e solidarietà fra i due eserciti’. La faccenda non è nuovissima: la stampa americana stessa nei mesi scorsi ha dedicato attenzione alle relazioni crescenti non solo in campo energetico, ma con ricadute pesanti in ambito della difesa, fra Pechino e Riad. La Cina, secondo alcuni media americani, starebbe aiutando il regno saudita per costruire missili balistici (la notizia è della fine dicembre dell’anno scorso) e capacità nucleari civili (stavolta le notizie sempre di fonte Usa sono degli anni precedenti). Missili, nucleari civile e quant’altro dunque ci sarebbe fra Cina e Arabia Saudita. D’altra parte pare di capire che la diplomazia del principe BinSalman non sia allineata con l’amministrazione Biden-Blinken per quanto riguarda la repressione cinese nel Sinkiang!

Dunque Iraq e Arabia Saudita sempre più legati alla Cina. E non solo: un’altro alleato strategico e storico prima della Gran Bretagna, oggi degli Stati Uniti, si sta legando alla Cina dando non pochi problemi alla strategia americana di ‘guerra con altri mezzi’ contro Pechino. Parliamo degli Emirati Arabi Uniti, paese chiave della Marina degli Stati Uniti. Le notizie sono dello scorso 28 dicembre, e arrivano da un importante sito asiatico di news e analisi, AsiaTimes. Gli Emirati hanno rifiutato o meglio congelato l’acquisto di 50 super-caccia F35 della Lockheed, in teoria il gioiello tecnologico militare della forza aerea americana e invece sembrano voler accettare il ruolo di Huawei nel 5G locale. Un fatto ‘senza precedenti’. Il 14 dicembre scorso il governo emiratino ha fatto sapere al Pentagono di voler sospendere la fornitura dei super-caccia americani e di congelarne per ora i negoziati. Il 3 dicembre però gli Emirati avrebbero deciso l’acquisto di 80 Rafael Dassault francesi, con sommo ringraziamento, supponiamo, dell’Eliseo. 

Gli Emirati sono un paese piccolo, anzi una federazione di paesi minuscoli, creata a sua tempo dall’Impero britannico. Sono sempre stati vicinissimi prima a Londra poi a Washington. Tanto che l’amministrazione Obama è sempre stata attenta a tutelarne gli interessi, e l’amministrazione Trump li ha usati come ‘trampolino’ per gli ‘accordi di Abramo’. Oggi l’amministrazione Biden vorrebbe vedere gli Emirati a suo fianco nella ‘guerra con altri mezzi’ contro la Cina. Ma anche nell’ex Medio Oriente, come in altre regioni, l’Asia sudorientale, la stessa Asia nordorientale a ben guardare, l’America Latina e i Caraibi, l’Africa ovviamente, ed anche l’Europa, Washington non ottiene proprio i propri obbiettivi di ‘allineamento’. 

La Cina è il più importante partner economico degli Emirati. E durante le fasi più acute della pandemia, gli Emirati sono diventati il centro chiave per la produzione e lo smistamento dei vaccini cinesi Sinopharm. Quindi non è difficile capire come gli Emirati siano restii ad allineamenti di ‘contenimento’ all’americana. Huawei e Emirati, d’altra parte hanno siglato fin dal 2013 accordi per la costruzione della locale rete di comunicazioni, e nel 2021 hanno deciso di ampliare la relativa cooperazione.

Morale: l’Iraq è il terzo paese per investimenti della Via della seta cinese oggi nei settori energetico e delle infrastrutture. La Cina partecipa allo sfruttamento del petrolio e del gas iracheno. L’Arabia Saudita approfitta dell’aiuto cinese per i missili balistici e il nucleare civile. Gli Emirati usano la tecnologia Huawei per il 5G e i vaccini Sinopharm contro il Covid. L’intero ex Medio Oriente tende verso Pechino. Come infatti non ricordare l’imponente accordo di cooperazione firmato nel marzo del 2021 fra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica Islamica Iraniana? Un mega-accordo di cooperazione energetico, economico, politico con risvolti strategici fortissimi. Un accordo di 25 anni che prevede immense forniture di petrolio e gas iraniano alla Cina e investimenti altrettanto grandi cinesi nell’ìndustria e nell’intera economia iraniana.

Economia, industria, energia ma non solio. Il 21 gennaio scorso le marine militari di Cina, Russia e Iran hanno tenuto le seconde esercitazioni navali congiunte stavolta nelle acque del Golfo dell’Oman, di fronte agli stretti di Hormuz, le manovre ‘Cintura di sicurezza marittima 2021’. Vi hanno partecipato da parte cinese il cacciatorpediniere missilistico Urumqi e reparti di marines, tre navi da guerra della Flotta russa del Pacifico nonchè 14 navi della Marina militare e della Marina dei Guardiani della Rivoluzione iraniane. Poche ora prima, il 14 gennaio, il ministro degli esteri iraniano era stato in missione a Pechino, e il 19 gennaio il presidente della Repubblica Islamica era stato in missione invece a Mosca.

Da ciò si possono dedurre un paio di osservazioni molto interessanti. Uno, Cina e Russia tendono ad avere relazioni e legami positivi o ottimi con tutti gli attori mediorientali, Israele compreso peraltro. Non fanno quindi come gli Stati Uniti che tendono a privilegiare sistematicamente ora l’uno ora l’altro fronte. I repubblicani preferiscono Riad e gli Emirati, i democratici fino all’altro giorno i regimi espressione della Fratellanza musulmana, tutti tendenzialmente ostili in forme diverso a Teheran. Ciò rende Pechino e Mosca più centrali nelle partite geopolitiche del Medio Oriente rispetto a Washington. E fa perdere agli Stati Uniti la posizione strategica e diplomatica che avevano assunto in Medio Oriente in particolare con la diplomazia di Henry Kissinger.

Due, Cina e Russia tendono a coordinarsi nei dossier mediorientali (e non solo peraltro), con la Cina che va avanti nell’ambito economico e la Russia nell’ambito strategico. Il risultato è un approccio e una linea di condotta geopolitica flessibile e che pare adatta alle dinamiche del mondo di oggi, multi-connesso e multi-conflittuale allo stesso tempo.

Non è quindi un caso che Mosca punti in questi mesi a mettere in piedi un accordo di sicurezza regionale nel Golfo persico che veda assieme l’Iran ed alcuni paesi arabi del Golfo tanto per iniziare, Oman ed Emirati. Una mossa del genere aperta anche al Kuwait e in prospettiva a Riad rivoluzionerebbe completamente gli assetti del Medio Oriente, come è facile capire. Siamo in presenza della fine dell’ordine geopolitico regionale costruito dagli Stati Uniti con l’accordo storico Stati Uniti-Regno Saudita?

Sicuramente siamo di fronte al fallimento epocale di tutti gli approcci americani nella regione: la guerra dei neocon repubblicani in Iraq dell’amministrazione di Bush figlio, una guerra naufragata nel disastroso dopo-guerra gestito maldestramente dagli stessi neocon d’assalto; le primavere arabe sostenute dall’amministrazione Obama; gli accordi di Abramo bramati e benedetti dall’amministrazione Trump. Tutti gli assi geopolitici delle amministrazioni americane sono alla fine saltati in un modo o nell’altro.

Lo stesso slittamento strategico americano dal Medio Oriente all’Asia-Pacifico rischia di fallire clamorosamente: alla fin fine, infatti, il Medio Oriente, o meglio l’ex Medio Oriente è una regione chiave per l’influenza economico-strategica mondiale. Lo è per la posizione geografica, blocca o aiuta la proiezione di Russia e Cina verso i mari del sud; lo è per il ruolo economico, è il cuore delle riserve mondiali di gas e petrolio, importanti per l’energia e non solo. ‘Ritirarsi’ dal Medio Oriente non significa concentrarsi su un’altra regione chiave, ma ritirarsi dal centro del mondo senza averne consapevolezza geopolitica e contezza storica. 

E difatti lo ‘spazio euroasiatico’ si sta organizzando per controllare o partecipare al controllo della regione. Avendo dalla propria parte, grazie alla ‘triplice strategia di contenimento’ americana, anti-russa, anti-cinese, e anti-iraniana, Teheran. L’Iran, per motivi demografici, storici, culturali e politici, è da sempre il vero Gendarme del Golfo. Dopo la Seconda guerra mondiale, con la fine del governo costituzionale di Mossadeq e l’instaurazione del regime autoritario dello Scià e della feroce SAVAK, Teheran è stata al fianco degli Stati Uniti, tutelando anche militarmente i paesi arabi del Golfo e garantendo anche Israele. Il tutto senza la presenza diretta militare americana.

Questo assetto è finito con la vittoria della rivoluzione khomeinista. Da allora gli Usa si sono trovati ‘costretti’ ad operare direttamente nella regione e lo hanno fatto in tutti i modi cercando però sempre di avere una posizione assolutamente preminente. Oggi ritirarsi da quel ruolo potrebbe significare al fine dell’ordine geopolitico americano non solo regionale ma anche globale. Vale la pena di ricordare solo di passaggio come la posizione globale del dollaro, vero pilastro ed architrave del sistema egemonico globale Usa, sia molto legata, almeno dagli anni Settanta in poi, proprio al ruolo finanziario globale di emirati, sceicchi, paesi del Golfo. Un cambio di regime geo-monetario di questi poteri dal dollaro ad altre valute avrebbe un impatto potenzialmente epocale.

Ma come mai Cina e Russia, due ‘grandi attori globali’ certamente ma con non poche contraddizioni, possono validamente cercare di bypassare la posizione americana in Medio Oriente, o per meglio dire in Asia occidentale? Certamente hanno un ruolo rilevante gli ‘errori’ americani ma forse c’è qualcos’altro da approfondire nella logica geopolitica euroasiatica di Pechino e Mosca.

Durante la Seconda guerra mondiale, alcuni generali ed alcuni ammiragli fecero o meglio implementarono sui campi di battaglia terrestri o navali, vere rivoluzioni del pensiero militare. Un generale tedesco rivoluzionò la logica dell’azione delle divisioni corazzate: le forze corazzate non dovevano essere più mera forza di artiglieria in supporto della fanteria ma dovevano essere la punta di diamante dell’esercito per lo sfondamento di alcuni punti chiave delle linee nemiche.

Le portaerei invece, nella logica della guerra del Pacifico di alcuni giovani ammiragli americani, non dovevano più essere una forza navale di supporto delle corazzate, ma anche qui al contrario dovevano essere la lancia avanzata della flotta.

Furono due rivoluzioni militari vere e proprie: oggi, nella geopolitica globale, forse sarebbe necessaria una analoga rivoluzione concettuale. La geo-economia non può essere più concepita come il supporto della geo-strategia in politica internazionale. Essa al contrario è l’asse della competizione geopolitica, mentre la geo-strategia è il mero supporto residuo. Cina e Russia, con la loro geopolitica della complementarietà, stanno facendo precisamente questo. 

Gli Stati Uniti, con la loro debolezza sul fronte degli accordi economici multilaterali, non riescono a farlo da soli, per tantissime ragioni, anche di sistema politico nazionale (e difatti si sono ritirati dalla Partnership trans-pacifica): ma in particolare perché sono ormai solamente il 20 per cento del Pil mondiale (complessivo: ma nel settore manifatturiero sono molto di meno; e in termini di risparmio  nazionale ancora di meno), e allo stesso tempo continuano ad avere una visione unipolarista. Ma tutto ciò comporta sistemicamente scelte, approcci, ideologie sbagliate da parte americana. L’ideologia neocon di qualsiasi declinazione, di destra o di sinistra e la strategia di ‘multi-contenimento’ di qualsivoglia denominazione, neo-realista o pseudo-liberale, (l’‘impero liberale’) non sono altro che false coscienze della società politica Usa in questa condizione.

Ovviamente un rovesciamento a favore della geo-economia, intesa come dovrebbe essere, ‘geo-economia politica’ degna di un mondo globale e plurale, comporterebbe un vero e proprio ‘cambio di regime’ ideologico, geopolitico e politico a Washington (ad esempio riconoscendo all’UE e all’euro, un ruolo geopolitico-geoeconomico-geoculturale globale ‘quasi’ paritario, creando finalmente una Partnership liberale euro-americana equilibrata e aperta alla cooperazione globale), ma abbiamo l’impressione che o si innova o saranno guai enormi. In Medio Oriente, in America Latina, in Ucraina, e nell’Asia-Pacifico. In politica ed in economia.

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