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LibriLa geopolitica vaticana nell’ultimo libro di Padre Antonio Spadaro

La geopolitica vaticana nell’ultimo libro di Padre Antonio Spadaro

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Antonio Spadaro, direttore de “La civiltà cattolica”, affronta il tema della geopolitica vaticana in L’atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale (Marsilio, 2023), a dieci anni dal suo pontificato. Il libro si compone di due parti: la prima nella quale vengono individuati i riferimenti culturali alla base del pensiero e dell’azione del pontefice; la seconda in cui si rappresentano le “mappe” del papato di Bergoglio, gli snodi geografici che hanno improntato la sua agenda globale

Qual è la geografia che ne emerge? È quella di un papa che ha inteso imprimere un carattere diverso da quello dei suoi predecessori, ribaltando la logica centro-periferia: per “il papa che proviene quasi dalla fine del mondo”, come egli stesso non casualmente ha sottolineato nel suo discorso inaugurale nel marzo del 2013, la periferia diventa centrale. Quella da lui voluta è una logica centripeta, che parte dai limiti del mondo per ricongiungersi solo in un secondo momento verso il centro. Così va letta la decisione di aprire la porta santa nella Repubblica Centrafricana per il giubileo straordinario del 2015, così si devono interpretare i numerosi viaggi ai confini dell’Europa (la prima “mappa” delineata dall’autore), da Lampedusa a Lesbo, a sottolineare l’azione dai margini del Vecchio Continente e non dai suoi centri nevralgici: perché è là che vi è ancora la carne viva dell’umanità, ai suoi occhi, e lo spirito vero dell’Europa. Una dinamica che è evidentemente anche frutto della sua provenienza geografica, oltre che di una precisa impostazione culturale.

In quello che Padre Spadaro definisce essere un “atlante della misericordia”, parola-chiave del pontificato di Francesco (cui ha dedicato proprio il Giubileo straordinario), non trova posto la condanna e la visione manichea. Il mondo non si suddivide in buoni e cattivi, in colpevoli e vittime, e non si esprime una condanna aperta nemmeno nei confronti dei terroristi di matrice jihadista, che il pontefice vede più come “vittime” che come “carnefici” o, per usare le sue parole, non sono l’incarnazione demoniaca. La condanna esplicita viene espressa anche verso la lettura superficiale e troppo semplicistica che troppo spesso trova posto nei media sul conflitto in Ucraina: per il Papa si deve andare oltre la logica dell’aggressore e dell’aggredito e contemplare anche le responsabilità dell’Occidente e della comunità internazionale: nell’invocare la pace “si è chiesto se fosse stato fatto tutto il possibile per evitare la barbarie dell’invasione russa. La sua risposta è stata: no” (p. 168), anzi, si ricorda nel libro il discorso sulla Nato che ha “abbaiato alle porte della Russia”, contribuendo alla sua reazione del febbraio 2022.

In questa Chiesa che agisce nella diplomazia non utilizzando categorie “morali”, ma di esplicito realismo politico, la diplomazia bergogliana è improntata al multilateralismo più che al bilateralismo e alla politica del dialogo con tutti e delle “porte aperte”: talmente aperte da rendere quasi indistinguibili le differenze di identità e dunque inefficace la stessa azione diplomatica, come anche nel caso ucraino si è visto nelle ultime settimane. 

Proprio su questo tema si snoda uno dei punti più contorti della lettura di Spadaro di una politica estera che sembra volutamente ondivaga: nella condanna di muri e identità, più volte ribadita nel testo, non solo i riferimenti culturali e intellettuali che costellano la prima parte risultano – per usare un eufemismo – variegati e spuri, ma le stesse categorie concettuali del cristianesimo diventano “slabbrate”, non più chiare e definitive. Il concetto di “fratellanza”, ad esempio, viene esteso a tal punto da includere non i fratelli sotto un unico e solo Padre (“fratelli in Cristo”), ma l’umanità intera. Un ribaltamento di quello che, fino a pochi anni fa, era un concetto chiave per la Chiesa e che è stato stravolto dal Papa negli incontri con le comunità arabe ad Ab Dhabi nel 2019, dedicati alla “Fratellanza [non amicizia o solidarietà, ma proprio fratellanza] umana per la pace mondiale e la convivenza comune”. 

E infatti nel libro i piani tra il papa Francesco, capo della Chiesa cattolica, e Jorge Mario Bergoglio politico, si confondono continuamente, tanto da porre altre questioni in termini piuttosto critici. Un tema che tocca sia l’ambito geopolitico sia la sfera religiosa è quello di male. Bergoglio – chiarisce Spadaro fin dalle prime pagine – è un capo politico che legge la realtà internazionale non con gli occhi utopistici e pacifisti, come una lettura superficiale della sua politica farebbe pensare: non è un “papa pacifista” ma un realista, e con tali occhi vede la realtà mondiale. E – questo il punto a mio avviso più controverso dell’intero libro – considera il male ineliminabile. Egli può, tutt’al più, “cerca invece di neutralizzarlo” (p. 22). Anche in tal caso, ciò contraddice la visione dottrinale di una Chiesa e di un Vicario di Cristo in grado di fronteggiare e sconfiggere il male, secondo l’insegnamento di Cristo – non “neutralizzarlo”.

Da ciò derivano le altre letture a dir poco ambigue della politica internazionale e delle relazioni diplomatiche: la fiducia riposta ai consessi internazionali e sovrannazionali per la risoluzione dei conflitti; l’ecologismo elevato quasi a ideologia parossistica; il riferimento a poeti e scrittori che hanno esaltato un rapporto quasi ancestrale, o di “religiosità naturale”, con gli elementi della natura; un’elevata aspettativa verso i politici che compongono il quadro europeo e non solo (compreso il riferimento ai padri fondatori dell’UE e a Jean-Claude Junker!); la centralità assunta dall’Amazzonia quale campo di identità indigene variegate e che fuoriesce dal perimetro della legalità internazionale, di confini chiari e stabiliti; la scarsa – forse troppo scarsa – risonanza data alla persecuzione dei cristiani nel mondo (tema, questo, che unisce oltretutto protestanti e cattolici); la inculturazione della Cina e gli accordi col regime di Pechino, ancor oggi molto contestati in quanto rappresentano per alcuni una cessione della Chiesa nei confronti della politica locale e che, per l’autore, sono solo un passo intermedio e non un punto di arrivo.

Un altro elemento su cui riflettere è il ruolo dell’Europa e il suo senso storico: per Bergoglio il Vecchio continente non è quello descritto da Federico Chabod in “Storia dell’Idea d’Europa” o da Ernst Jünger e Carl Schmitt nel “Nodo di Gordio”, che trova dunque il suo snodo concettuale nel rapporto, anche polemico, con il diverso, in una logica inevitabilmente esclusiva. Per papa Francesco l’Europa storica è inclusiva ed è in un processo storico ancora in divenire, fatto di superamento dei muri e di inclusione del diverso: una lettura, questa, che non proprio collima con il passato più o meno remoto del nostro continente.

Il quadro d’insieme della geopolitica di Francesco è dunque quello di una realtà non più eurocentrica o di stampo unipolare, non più quella in cui i confini stabiliscono i limiti della realtà internazionale di stampo westfaliano, ma multipolare e composita, in cui coesistono identità nazionali, etniche e – verrebbe da aggiungere – anche religiose.

In tale commistione di realtà molteplici, mentre si fa correttamente appello a osservare un mondo in profonda trasformazione sistemica, in cui è necessario confrontarsi con attori che stanno emergendo configurando uno scontro tra imperialismi (è così che Bergoglio vede anche la guerra in Ucraina), il rischio maggiore che si intravede è quello di perdere anche la propria identità costitutiva, che dovrebbe rappresentare il nucleo più profondo e intrinseco della diplomazia vaticana e del suo ruolo nelle relazioni internazionali: perso quello, rischia di perdersi anche il senso del ruolo del Vaticano nel variegato quadro della geopolitica internazionale.

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