Geopolitica vaticana I: ci sarà un “nuovo Canone” strumento politico fra Golfo e Mediterraneo?

La visita di Francesco ha dimostrato come la priorità in Iraq sia quella di permettere un sicuro rientro dei cristiani. Ridare vitalità alle comunità del Medio Oriente è di primaria importanza per un attore geopolitico come la Chiesa.

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Gettare ponti verso l’Islam serve ad intiepidire i rischi del rigetto e dello scarso peso demografico nell’area. Quali i limiti dell’azione del Papato? Giuridici innanzitutto. La definizione di “fedele” è inconciliabilmente differente nel Cattolicesimo e nell’Islam. Sono diverse le definizioni e gli istituti giuridici che la regolano. E nell’Islam il dhimmi (il monoteista non musulmano) può vivere in territorio islamico solo a certe condizioni. Tuttavia, proprio la condizione di dhimmità è il campo d’azione sul quale si svolge un’opera che parte dalle fonti prime del monoteismo. Ecco il ritorno ad Abramo, che ha un significato geopolitico specifico che affonda in un concetto giuridico basilare, quello di appartenenza al populus Dei/ummat. La compatibilità con l’Islam è la sfida di oggi di quel grande percorso universale iniziato nel 1962, quando con la humanae salutis Giovanni XXIII indiceva il Concilio Vaticano II sottolineando la necessità di interpretare “i segni dei tempi” (Mt 16,3).     

I Canoni ed il fiqh

Sono il Libro II del Codex Juris Canonici (CJC) ed il Titolo I del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium (CCEO) che, ai Canoni 204 e 7 rispettivamente, regolano il concetto di appartenenza alla Chiesa ed al “popolo di Dio”, al quale si accede tramite battesimo. Nell’Islam l’istituto battesimale non esiste ma l’essere umano, secondo il kalām,nasce sempre musulmano (la condizione naturale dell’uomo per l’Islam) e rimane sempre tale se viene educato in un contesto islamico. Se cresce in altra religione, ritorna ad essere un musulmano (proprio come quando era appena nato) convertendosi, ovvero affermando formalmente tanto l’unità di Dio (tawḥīd) quanto la specificità di Maometto quale Profeta. Il “popolo di Dio” nell’Islam è la Ummat. Non esiste quindi possibilità di confondere le due appartenenze. La separazione fra queste viene poi ulteriormente ed irrimediabilmente cristallizzata dall’esercizio delle pratiche di culto, naturalmente differenti, e nel caso del Cattolicesimo dal riconoscimento della costituzione gerarchica della Chiesa (parte II, libro II del CJC). Entrambe le religioni hanno stabilito l’impossibilità della salvezza per gli appartenenti all’altra parte e la necessità di estendere su base universale la propria presenza, divenendo quindi competitori globali. Quale dunque la base di confronto e quali le possibilità di avvicinamento? I Canoni, latino ed orientale, regolano dall’alto la struttura della Chiesa secondo la gerarchia tipica dei sistemi di diritto romano (imperiale, giustinianeo). Sono il vertice delle fonti giuridiche non divine dell’ordinamento della Chiesa. Per modificarli occorre un processo di riforma, che viene messo in atto ogni qualvolta ci sia bisogno di colmare un divario troppo forte fra la Chiesta stessa e, per esempio, le istanze della società. Ecco il rimando alla Humanae salutis, al Concilio e pure al Vangelo secondo Matteo, capitolo 16, versetto 3.  La riforma, nella Chiesa, è un processo per approssimazioni successive. Non succede come nei sistemi di diritto consuetudinario, dove è l’uso che fa la norma che viene riconosciuta tale dal giudice. E nemmeno, per saltare dall’altra parte, come nello sciismo, dove è sempre possibile interpretare la Legge, perché per lo sciismo “le porte dell’ijtihad (interpretatio prudentium) non si sono mai chiuse. Non può esserci tanta fluidità. Il cattolicesimo è davvero romano anche in questo.  La Chiesa aveva dovuto indire nel passato tanti Concili, che hanno avuto importanza capitale nello stabilire dogmi o accettare grandi innovazioni, in generale al fine di risolvere un problema. Non nel caso del Concilio Vaticano II, indetto, come riportato dallo stesso sito internet del Vaticano, senza ‘un problema particolare da risolvere’ se non quello dell’identità della Chiesa stessa. La percezione della ‘perdita del presente da parte del cristianesimo e del compito che ne conseguiva era ben riassunto dalla parola “aggiornamento”. Il cristianesimo deve stare nel presente per potere dare forma al futuro’, riporta sempre il sito del Vaticano. La geopolitica ecclesiastica è infatti, sin dai tempi di Giovanni XXIII, alle prese con l’attualità in un mondo in evoluzione sempre più rapida. Il Concilio Vaticano II era iniziato l’11 ottobre, lo stesso giorno del Concilio di Efeso del 431 che aveva stabilito ‘l’unione indissolubile di Dio e dell’uomo in Cristo’. Il significato di questa frase è di importanza capitale se si conoscono le sue premesse (affrontare il nestorianesimo in una questione fondamentale come quella della natura di Cristo). Giovanni voleva quindi dare l’idea di stare affrontando una questione basilare e di adottare quindi non una decisione, ma un metodo. Un Concilio che convocava, come mai fino ad allora, una Chiesa non più euro-centrica ma mondiale. Non dogmatica ma capace di elaborare, o “di guardare il cielo” direttamente, come ha detto anche Francesco.

Da allora, moltissimo è cambiato. Francesco si trova a gestire una Chiesa orientale ai minimi. Fu un altro Papa post-conciliare, Paolo VI, a coniare l’espressione “dialogo inter-religioso”, espressione che non avrebbe avuto molto senso in alcuni momenti precedenti della storia della Chiesa. Lo avrebbe avuto durante la crociata che vide Francesco (l’altro, quello di Assisi) recarsi a colloquio dal Sultano Malik nel 1219. Chissà che il Francesco di oggi non abbia deciso il suo nome pontificale sapendo che avrebbe ripercorso quel cammino. Certamente quello di Assisi imparò il metodo del dialogo, che cristallizzò nell’articolo 16 della sua Regula, prescrivendo al frate minore che volesse recarsi in partibus infidelium di limitarsi alla professione della fede cristiana ed essere mite e soggetto a tutti, non avanzando proposta né richiesta alcuna. In pratica Francesco aveva dedotto dalla legge islamica i requisiti che i musulmani chiedevano al Dhimmi per vivere fra loro e ne aveva fatto norma cristiana.

Geopolitica vaticana del Secolo XXI

Nel XXI secolo urge un nuovo discorso politico con l’Islam perché in Medio Oriente si gioca da azionisti di minoranza in un terreno difficile. E’ quindi un discorso geopolitico. Francesco mette a sistema tutto quanto appreso dalla Chiesa sull’Islam e, in generale, sull’ “altro da sé” e ne fa tesoro. Il suo Ordine di appartenenza è la Societas Jesu, fondata proprio per capire e affrontare l’Oriente. Matteo Ricci, uno dei primi gesuiti, conquistò la Cina perché ne capì e adottò i codici.

Islam e Cattolicesimo non sono Stati, lo è il Vaticano del quale il Papa è re. Francesco può usare la sua doppia qualifica di Capo di Stato e di leader religioso per parlare tanto con gli Stati quanto con capi religiosi e costruire rapporti strutturati che non sono tattica ma strategia, che deve basarsi su fondamenti giuridici i più ampli e solidi possibile.

Francesco riprende il progetto di Giovanni Paolo II e va ‘ad Ur’, ma non solo col viaggio di oggi. Stende una mano ai Sunniti nel 2016 ricevendo il grande Imam di al-Azhar, Tayyb, viene reciprocato con una visita in Università l’anno dopo e lo chiama “fratello”. Semplicità francescana? No, termine giuridico. Il “fratello” per il musulmano è l’altro musulmano (leggi: l’altro che ti è uguale perché crede nello stesso Dio). E’ un salto in avanti incalcolabile, ma viene digerito. Tayyb viene informalmente eletto a rappresentanza dei sunniti anche se i sunniti una gerarchia nel senso ecclesiastico non ce l’hanno e non possono essere tanto elastici nell’interpretazione della Legge, perché per loro le porte dell’Ijtihad sono chiuse. Perché Tayyb accetta il dialogo e la definizione di “fratello”? Perché cerca di stabilire una propria posizione internazionale alternativa a quella del Governo ed essere scelto come interlocutore dal Papa Re lo legittima. Tayyb deve poi offrire al Mondo una visione di un sunnismo diverso da quello violentato dai terroristi del Daesh. Firma il documento “sulla fratellanza umana” propostogli da Francesco, scritto con palesi riferimenti islamici (“chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera”, oltre che ai riferimenti, fra altri, ad “orfani e vedove”).

Francesco va negli Emirati, altro territorio sunnita, nel 2019, esattamente 800 anni dopo il Francesco di Assisi. I contatti sono politici ma resta un saluto formale a Tayyb da Abu Dhabi. Il proposito del viaggio è la richiesta al Signore di fare del Pontefice uno strumento “della Tua Pace” (“Pace” viene tradotto in arabo con “salam”, anch’esso concetto teologico giuridico, stessa radice di “islam”). Il Papa cerca anche di menzionare il conflitto in Yemen, quasi immagine dello scontro fra sunniti esciiti, e di farsi strumento di mediazione politica.

Nel 2020 scrive “tutti Fratelli”, un’opera che avrebbe potuto sottoscrivere anche Giovanni XXIII.

Nel 2021 riesce ad andare fisicamente ad Ur per riunirsi simbolicamente con Abramo, al quale si attribuisce la qualifica di padre di tutti i monoteismi. Ed è il momento degli sciiti. Ad essere eletto controparte è stavolta al Sistani. Egli rappresenta lo sciismo iracheno alternativo a quello khomeinista. Può garantire, con una fatwa favorevole e influenzando politica e società che in Iraq sono maggioranza, il rientro in sicurezza dei Cristiani che abbiano lasciato le loro case. Cosa ci guadagnano gli sciiti della sua Scuola, quella di Najaf? Di essere considerati interlocutori del Papa Re insieme ed alternativamente agli sciiti di Qom, rappresentati dalla Repubblica Islamica con la quale la Santa Sede ha risalenti e solide relazioni diplomatiche. E significa proporre una visione dello sciismo alternativa a quella dell’Iran, col quale il processo di riavvicinamento palesato da parte statunitense potrebbe rivelarsi molto complesso. Tuttavia, Sistani non firma il documento sulla fratellanza umana. Probabilmente trova non condivisibili alcuni passaggi, se non nella teoria, nella loro applicabilità politica contemporanea (“…Dio…ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità”, “Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera”.) 

Con l’Islam, non potendoci essere unione fra i due monoteismi nel presente, si cerca di adottare la politica del rapporto fra parenti stretti evidenziando la correlazione fra monoteismi che sottosta alla dhimmità più delle differenze dottrinali. O forse si cerca di gettare i semi perché un’ulteriore e più profonda fusione fra le due fedi possa avvenire più tardi, quando i teologi avranno sviluppato criteri interpretativi più innovativi e rivoluzionari. Evoluzione simile ed opposta negli effetti a quanto successo a Gerusalemme nel ’50, quando con Paolo il Cristianesimo si fa tale smettendo di essere setta ebraica gesuana e di circoncidere i suoi adepti, o a quanto è successo nel primo secolo e mezzo dalla morte di Maometto nel processo di formazione della diritto islamico attraverso distanziamento dai monoteismi preesistenti, del quale sappiamo davvero poco. D’altronde esistono problemi di mancato riconoscimento reciproco anche all’interno del mondo islamico, dove taluni accusano altri di non essere veri musulmani in quanto si ritiene divergano dalla pura fede e dalla pura prassi. E’ il takfir, del quale spesso hanno sofferto gli sciiti insieme ad altre correnti considerate eterodosse da taluni. Ricorda l’eresia cristiana, che ha generato tante divisioni in una Chiesa che (almeno dal Congresso di Gerusalemme del 50) si vuole universale. La Chiesa vuole quindi davvero riprovare ad essere una e globale. La stessa politica di riunificazione, ma qui in senso molto più forte, si svolge con la Chiesa apostolica dell’Armenia.

Si vorrebbe come detto una comunione con tutti i Cristiani ma con gli ortodossi greci, georgiani e russi la cosa è molto più difficile. Questi non hanno motivo di unirsi al Papa: sono stragrande maggioranza nel loro Paesi, i cui sistemi giuridici hanno formalizzato peso e funzioni delle Chiesa nazionali. Perché muovere il peso geopolitico delle loro cattedre a favore di Roma?

Mentre con loro la strada sembra chiusa, paradossalmente con un certo Islam un riavvicinamento diverso, partendo da distanza molto maggiori, è meno impossibile data anche la necessità di avere appoggio in Occidente. Non dimentichiamo nemmeno la questione dei musulmani cinesi e la peculiare relazione che il Papa sta cercando con Pechino. Il menzionare gli Uiguri come popolo perseguitato dopo aver avviato un importanze percorso di dialogo con Pechino è strizzare l’occhio all’Islam arabo e mandare un messaggio alla Turchia?

Per ora, il massimo sforzo in senso teologico è stato fatto dalla Regola della Comunità “al-Khalil”, fondata in Siria nel Monastero di San Mosè l’Abissino dall’ex gesuita Paolo dall’Oglio (“innamorato dell’Islam, credente in Gesù”) ed ora stabilitasi anche nel Kurdistan iracheno, che ha elaborato un concetto che è davvero definizione comprensiva tanto dell’Islam come universamente noto quanto del Cristianesimo. Lo stesso Dall’Oglio aveva dichiarato di essere doppiamente cristiano e musulmano, “a causa dell’amore di Gesù per i musulmani e per l’Islam. Musulmano secondo lo spirito e non secondo la lettera”. Una definizione incomprensibile se si considera l’Islam nella cristallizzazione della “chiesa” di Maometto e nella sua formalizzazione (la “lettera”, appunto. Come potrebbe Gesù avere amore per un’Istituzione nata seicento anni dopo di lui?) ma intendibile se si traduce “islam” come “sottomissione a Dio”. Stessa radice di “salam”, quella pace (in senso teologico) della quale di fa portatore Francesco. La Regola di al-Khalil (un epiteto di Abramo in arabo) è stata accettata dal Vaticano. Sarà questa visione, col tempo, a costituire almeno parte della politica della Chiesa?